JORDAN B. PETERSON.
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12 REGOLE PER LA VITA.
UN ANTIDOTO AL CAOS.
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Parte 2.
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Titolo originale: 12 Rules for Life.  
Traduzione di: Arianna Bevilacqua.
2018. My Life, Coriano di Rimini (RAVENNA).
ISBN 978-88-6386-476-2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Regola 4. Confrontati con chi eri ieri invece di paragonarti a qualcun altro.
Regola 5. Non permettere che i tuoi figli facciano qualcosa che te li farà piacere di meno.
Regola 6. Fa' che casa tua sia in perfetto ordine prima di criticare il resto del mondo.
Regola 7. Ricerca il senso non il vantaggio personale.
Regola 8. Di' la verità, o almeno non mentire.
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Fine Indice.
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REGOLA 4.
CONFRONTATI CON CHI ERI IERI INVECE DI PARAGONARTI A QUALCUN ALTRO.
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IL CRITICO INTERIORE.
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Quando molti di noi vivevano in piccole comunità rurali, era più facile riuscire bene in qualcosa. C'era chi veniva eletta “reginetta del college”, qualcun altro vinceva la gara di grammatica, era un mago nei calcoli o una star del basket. C'erano solo uno o due meccanici e un paio di insegnanti. All'interno del proprio regno, questi eroi locali godevano di una fiducia in se stessi generata dalle scariche di serotonina tipicamente sperimentate dai vincitori. Forse è proprio per questo motivo che la maggior parte delle persone che si sono distinte proviene da città di modeste dimensioni.68 Se vivi in una città da milioni di persone, come la maggior parte di noi ormai, ti troverai circondato da molti individui con le tue stesse capacità. Inoltre, adesso siamo connessi in modo virtuale con tutti e sette i miliardi di abitanti del Pianeta. Gli standard di qualità oggi sono vertiginosamente elevati.
Non importa quanto tu sia bravo in qualcosa, o come valuti i tuoi risultati, c'è qualcuno là fuori che ti fa sembrare incompetente. Sei un bravo chitarrista, ma non sei Jimmy Page o Jack White. Quasi certamente non arriverai nemmeno a esibirti nel pub di quartiere. Sei un bravo cuoco, ma ci sono molti grandi chef. I piatti di pesce della tua mamma, per quanto rinomati nel suo villaggio, non spiccano al giorno d'oggi, persi tra degustazioni di mousse di pompelmo e gelato allo scotch e tabacco. Qualche mafioso ha uno yacht più pacchiano del tuo. Un amministratore delegato maniacale ha un orologio a carica automatica più complicato del tuo, con una preziosissima struttura in legno pregiato e acciaio. Perfino l'attrice hollywoodiana più sorprendente si trasforma alla fine nella Regina cattiva, che scongiura in eterno e in maniera paranoica la nascita di una nuova Biancaneve. E tu? Il tuo lavoro è noioso e inutile, le tue capacità di gestire la famiglia sono scarse, il tuo gusto è spaventoso, sei più grasso dei tuoi amici e tutti fuggono dalle tue feste. A chi importa se sei il primo ministro del Canada, quando qualcun altro è il presidente degli Stati Uniti?
Al nostro interno dimorano una voce e uno spirito critici che sanno tutto ciò. E sono propensi a portare avanti, fastidiosamente, le loro idee. Condannano i nostri modesti sforzi. Sono difficili da zittire. Ma la cosa peggiore è che critici di questo tipo sono necessari. Non mancano certo artisti privi di gusto, musicisti che non sanno tenere il tempo, cuochi in grado di avvelenare i clienti, dirigenti affetti da “disturbo ossessivo burocratico”, romanzieri mediocri e professori noiosi e tronfi di ideologia. Le cose e le persone hanno qualità molto diverse. La musica terribile ci tormenta ovunque. Edifici mal progettati si sbriciolano durante i terremoti. Automobili di qualità scadente causano la morte dei guidatori. Il fallimento è il prezzo che paghiamo perché ci siano degli standard e, dal momento che la mediocrità ha conseguenze reali e dure, gli standard sono necessari.
Non tutti abbiamo le stesse capacità né produciamo risultati identici, e ciò non può cambiare. Un numero molto esiguo di persone produce molto. I vincitori non conquistano tutto, ma se ne accaparrano la maggior parte, e la coda della classifica non è un buon posto dove stare. Le persone sul fondo della scala sociale sono infelici. Si ammalano, nessuno le conosce o le ama. Sprecano la propria vita in quel luogo, e lì muoiono. Di conseguenza, la voce che nella nostra mente ci denigra tesse una trama devastante. La vita è un gioco a somma zero, in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è completamente bilanciato dalla perdita o dal guadagno di un altro partecipante. L'inutilità è la condizione di default. Che cosa, se non una cecità ostinata, potrebbe proteggere le persone da critiche tanto sprezzanti? È per queste ragioni che un'intera generazione di psicologi sociali raccomandava le “illusioni positive” come unica strada percorribile per la salute mentale.69 Il loro credo? Lascia che la menzogna sia ciò che ti protegga. Non si può immaginare una filosofia più triste, miserabile e pessimista: le cose sono così terribili che solo l'illusione può salvarti.
Ecco un approccio alternativo che non richiede illusioni. Se le carte sono sempre contro di te, forse il gioco a cui stai giocando è in qualche modo truccato, magari da te stesso e a tua insaputa. Se la tua voce interiore ti fa dubitare del valore dei tuoi sforzi e della vita, forse dovresti smettere di ascoltarla. Se parla in maniera denigratoria di tutti, a prescindere dal loro successo, quanto può essere affidabile? Forse i suoi commenti sono chiacchiere, non saggezza. “Ci saranno sempre persone migliori di te” è un cliché del nichilismo, come anche “Tra un milione di anni, chi vedrà la differenza?”. La risposta appropriata a questa domanda non è: “Be', allora tutto è privo di significato.” La risposta giusta è: “Qualsiasi idiota può scegliere un periodo di tempo entro il quale tutto perde di significato.” Persuaderti che tutto è irrilevante non è una critica profonda all'Essere. È un trucchetto della mente razionale.
Molti bei giochi
Gli standard che definiscono il meglio e il peggio non sono illusori né inutili. Se tu non avessi deciso che ciò che stai facendo in questo momento è la migliore alternativa a tua disposizione, non lo faresti. L'idea di una scelta priva di valore è un ossimoro. I giudizi di valore sono una precondizione all'azione. E ogni attività, una volta scelta, ha i propri standard interni. Ogni cosa può essere fatta meglio o peggio. Impegnarsi in una qualsiasi attività significa quindi giocare a un gioco con un fine ben chiaro e definito in termini di valore, che si può raggiungere attraverso diversi gradi di efficienza e finezza, con possibilità di successo o fallimento. I differenziali in termini di qualità sono onnipresenti. Inoltre, se non ci fossero i concetti di meglio e peggio, non varrebbe la pena di fare nulla. Non ci sarebbe valore e, quindi, nessun significato. Perché fare uno sforzo se non migliora nulla? Il significato stesso richiede una distinzione tra bene e male. Come, allora, possiamo zittire la voce dell'autocoscienza critica? Dove sono i difetti nella logica apparentemente impeccabile del suo messaggio?
Potremmo iniziare prendendo in considerazione i termini troppo netti di successo e fallimento. Sei una persona di successo, straordinariamente eccellente o, al contrario, un fallito, del tutto e irrimediabilmente senza qualità. Le parole non prevedono alternative e nessuna via di mezzo. In un mondo complesso come il nostro, però, queste generalizzazioni e questa mancanza di differenziazione sono il segno di un'analisi ingenua, semplicistica o persino malevola. Questo sistema binario annulla gradi e progressioni di valore fondamentali, con conseguenze per nulla positive.
Per cominciare, non esiste un unico gioco in cui si può avere successo o fallire. Ci sono molti giochi e, più specificamente, molti bei giochi, che incontrano i tuoi talenti, ti coinvolgono in maniera produttiva insieme ad altre persone, ti sostengono e possono anche migliorare pian piano. Quello dell'avvocato è un bel gioco. Così come lo sono l'idraulico, il medico, il falegname o l'insegnante. Il mondo rende possibili molti modi di essere. Se non hai successo con uno, puoi provarne un altro. Puoi scegliere qualcosa che meglio si addica alla tua situazione e alla combinazione unica dei tuoi punti di forza e di debolezza. Inoltre, se cambiare gioco non funziona, puoi inventarne uno nuovo. Di recente ho visto un talent show in cui un mimo faceva un numero ridicolo con dei guanti da forno. È stato inaspettato e originale. Sembrava che per lui quel gioco funzionasse.
È poco probabile, inoltre, che tu ti ritrovi a fare un unico gioco. Hai un lavoro, amici, familiari, progetti personali, impegni artistici e attività sportive. Forse puoi pensare di giudicare il tuo successo valutandolo attraverso tutti i giochi che fai. Immagina di essere molto bravo in alcuni, mediocre in altri e terribile in altri ancora. Forse è così che dovrebbe essere. Potresti obiettare: “Dovrei vincere a ogni gioco!”. Ma se vincessi sempre, significherebbe solo che non stai facendo nulla di nuovo o di difficile. Potresti vincere ma non stai crescendo, mentre crescere potrebbe essere la forma più importante di vittoria. Ma vincere nel presente è sempre necessariamente meglio che arrivarci in maniera graduale?
Infine, potresti arrivare a capire che le caratteristiche di molti giochi sono tanto adatte a te, tanto particolari, che il confronto con gli altri è semplicemente inappropriato. Forse stai sopravvalutando ciò che non hai e sottovalutando quello che fai. La gratitudine è realmente importante ed efficace. È anche una buona protezione contro i pericoli del vittimismo e del risentimento. Il tuo collega lavora meglio di te. Sua moglie, però, ha una relazione extraconiugale, mentre il tuo matrimonio è stabile e felice. Chi ha la meglio? La celebrità che tanto ammiri è un alcolista cronico, che guida ubriaco ed è anche un fanatico intollerante. La sua vita è davvero preferibile alla tua?
Ecco come opera il critico interiore quando ti sminuisce con questi paragoni. In primo luogo, sceglie arbitrariamente un singolo campo sui cui organizzare il confronto, ad esempio la notorietà o il potere. Quindi agisce come se quel campo fosse l'unico rilevante. Poi ti paragona a qualcuno che, in quell'ambito, ha raggiunto risultati veramente stellari. Può spingersi ancora più in là, usando il divario incolmabile tra te e il tuo termine di paragone come prova della fondamentale ingiustizia della vita. E così indebolisce con grande efficacia la tua motivazione a fare qualunque cosa. Chi accetta di stabilire così il proprio valore non può certo essere accusato di semplificarsi la vita. Ma anche complicarsi troppo le cose è un bel problema.
Quando siamo molto giovani non siamo né unici né informati. Non abbiamo ancora avuto il tempo e la maturità per sviluppare i nostri parametri di giudizio. Di conseguenza, dobbiamo confrontarci con gli altri, perché gli standard sono necessari. A mano a mano che maturiamo diventiamo sempre più particolari e definiti. Le condizioni della nostra vita diventano sempre più personali e sempre meno paragonabili a quelle degli altri. Simbolicamente parlando, ciò significa che dobbiamo lasciare la casa dove vigono le regole di nostro padre e affrontare il caos del nostro essere individuale. Dobbiamo prendere atto del nostro disordine, senza abbandonare completamente il “padre”, durante il percorso. Dobbiamo quindi riscoprire i valori della nostra cultura, nascosti dalla nostra ignoranza, celati nel polveroso baule del tesoro del passato, recuperarli e integrarli nelle nostre vite. È questo processo che dà all'esistenza il suo significato pieno e imprescindibile.
Tu chi sei? Pensi di saperlo, ma forse non lo sai. Per esempio, non sei né il tuo padrone, né il tuo schiavo. Non puoi dire a te stesso cosa fare e forzarti facilmente a obbedire, almeno non più di quanto tu possa farlo con tuo marito, tua moglie o i tuoi figli. Puoi orientare i tuoi interessi, ma entro certi limiti. Alcune attività ti coinvolgeranno sempre, mentre altre semplicemente no.
Hai una natura personale. Puoi giocare a fare il tiranno con la tua natura, ma sicuramente ti ribellerai. Con quanta durezza puoi costringerti a lavorare e a sostenere la tua voglia di lavorare? Quanti sacrifici puoi fare per il tuo partner prima che la generosità si trasformi in risentimento? Che cosa ami veramente? Che cosa vuoi sinceramente? Prima di poter definire quali sono i tuoi standard di valore, devi considerarti un estraneo e poi imparare a conoscerti. Che cosa è prezioso e piacevole per te? Di quanto svago, divertimento e riconoscimento hai bisogno, per sentirti più di una bestia da soma? Come devi ricompensarti, per non mordere il freno e non distruggere il recinto? Potresti costringerti ad affrontare la routine quotidiana e sfogare la frustrazione sui tuoi familiari quando torni a casa o guardar scorrere i giorni preziosi senza fare nulla. O potresti imparare a lasciarti coinvolgere in un'attività produttiva e sostenibile. Ti chiedi cosa vuoi? Negozi equamente con te stesso? O sei un tiranno e tratti te stesso come uno schiavo?
In quali occasioni non apprezzi i tuoi genitori, il tuo coniuge o i tuoi figli, e perché? Che cosa potresti fare per migliorare la situazione? Di cosa hai bisogno e cosa vuoi dai tuoi amici e dai tuoi soci in affari? Non si tratta di ciò che dovresti desiderare. Non intendo ciò che gli altri si aspettano da te o i tuoi doveri verso di loro. Parlo di definire la natura del tuo obbligo morale nei confronti di te stesso. Il dovere ne fa parte, perché sei avviluppato in una rete di obblighi sociali. Il dovere è una tua responsabilità, e dovresti fartene carico. Ma ciò non significa che tu debba assumere il ruolo del cane da zerbino, obbediente e innocuo. È così che un dittatore vuole che siano i propri schiavi.
Osa, invece, essere pericoloso. Osa essere sincero. Abbi il coraggio di individuare e definire te stesso e di esprimere il vero perché della tua vita, o almeno di prenderne coscienza. Se, per esempio, permettessi ai desideri oscuri e inespressi che nutri per il tuo partner di manifestarsi, se fossi anche solo disposto a prenderli in considerazione, potresti scoprire che non sono così oscuri, visti alla luce del giorno. Potresti scoprire, invece, che sei solo spaventato e che quindi fingi una moralità. Potresti scoprire che, se ottieni quello che effettivamente desideri, non ti sentirai tentato e smarrito. Sei così sicuro che il tuo partner non sarebbe contento se gli rivelassi qualcosa in più di te? C'è una ragione se la femme fatale e l'antieroe sono sessualmente attraenti...
Come bisogna parlarti? Che cosa hai bisogno di prendere dalle persone? Che cosa stai sopportando o che cosa fai finta che ti piaccia, quando ti assumi doveri e obblighi? Analizza il tuo risentimento. È un'emozione rivelatrice, che fa parte di una triade malvagia: arroganza, inganno e risentimento. Niente provoca più danno di questa trinità sotterranea. Ma il risentimento ha unicamente due possibili significati. O la persona che prova risentimento è immatura, nel qual caso lui dovrebbe tacere, smettere di piagnucolare e andare avanti, oppure è in corso un sopruso, nel qual caso la persona sottomessa ha l'obbligo morale di far sentire la propria voce. Perché? Perché la conseguenza del rimanere in silenzio è peggiore. Certo, sul momento è più facile rimanere in silenzio ed evitare i conflitti. Ma sul lungo termine è letale. Se hai qualcosa da dire, il silenzio è una bugia, e la tirannia si nutre di bugie. Quando è il momento di respingere l'oppressione, nonostante il pericolo? Quando inizi a nutrire fantasie segrete di vendetta, quando sei avvelenato e la tua immaginazione si riempie di desideri di distruzione.
Un mio paziente, decenni fa, soffriva di gravi disturbi ossessivo-compulsivi. Doveva eliminare ogni piega dal pigiama prima di coricarsi, la sera. Poi doveva sprimacciare il cuscino, quindi sistemare le lenzuola. Aveva sempre qualcosa da fare, ancora, ancora e ancora. Gli dissi: “Forse quella parte di te, quella parte che insiste in modo insano, vuole qualcosa, per quanto inarticolato sia il suo desiderio. Lascia che esprima la propria opinione, quale potrebbe essere?”. “Controllo” rispose lui. Allora gli dissi: “Chiudi gli occhi e lascia che ti dica cosa vuole. Non permettere che la paura ti blocchi, non lasciare che prenda il sopravvento.” Rispose: “Vuole che prenda il mio patrigno per il colletto, lo sbatta contro la porta e lo scuota con tutte le mie forze.” Forse era arrivato il momento per il mio paziente di scuotere qualcuno con tutte le sue forze, ma gli suggerii qualcosa di meno istintivo. Ma Dio solo sa quali battaglie dobbiamo combattere, con onestà e volontariamente, mentre percorriamo la strada che porta alla pace. Che cosa fai per evitare il conflitto, per quanto necessario? Su quali argomenti tendi a mentire, supponendo che la verità potrebbe risultare intollerabile? In quali ambiti fingi?
Il neonato dipende dai genitori per quasi tutto ciò di cui ha bisogno. Il bambino sano riesce ad allontanarsi, almeno temporaneamente, dai genitori, per stringere amicizie. Rinuncia a una parte di sé, ma in cambio guadagna molto. L'adolescente è costretto a portare questo percorso ai limiti estremi. Deve lasciare i genitori e diventare come tutti gli altri. Deve inserirsi nel gruppo, per superare la dipendenza infantile. Una volta integrato, l'adulto di successo deve quindi imparare a essere diverso, nella giusta misura, da chiunque altro.
Fa' attenzione a paragonarti agli altri. Una volta adulto, sei un individuo unico. Hai i tuoi problemi specifici: finanziari, relazionali, psicologici e di altro genere. I tuoi problemi sono inseriti nel più ampio e unico contesto della tua esistenza. Il tuo lavoro funziona (o non funziona) per te in una certa maniera e lo fa all'interno di una specifica dinamica che coinvolge gli altri settori della tua vita. Devi decidere quanto tempo dedicare a un aspetto e quanto a un altro. Devi decidere che cosa lasciar andare e quali obiettivi perseguire.
A cosa mira il tuo sguardo (ovvero: fai il punto)
I nostri occhi sono sempre puntati verso cose che vogliamo raggiungere, che desideriamo comprendere, che cerchiamo o a cui ambiamo. Dobbiamo vedere, ma per vedere dobbiamo prendere la mira, quindi puntiamo continuamente a qualcosa. La mente si è costruita a partire da un corpo programmato per una società di cacciatori-raccoglitori. Cacciare significa individuare una preda, seguirla e avventarsi su di essa. Raccogliere significa identificare e afferrare. Anche oggi scagliamo pietre, aste e boomerang. Tiriamo palle dentro canestri, mandiamo dischi in rete e pietre di granito, sul ghiaccio, all'interno di cerchi orizzontali. Cerchiamo di colpire bersagli con archi, pistole, fucili e razzi. Lanciamo insulti, progetti e idee. Abbiamo successo quando segniamo un goal o centriamo un obiettivo. Se non ci riusciamo, pensiamo di aver fallito o di aver commesso un errore (l'antico verbo latino errare significa “vagare senza meta”, “procedere senza un obiettivo”70). Non possiamo navigare senza qualcosa verso cui dirigerci, ma finché siamo in questo mondo dobbiamo farlo.71
Siamo sempre e simultaneamente al punto a, che è meno desiderabile di quanto potrebbe essere, mentre ci spostiamo verso il punto b, che riteniamo migliore, secondo i nostri valori espliciti e impliciti. L'esperienza del mondo è sempre legata a uno stato di mancanza di cui cerchiamo la correzione. Siamo in grado di immaginare nuove modalità secondo cui le cose potrebbero essere migliorate, anche se abbiamo tutto ciò di cui pensavamo di aver bisogno. Anche quando siamo temporaneamente soddisfatti, ci resta la curiosità. Viviamo in una cornice che definisce il presente come sempre incompleto e il futuro come eternamente migliore. Se non vedessimo le cose in questo modo, non agiremmo affatto. Non saremmo nemmeno in grado di vedere, perché per vedere dobbiamo focalizzarci e per farlo dobbiamo scegliere e individuare un aspetto, tra gli altri, su cui dirigere la nostra attenzione.
Ma possiamo vedere. Riusciamo anche a vedere cose che non ci sono. Siamo capaci di prevedere nuove strategie per migliorare la situazione. Riusciamo a costruire nuovi mondi ipotetici, dove i problemi di cui non eravamo nemmeno a conoscenza appaiono evidenti e possono essere affrontati. I vantaggi di tutto ciò sono ovvi: possiamo cambiare il mondo perché lo stato intollerabile del presente possa essere corretto in futuro. Lo svantaggio di questa lungimiranza e creatività sono un disagio e un malessere cronici. Dal momento che contrapponiamo sempre ciò che è a ciò che potrebbe essere, dobbiamo puntare a ciò che potrebbe essere. Ma può accadere che miriamo troppo in alto. O troppo in basso. O anche confusamente. Quindi falliamo e viviamo nella delusione, anche quando agli altri sembra che viviamo bene. Come possiamo trarre benefici dalla nostra immaginazione, dalla nostra capacità di migliorare il futuro, senza denigrare di continuo le nostre vite attuali, pensando che siano prive del successo cui aspiravamo e senza valore?
Il primo passo, forse, è fare un bilancio. Chi sei? Quando compri una casa e ti prepari a viverci, assumi un perito perché individui tutti i difetti della condizione attuale, non di quella che desideri. Lo pagherai anche per le cattive notizie che ti darà. Devi sapere. Hai bisogno di scoprire le magagne nascoste della casa. Devi sapere se sono imperfezioni estetiche o problemi strutturali. Devi saperlo, perché non puoi aggiustare qualcosa se non sai che è rotto, e tu lo sai. Hai bisogno di un perito. Il critico interno potrebbe interpretare quel ruolo, se riuscissi a metterlo sulla pista giusta, se collaboraste. Potrebbe aiutarti a fare il punto. Ma, per farlo, devi visitare la tua casa psicologica e ascoltare scrupolosamente ciò che dice. Forse sei il sogno di ogni tuttofare, una persona che desidera fortemente sistemare le cose. Come puoi iniziare i lavori di ristrutturazione senza prima sentirti demoralizzato, o addirittura sopraffatto, dal lungo e doloroso resoconto della tua inadeguatezza da parte del critico interno?
Ti do un suggerimento. Il futuro è simile al passato, ma c'è una differenza cruciale. Il passato non si può cambiare, mentre il futuro potrebbe essere migliore. Potrebbe essere meglio, in una certa precisa misura: quella che può essere raggiunta, diciamo, in un giorno, con un impegno minimo. Il presente è sempre imperfetto. E il punto di partenza potrebbe non essere altrettanto importante quanto la direzione verso cui stai andando. Forse la felicità si trova sempre nel cammino in salita, e non nel fugace senso di soddisfazione che ti attende quando raggiungi la vetta. Gran parte della felicità viene dalla speranza e non importa quanto sia profondo il mondo sotterraneo da cui è sorta.
Se ci rivolgiamo a lui correttamente, il critico interno ci mostrerà qualcosa che potremmo sistemare, che organizzeremo e metteremo in ordine volentieri, senza risentimento, anzi con piacere. Chiediti se nella tua vita o nella tua attuale situazione c'è qualcosa in disordine, che potresti e vorresti sistemare. Potresti e vorresti riorganizzare quell'unico, umile aspetto che sembra aver bisogno di una sistemata? Potresti farlo ora? Immagina di essere qualcuno con cui devi stringere un accordo. Immagina inoltre di essere pigro, permaloso, risentito e con un carattere difficile. Con un simile atteggiamento, non ti sarà facile cambiare. Potresti dover utilizzare un po' di fascino e di giocosità. “Scusami” potresti dire a te stesso, senza ironia né sarcasmo, “sto cercando di eliminare un po' di inutile sofferenza. Potresti darmi una mano?”. Tieni a bada la derisione. “Mi chiedo se non vorresti fare qualcosa. Ti sarei molto grato per il tuo aiuto.” Chiedi onestamente e con umiltà. Non è semplice.
Forse avrai bisogno di negoziare ancora, a seconda del tuo stato mentale. Forse non ti fidi di te stesso. Pensi che ti chiederai qualcosa e, dopo averla ottenuta, vorrai subito di più. E sarai severo e offensivo. Denigrerai ciò che hai già ottenuto. Chi vuole lavorare per un tiranno così? Non di certo tu. Ecco perché non fai ciò che vuoi. Sei un dipendente cattivo, ma un capo ancora peggiore. Forse hai bisogno di dire a te stesso: “Bene, so che in passato non siamo andati molto d'accordo: mi dispiace. Sto cercando di migliorare. Probabilmente farò altri errori, ma cercherò di ascoltare se mi muovi delle critiche. Cercherò di imparare. Mi sono accorto, proprio adesso, oggi, che non stavi davvero sfruttando l'opportunità di dare il tuo contributo, nonostante te l'avessi chiesto. C'è qualcosa che potrei offrirti in cambio della tua collaborazione? Forse, se tu lavassi i piatti, potremmo andare a prendere un caffè insieme. Ti piace il caffè: che ne dici di un espresso, magari doppio? O vorresti qualcos'altro?”. Allora potresti ascoltare. Forse sentirai una voce dentro di te, forse addirittura la voce di un bambino scomparso da tempo. Magari risponderà: “Davvero? Vuoi davvero fare qualcosa di bello per me? Lo farai? Non è un trucco?”.
A questo punto devi prestare attenzione.
Quella vocina è quella di qualcuno che una volta si è scottato con l'acqua calda e adesso ha paura di quella fredda. Quindi potresti dire, con molta cautela: “Davvero. Forse non lo farò molto bene e potrei non essere di grande compagnia, ma farò qualcosa di bello per te. Lo prometto.” Una piccola ma attenta gentilezza fa molta strada, e una ricompensa scelta con cura è una spinta potente. Allora potresti prendere quel pezzettino di te per mano e lavare quei maledetti piatti. E allora è meglio che tu non vada a pulire il bagno dimenticandoti del caffè, del film o della birra, o ti sarà ancora più difficile richiamare quelle parti dimenticate di te stesso dai recessi e dai meandri del mondo sotterraneo.
Potresti chiederti: “Che cosa potrei dire domani a qualcun altro - a un mio amico, a mio fratello, al mio capo, al mio assistente - per migliorare la situazione? Quale piccola porzione di caos potrei eliminare a casa, sulla mia scrivania, in cucina, stasera, perché il palco sia allestito per una rappresentazione migliore? Quali serpenti potrei scacciare dal giardino e dalla mia mente?”. Cinquecento piccole decisioni, cinquecento piccole azioni, compongono la tua giornata, oggi e ogni giorno. Potresti mirare, con una o due, a un risultato migliore? Secondo la tua opinione, secondo i tuoi standard individuali, potresti confrontare il tuo domani con il tuo ieri? Potresti usare la capacità di giudizio e chiederti che cosa potrebbe essere meglio per il tuo domani?
Stabilisci obiettivi semplici. All'inizio è meglio che non ti carichi sulle spalle un peso troppo gravoso, considera i tuoi limitati talenti, la tendenza a ingannarti, il peso del risentimento che nutri e la capacità di sottrarti alle responsabilità. Quindi, stabilisci il seguente obiettivo: entro la fine della giornata voglio che le situazioni che sto vivendo siano un po' migliorate rispetto a questa mattina. Poi chiediti: “Che cosa potrei fare, che sono disposto a fare e a realizzare, e quale piccola ricompensa mi piacerebbe?”. Poi fai quanto hai deciso di fare, anche se lo fai male. Allora concediti quel famoso caffè, trionfante. Forse ti senti un po' stupido, ma fallo lo stesso. E fai la stessa cosa domani, e il giorno successivo, e il giorno dopo ancora. E, ogni giorno, ti confronterai con standard sempre migliori, questa è magia. Funziona come l'interesse composto. Fallo per tre anni e la tua vita cambierà completamente. Adesso punti in alto, esprimi un desiderio. Adesso la trave si sta spostando dai tuoi occhi e stai imparando a vedere e ciò a cui miri determina quel che vedi. Vale la pena di ripeterlo. Ciò a cui miri determina quello che vedi.
Ciò che vuoi e ciò che vedi
Come ciò che vediamo dipenda dal nostro obiettivo e quindi dal valore che gli attribuiamo è stato dimostrato in modo indimenticabile dallo psicologo cognitivo Daniel Simons, più di quindici anni fa.72 Simons indagava su quella che chiamò “cecità non intenzionale”. Egli collocava i soggetti che partecipavano al suo studio di fronte a un monitor e mostrava loro, per esempio, un campo di grano. Poi modificava la foto molto lentamente, mentre gli spettatori continuavano a guardare. Parte dell'immagine sbiadiva piano piano trasformandosi in una strada che tagliava il campo di grano. Non un piccolo sentiero che poteva sfuggire, ma una strada ampia, che occupava un buon terzo della scena. Sorprendentemente, gli osservatori spesso non la notavano.
La dimostrazione che rese famoso il dottor Simons era dello stesso tipo, ma più impressionante, persino incredibile. In primo luogo, girò un video in cui c'erano due gruppi composti da tre persone ciascuno.73 Un gruppo indossava camicie bianche, l'altro nere. I due gruppi non erano lontani, né difficili da vedere: le sei persone filmate riempivano gran parte dello schermo ed erano talmente vicine che era possibile distinguerne chiaramente i tratti somatici. Ogni gruppo aveva una palla, che veniva lanciata fra le tre persone mentre si spostavano nel piccolo spazio di fronte agli ascensori dov'era stato girato il video. Simons mostrò il video ai partecipanti allo studio e chiese a ciascuno di contare i passaggi che le persone in camicia bianca facevano tra loro. Dopo pochi minuti, domandò ai partecipanti di riferire quale fosse il numero dei passaggi. La maggior parte rispose di averne visti quindici. Era la risposta corretta. Molti di loro erano piuttosto contenti. Avevano superato il test! Ma poi il dottor Simons chiese: “Avete visto il gorilla?”.
Era uno scherzo? Quale gorilla?
Quindi, il dottor Simons disse: “Guardate di nuovo il video. Ma questa volta senza contare.” Come anticipato, un minuto o poco più dall'inizio del video, un uomo con un costume da gorilla balzò nel bel mezzo del gioco per diversi lunghi secondi, si fermò e si percosse il petto come fa, ovunque, lo stereotipo del gorilla. Proprio al centro dello schermo. Senza alcun dubbio. Spiacevole e inconfutabilmente evidente. Ma un soggetto su due non l'aveva visto la prima volta che aveva guardato il video. Poi la situazione divenne ancora peggiore. Il dottor Simons condusse un altro studio. Questa volta, mostrò ai partecipanti un video in cui qualcuno veniva servito a un bancone. Il barista si abbassa dietro il bancone per recuperare qualcosa e riemerge. E allora? La maggior parte dei soggetti non rilevò nulla di strano. In realtà era una persona diversa a essersi alzata in piedi al posto del primo barista! “Assolutamente no” pensi, “me ne sarei accorto.” Invece era proprio così. C'è un'elevata probabilità che il cambiamento non sia rilevato, anche se a mutare sono contemporaneamente sia il sesso sia l'etnia della persona. Anche tu sei cieco.
Ciò si deve in parte al fatto che la vista è dispendiosa, a livello psicofisiologico e neurologico. Una piccola regione della retina è costituita dalla fovea, caratterizzata da un'elevata acutezza visiva: è la parte centrale dell'occhio, che vede ad alta risoluzione e che usiamo per compiere azioni come l'identificazione dei volti. Ognuna delle poche cellule foveali ha bisogno di diecimila cellule della corteccia visiva solo per la prima parte dell'elaborazione dell'impulso visivo.74 Poi, ciascuna di queste diecimila cellule ne richiede altrettante per arrivare alla seconda fase. Se tutta la retina fosse fovea, avresti bisogno di un cranio grande come quelli degli alieni dei film di fantascienza per contenere il tuo cervello. Di conseguenza, quando guardiamo, assegniamo delle priorità. Gran parte della nostra vista è periferica e a bassa risoluzione: risparmiamo la fovea per cose importanti. Utilizziamo le nostre risorse ad alta risoluzione per le poche cose specifiche a cui miriamo. E lasciamo che tutto il resto, che significa quasi ogni cosa, svanisca, inosservato, sullo sfondo.
Se qualcosa di cui non ti stai curando fa capolino in maniera da interferire in modo diretto con la tua attività corrente strettamente focalizzata, lo vedrai. Altrimenti no. La palla su cui erano concentrati i soggetti della ricerca di Simons non è mai stata oscurata dal gorilla né da uno dei sei giocatori. Per questo motivo, ossia per il fatto che il gorilla non interferiva con il compito definito, l'uomo mascherato era indistinguibile da tutto ciò che i partecipanti non vedevano, quando guardavano quella palla. Lo scimmione poteva tranquillamente essere ignorato. È così che affronti la travolgente complessità del mondo: la ignori, mentre ti concentri minuziosamente sulle tue preoccupazioni private. Vedi cose che facilitano il tuo movimento in avanti, verso gli obiettivi che desideri. Rilevi gli ostacoli che si affacciano sul tuo cammino. Sei cieco riguardo a tutto il resto. Dev'essere così, perché il mondo è molto più grande di te. Devi amministrare con cura le tue limitate risorse. Vedere è molto difficile, quindi devi scegliere cosa vedere e lasciar perdere il resto.
Negli antichi testi vedici, le più antiche scritture dell'induismo, parte fondamentale della cultura indiana, c'è un'idea profonda: il mondo, come viene percepito, è maya, ossia apparenza e illusione. Ciò significa, in parte, che le persone sono accecate dai propri desideri, oltre che semplicemente incapaci di vedere le cose come realmente sono. Ciò è vero, in un senso che trascende il metaforico. I tuoi occhi sono strumenti: esistono per aiutarti a ottenere quello che vuoi. Il prezzo che paghi per quel vantaggio, per quello specifico orientamento focalizzato, è la cecità nei confronti di tutto il resto. Non è molto importante quando le cose vanno bene e stiamo ottenendo ciò che vogliamo, seppure realizzare i nostri desideri in realtà possa renderci sordi a più alte chiamate. Ma tutto ciò che ignoriamo diventa un problema davvero terribile quando siamo in crisi e nulla va come vorremmo. Allora, ciò che prima non vedevamo può diventare qualcosa di eccessivo da affrontare. Fortunatamente, però, quel problema contiene in sé i germi della propria risoluzione. Dal momento che hai trascurato così tanti aspetti, il mondo è pieno di possibilità che non hai ancora preso in considerazione.
Immagina di essere infelice perché non riesci ad avere ciò che ti serve. In maniera perversa, forse ciò accade proprio a causa di quello che vuoi. Sei cieco a causa di ciò che desideri. Forse quello di cui hai veramente bisogno è proprio davanti ai tuoi occhi, ma non riesci a vederlo a causa di ciò a cui stai mirando. E così tocchiamo un altro aspetto: il prezzo da pagare prima che tu o chiunque altro possa ottenere ciò che vuoi o, meglio ancora, ciò di cui hai bisogno. Mettiamola così. Guardi il mondo secondo la tua particolare e caratteristica prospettiva. Usi un kit di strumenti per schermare la maggior parte delle cose e lasciarne entrare altre. Hai trascorso molto tempo a costruire quegli strumenti che per te sono diventati abituali. Non sono pensieri astratti: sono costruiti proprio dentro di te. Ti orientano nel mondo. Sono i tuoi valori più profondi, spesso impliciti e inconsci. Sono diventati parte della tua struttura biologica. Sono vivi. E non vogliono sparire, né trasformarsi o morire. Ma a volte il loro tempo scade e devono nascere nuove cose. Per questo motivo, e non solo, è necessario lasciar andare qualcosa durante la salita. Se le cose non vanno bene per te, potrebbe essere perché, come dice il più cinico degli aforismi, “la vita fa schifo e poi muori”. Prima che un momento di crisi ti spinga a questa orribile conclusione, tuttavia, potresti considerare quanto segue: la vita non ha nessun problema, sei tu ad averne. Questa verità ti lascia almeno con alcune possibilità di scelta. Se la tua vita non va bene, forse sono le tue attuali conoscenze a essere inadeguate, non la vita. Forse i tuoi valori hanno bisogno di essere rivisti. Forse ciò che vuoi è renderti cieco rispetto a ogni altra possibilità. Forse ti stai aggrappando ai tuoi desideri, nel presente, in maniera così salda da non riuscire a vedere nient'altro, nemmeno ciò di cui hai veramente bisogno. Immagina di pensare, con invidia: “Dovrei occupare io il posto del mio capo.” Se il tuo capo conserva il proprio posto, con determinazione e competenza, pensieri del genere ti porteranno a uno stato di esasperazione, infelicità e disgusto. Potresti rendertene conto. Pensi: “Sono infelice. Potrei guarire però da questa infelicità, se solo riuscissi a soddisfare la mia ambizione.” Ma allora potresti pensare ancora: “Aspetta, forse non sono infelice perché non occupo la posizione del mio capo. Forse sono infelice perché non riesco a smettere di volere quel lavoro.” Ciò non significa che puoi semplicemente e magicamente dirti di smettere di desiderare quel lavoro, per poi cambiare. Non è possibile trasformarsi così facilmente. Devi scavare più a fondo. Devi modificare ciò a cui ambisci, in maniera più profonda.
Quindi, potresti pensare: “Non so cosa fare riguardo a questa stupida sofferenza. Non riesco ad abbandonare le mie ambizioni, perché a quel punto non saprei più quale direzione prendere. Ma il mio desiderio di un lavoro che non posso avere non mi porta comunque da nessuna parte.” Potresti decidere di svoltare: potresti chiedere di essere coinvolto in un progetto diverso, che soddisfi i tuoi desideri e gratifichi le tue autentiche ambizioni, ma che ti permetta di eliminare dalla tua vita l'amarezza e il risentimento da cui sei attualmente afflitto. Potresti pensare: “Mi butterò su un piano diverso. Cercherò di desiderare qualsiasi cosa possa migliorare la mia vita, qualunque essa sia, e inizierò a lavorarci ora. Se corrisponde a inseguire qualcosa che non sia il posto di lavoro del mio capo, lo accetterò e andrò avanti.”
Ora sei su un tipo di traiettoria completamente diverso. Prima ciò che era giusto, desiderabile e degno di essere perseguito era ben definito e concreto. Ma eri rimasto bloccato lì, in un luogo angusto e infelice. Adesso invece ti lasci andare. Compi il sacrificio necessario e permetti a un nuovo mondo di possibilità, che prima ti era nascosto dalla tua stessa ambizione, di rivelarsi. E c'è molto al suo interno. Come sarebbe la tua vita, se fosse migliore? Come sarebbe la vita stessa? Che cosa significa “migliore”? Non lo sai. E non importa che tu lo sappia immediatamente con chiarezza, perché inizierai a capire lentamente cosa significa, una volta che avrai deciso davvero di volerlo. Inizierai a intravedere ciò che ti era rimasto nascosto a causa dei presupposti e dei preconcetti che avevi in passato, dalle precedenti meccaniche della tua vista. Inizierai a imparare.
Tuttavia, ciò avrà buon esito solo se desideri veramente che la tua vita migliori. Non puoi ingannare le tue strutture percettive intrinseche. Neanche un po'. Queste mirano dove le punti. Per riorganizzarti, per fare il punto, per mirare a qualche obiettivo migliore, devi esserne convinto, da cima a fondo. Devi scandagliare la tua psiche. Devi chiarire ogni cosa. E devi essere cauto, perché rendere la tua vita migliore significa assumerti molte responsabilità e ciò richiede uno sforzo e un'attenzione maggiori rispetto al vivere stupidamente nel dolore e al rimanere arroganti, disonesti e pieni di risentimento.
E se il mondo rivelasse la propria bontà in relazione a quanto tu sei in grado di ambire al meglio? E se potessi percepire maggiori possibilità e benefici a mano a mano che la tua percezione delle possibilità di miglioramento si eleva, si amplia e si affina? Ciò non significa che puoi avere ciò che vuoi semplicemente desiderandolo, che tutto è soggetto a interpretazione personale oppure che non esiste realtà. Il mondo è ancora lì, con le sue strutture e i suoi limiti. Mentre procedi, coopera con te o si oppone. Ma puoi danzare con lui, se è questo il tuo obiettivo, e forse puoi persino guidarlo, se hai abilità e grazia a sufficienza. Non è teologia, non è misticismo. È conoscenza empirica. Qui non c'è nulla di magico o nulla più della magia della coscienza. Vediamo solo ciò a cui miriamo. Il resto del mondo, che è la maggior parte, è nascosto. Se cominciamo a puntare a qualcosa di diverso, come: “Voglio che la mia vita sia migliore”, la nostra mente comincerà a presentarci nuove informazioni, tratte dal mondo che in precedenza erano nascosto, per aiutarci in quella ricerca. Quindi possiamo utilizzare quei contenuti per progredire, agire, osservare e migliorare. Dopo esserci migliorati, potremmo mirare a qualcosa di diverso, o di superiore, come: “Voglio che tutto ciò che potrebbe migliorare, non solo nella mia vita, migliori”. E quindi entriamo in una realtà più elevata e più completa.
In questo luogo, su che cosa potremmo focalizzarci? Cosa potremmo notare?
Partiamo dalla constatazione che tutti desideriamo delle cose o che ne abbiamo addirittura bisogno. È la natura umana. Condividiamo l'esperienza della fame, della solitudine, della sete, del desiderio sessuale, dell'aggressività, della paura e del dolore. Tali aspetti sono elementi dell'Essere: elementi primordiali, assiomatici dell'Essere. Ma dobbiamo sistemare e organizzare questi desideri primordiali, perché il mondo è un luogo complesso e ostinatamente reale. Non possiamo semplicemente ottenere quell'unica cosa specifica, che vogliamo in particolare adesso, insieme a tutto ciò che vogliamo di solito, perché i nostri desideri possono entrare in conflitto tra loro, con quelli delle altre persone e con il mondo. Pertanto, dobbiamo diventare consapevoli dei nostri desideri, articolarli, stabilire le priorità e organizzarli in gerarchie. Ciò li rende evoluti e fa sì che lavorino in accordo tra loro, con i desideri delle altre persone e con il mondo. È così che si elevano, si organizzano in valori e diventano morali. I valori e la morale sono indicatori della nostra cultura.
Lo studio filosofico della morale - del bene e del male - è l'etica. È un'indagine che può renderci più evoluti nelle nostre scelte. Ancora più antica e più profonda dell'etica, però, è la religione. La religione non si occupa semplicemente di ciò che è giusto e sbagliato nel concreto, ma del bene e del male in sé, degli archetipi del giusto e dello sbagliato. La religione riguarda il valore, il valore ultimo, un ambito che non è dominio della scienza né territorio della descrizione empirica. Coloro che scrissero e si occuparono della redazione della Bibbia, per esempio, non erano scienziati. Non avrebbero potuto esserlo, nemmeno se l'avessero voluto. I punti di vista, i metodi e le pratiche della scienza non erano stati ancora formulati.
La religione concerne invece il comportamento appropriato. Riguarda “il Bene” per come lo intendeva Platone. Un vero credente non cerca di formulare idee accurate sulla natura oggettiva del mondo, anche se potrebbe. Si sforza, invece, di essere una brava persona. Forse per lui buono non significa altro che obbediente, addirittura di un'obbedienza cieca. Da qui la tipica obiezione progressista e occidentale all'illuminazione religiosa: l'obbedienza non è sufficiente. Ma almeno è un inizio (e lo abbiamo dimenticato): non puoi puntare a nulla se sei completamente privo di disciplina e di guida. Non saprai a cosa mirare e non volerai dritto, anche se in qualche maniera riesci a mettere a fuoco l'obiettivo giusto. E poi concluderai: “Non c'è nulla a cui valga la pena mirare.” E allora sarai perso.
È quindi necessario e auspicabile che le religioni abbiano una componente dogmatica. A che cosa serve un sistema di valori che non fornisce una struttura stabile? A che cosa serve un sistema di valori che non indica la via verso un ordine superiore? E cosa puoi fare se non riesci a interiorizzare quella struttura, ad accettare quell'ordine, non necessariamente come destinazione finale, ma almeno come punto di partenza? Senza, non sei altro che un adulto di due anni, che però non conosce più il fascino e il potenziale dell'infanzia. Ciò non significa, ribadisco, che l'obbedienza sia sufficiente. Ma una persona capace di obbedire, una persona adeguatamente disciplinata, è quantomeno uno strumento ben tarato. Certo, ci deve essere una visione, oltre la disciplina, oltre il dogma. Uno strumento ha sempre bisogno di uno scopo. È per tali ragioni che Cristo, nel Vangelo di Tommaso, dice: “Il Regno del Padre si estende sulla Terra, ma gli uomini non lo vedono”.75
Questo significa che ciò che vediamo dipende dalle nostre convinzioni religiose? Sì. E anche ciò che non vediamo. Potresti obiettare: “Ma io sono ateo.” No, non lo sei e per capirlo potresti leggere Delitto e castigo di Dostoevskij, forse il più grande romanzo che sia mai stato scritto, in cui il protagonista, Raskolnikov, decide di prendere il proprio ateismo sul serio e commette ciò che ha razionalizzato come un omicidio filantropico, pagandone il prezzo. Semplicemente non sei ateo nel tuo agire e sono proprio le azioni a riflettere in maniera accurata le convinzioni più profonde: quelle inconsce, incorporate nel tuo essere, al di sotto delle nozioni coscienti, dei comportamenti articolati e di una conoscenza superficiale di te stesso. Puoi scoprire ciò in cui credi veramente, anziché ciò in cui pensi di credere, solamente osservando come agisci. Non sai in che cosa credi, prima di farlo. Sei troppo complesso per capirti.
L'osservazione, l'istruzione, la riflessione e una comunicazione accurata con gli altri sono utili solo per scalfire la superficie delle tue convinzioni. Tutto ciò che apprezzi è il risultato di processi di sviluppo impensabilmente lunghi, personali, culturali e biologici. Non capisci quanto ciò che vuoi e quindi ciò che vedi sia condizionato dall'immenso, abissale e profondo passato. Non capisci come ogni circuito neurale attraverso cui guardi il mondo sia stato modellato, spesso dolorosamente, dagli obiettivi etici di milioni di anni di umanità e da tutta la vita vissuta nei miliardi di anni che ti hanno preceduto.
Non capisci nulla.
Non sapevi nemmeno di essere cieco.
Un ramo della conoscenza che riguarda le convinzioni umane è storicamente documentato. Ci siamo osservati agire, abbiamo riflettuto su quanto abbiamo visto e raccontato storie tratte da quella riflessione, per decine e forse centinaia di migliaia di anni. Rientra fra i tentativi, individuali e collettivi, di scoprire e articolare ciò in cui crediamo. Parte della conoscenza così formatasi è incapsulata negli insegnamenti fondamentali delle nostre culture, in scritti antichi come il Tao Te Ching, nei citati testi vedici o nelle storie bibliche. La Bibbia è, in ogni caso, il documento fondativo della civiltà occidentale, dei valori occidentali, della moralità occidentale e della concezione occidentale del bene e del male. È il prodotto di processi che rimangono fondamentalmente al di lì della nostra comprensione. È una biblioteca composta da tanti libri, ciascuno scritto e curato da molti autori. È un documento che si rivela, nel vero senso del termine: una storia selezionata, ordinata e dotata infine di coerenza, scritta da tutti e nessuno in molte migliaia di anni. La Bibbia è emersa dal profondo dell'immaginario collettivo umano, che è, esso stesso, il prodotto di forze inimmaginabili che hanno agito per insondabili intervalli di tempo. Lo studio attento e rispettoso della Bibbia può rivelarci molte verità sulle nostre convinzioni, su come agiamo e su come dovremmo agire, che non possono essere scoperte in nessun altro modo.
Il Dio dell'Antico Testamento e il Dio del Nuovo Testamento
Il Dio dell'Antico Testamento può apparire duro, giudice severo, imprevedibile e pericoloso, in particolare a una lettura superficiale. Questi aspetti sono probabilmente stati accentuati dai commentatori cristiani, con l'obiettivo di sottolineare le differenze tra Antico e Nuovo Testamento. Chi ha ordito questa trama, in senso lato, non ha pensato, però, che ci sarebbe stato un prezzo da pagare: la tendenza dei moderni a pensare, del Dio dell'Antico Testamento: “Non crederei mai in un Dio come quello.” Ma il Dio dell'Antico Testamento non si preoccupa molto di ciò che pensa la gente moderna. Spesso non si curava neppure di ciò che pensavano gli antichi, sebbene fosse sorprendentemente disponibile alla negoziazione, come risulta evidente dai racconti di Abramo. Se, però, la sua gente si allontanava dal sentiero tracciato, disobbedendo ai suoi ordini, violando gli accordi presi e infrangendo i comandamenti, allora si sarebbe di certo trovata nei guai. Se non avessi fatto quanto il Dio del Vecchio Testamento richiedeva, qualunque cosa fosse e comunque cercassi di nasconderlo, tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli vi sareste trovati in guai seri e terribili.
Sono stati i realisti ad aver creato o ad aver prestato orecchio al Dio dell'Antico Testamento. Gli abitanti di quelle antiche società che vagavano incuranti sulla strada sbagliata finirono per diventare schiavi e miserabili, a volte per secoli, finché non furono completamente cancellati dalla Terra. Era ragionevole? Era giusto? Era equo? Gli autori della Bibbia posero tali domande con grande cautela ed entro un certo preciso limite. Supposero che il creatore dell'Essere sapesse quanto stava facendo, che fosse onnipotente e che i suoi dettami dovessero essere seguiti in maniera scrupolosa. Erano saggi. Egli era una forza della natura. Un leone affamato è forse ragionevole, giusto o equo? Che tipo di domanda insensata è questa? Gli israeliti dell'Antico Testamento e i loro antenati sapevano che Dio non doveva essere preso in giro, e che qualunque inferno di cui la divinità irata potesse permettere l'esistenza, se contrariata, era reale. Dopo essere da poco riemersi da un secolo caratterizzato dagli orrori senza fine di Hitler, Stalin e Mao, potremmo dedurre la stessa cosa.
Il Dio del Nuovo Testamento viene spesso presentato come un personaggio diverso, anche se il libro dell'Apocalisse, con il giudizio universale, mette in guardia contro ogni autocompiacimento eccessivamente ingenuo. Sembra più un gentile Geppetto, mastro artigiano e padre benevolo. Per noi vuole solo il meglio. È amorevole e indulgente. Certo, ti manderà all'inferno, se ti comporti male. Fondamentalmente però è il Dio dell'amore. Quest'immagine sembra più ottimistica, più ingenuamente accogliente, ma proporzionalmente anche meno credibile. In un mondo come questo, una fucina di sventura, chi potrebbe credere a una storia del genere? Dio onnipotente, dopo Auschwitz? Fu per tali ragioni che il filosofo Nietzsche, forse il critico più sottile che si sia mai confrontato con il cristianesimo, considerava il Dio del Nuovo Testamento il peggior crimine letterario della storia occidentale. In Al di là del bene e del male, scrisse:76
Nell'Antico Testamento ebraico, il libro della giustizia divina, ci sono uomini, cose e discorsi descritti con uno stile tanto grandioso che le scritture greche e indiane non possiedono nulla di paragonabile. Ci si arresta con terrore e riverenza di fronte a queste portentose reliquie di ciò che una volta fu l'uomo, e si medita con tristezza sull'antica Asia e sull'Europa, la sua piccola penisola avanzata [...]. Aver unito, per fare un unico libro come “La Bibbia”, il “Libro in sé”, questo Nuovo Testamento (una specie di rococò del gusto, da ogni punto di vista) e l'Antico Testamento: questa è forse la maggior impudenza e il più grande “peccato contro lo spirito” che l'Europa letteraria abbia sulla coscienza.
Chi, se non il più ingenuo tra noi, potrebbe affermare che un essere tanto buono e misericordioso abbia governato questo mondo così terribile? Ma qualcosa che sembra incomprensibile a chi non vede potrebbe essere perfettamente evidente per qualcuno che ha gli occhi aperti.
Torniamo alla situazione in cui il tuo obiettivo è determinato da qualcosa di meschino, come l'invidia per il capo di cui parlavamo. A causa di quell'invidia, il mondo in cui vivi si rivela un luogo di amarezza, delusione e disprezzo. Immagina di accorgerti della tua infelicità, di osservarla e di rifletterci. Decidi anche di assumertene la responsabilità e osi affermare che, almeno in parte, è sotto il tuo controllo. Apri un occhio, per un momento, e guarda. Stai chiedendo qualcosa di meglio. Sacrifichi la meschinità, ti penti della tua invidia e apri il tuo cuore. Invece di maledire il buio, fai entrare una piccola luce. Decidi di mirare a una vita migliore, invece che a un ufficio migliore.
Ma non ti fermi qui. Ti rendi conto che è un errore guardare a una vita migliore, se ciò comporta che qualcun altro stia peggio. Quindi, diventi creativo. Scegli di giocare a un gioco più difficile. Decidi che vuoi una vita migliore, che renderà migliore anche la vita della tua famiglia o quella dei tuoi amici. Magari pure quella degli estranei intorno a loro. E i nemici? Vuoi includere anche loro? Non sai assolutamente come fare. Ma hai studiato un po' la storia. Sai come l'ostilità richiami ostilità. Quindi, inizi a desiderare il bene anche per i nemici, almeno in linea di principio, anche se non padroneggi ancora questi sentimenti.
E la direzione in cui mira il tuo sguardo cambia. Vedi oltre i limiti che ti circondano, senza saperlo. Emergono per te nuove possibilità e ti impegni a realizzarle. La tua vita migliora davvero. Quindi inizi a pensare: “Meglio? Forse è questo che significa per me, per la mia famiglia e per i miei amici, e anche per i miei nemici. Ma ha anche un altro significato. Vuol dire meglio oggi, in modo da rendere ogni cosa migliore domani, la settimana prossima e l'anno prossimo, tra un decennio e tra cento anni. E tra mille. E per sempre.”
E poi “meglio” significa puntare al Miglioramento dell'Essere, con la M e la E maiuscole. Pensando a tutto questo, rendendoti conto di tutto questo, corri un rischio. Decidi che inizierai a trattare il Dio dell'Antico Testamento, con tutto il suo potere terribile e spesso arbitrario, come se potesse essere anche il Dio del Nuovo Testamento, nonostante possa sembrarti per molti versi assurdo. In altre parole, decidi di comportarti come se l'esistenza possa essere giustificata dalla sua intrinseca bontà, se solo ti comporti correttamente. Ed è questa decisione, questa dichiarazione di fede esistenziale, che ti permette di superare il nichilismo, il risentimento e l'arroganza. È questa dichiarazione di fede a tenere a bada l'odio per l'Essere, con tutti i mali che lo accompagnano. E non corrisponde affatto alla volontà di credere a cose che sai perfettamente non essere vere. La fede non è il pensiero magico infantile. Quella è ignoranza o in alcuni casi cecità volontaria. La fede è invece la consapevolezza che le tragiche irrazionalità della vita devono essere controbilanciate da un altrettanto irrazionale impegno verso la bontà fondamentale dell'Essere. Allo stesso tempo è la volontà di osare, mirare all'irraggiungibile e sacrificare tutto, compresa la vita. Ti rendi conto che non c'è, letteralmente, nulla di meglio da fare. Ma come fai a realizzare tutto questo, ammesso che tu sia abbastanza incosciente da provarci?
Potresti iniziare smettendo di pensare o rifiutando di sottomettere la tua fede alla tua abituale razionalità e alla conseguente ristrettezza di vedute. Questo non significa diventare stupido. Significa esattamente il contrario. Vuol dire invece che devi smettere di manovrare e calcolare, tramare, complottare, costringere, esigere, evitare, ignorare e punire. Significa che devi mettere da parte le tue vecchie strategie. È il momento, invece, di fare attenzione, come non hai mai fatto prima.
Fai attenzione
Fai attenzione. Focalizzati sull'ambiente che ti circonda, fisico e psicologico. Nota che cosa ti infastidisce, ti preoccupa, che potresti sistemare, che vorresti sistemare. Puoi farlo ponendoti con sincerità tre domande: “Che cosa mi infastidisce?”, “È qualcosa che potrei sistemare?” e “Sarei davvero disposto a risolverlo?”. Se hai risposto no ad almeno una delle domande, rivolgi la tua attenzione altrove. Mira più in basso. Cerca fino a quando non trovi qualcosa che ti infastidisce, che potresti sistemare, che vorresti sistemare, e poi sistemalo. Per oggi è abbastanza.
Forse sulla scrivania c'è una pila di fogli che stai facendo finta di non vedere. A dire la verità, non l'hai nemmeno notata. Lì ci sono cose terribili in agguato: moduli per il pagamento delle tasse, fatture e lettere di persone che vogliono da te cose che non sei sicuro di riuscire a fare. Osserva con empatia il tuo timore. Forse in quella pila di fogli c'è qualche serpente in agguato. Forse verrai morso. Forse, nascoste lì pronte a scattare, ci sono anche delle idre, a cui taglierai una testa e a cui ne cresceranno altre sette. Come ci riuscirai?
Potresti chiederti: “C'è qualcosa che sarei disposto a fare per smaltire quelle carte? Potrei, forse, sistemarne una parte? Magari per venti minuti?”. Forse la risposta sarà “No!”, ma potresti provare a occuparti di dieci fogli, o anche di cinque, magari solo di uno. Inizia da lì. Scoprirai presto che l'intera pila si ridurrà, semplicemente perché ti sei occupato di una parte. E scoprirai che il tutto è fatto di parti. E se, come ricompensa, ti concedessi un bicchiere di vino a cena o qualche ora sul divano a leggere o a guardare un film stupido? E se incaricassi tua moglie o tuo marito di complimentarsi con te, dopo che hai svolto ciò che dovevi? Ti motiverà? Forse all'inizio le persone che vorresti ti ringraziassero non saranno molto abili nel farlo, ma ciò non dovrebbe fermarti: possono imparare. Chiediti onestamente di che cosa avresti bisogno per essere motivato a intraprendere quel lavoro e ascolta la risposta. Non dire a te stesso: “Non dovrei aver bisogno di farlo per essere motivato.” Che cosa sai di te stesso? Tu sei, da un lato, la cosa più complessa nell'intero universo e, dall'altra, qualcuno che non sa nemmeno impostare il timer del microonde. Non sovrastimare la conoscenza che hai di te stesso.
Lascia che i compiti del giorno si annuncino perché tu possa osservarli. Forse puoi farlo al mattino, mentre sei seduto sul bordo del letto. Forse puoi provare la sera prima, mentre stai per coricarti. Chiediti un contributo volontario. Se lo pretendi gentilmente, ascolti con attenzione e non cerchi di imbrogliare, forse lo otterrai. Fallo ogni giorno, per un po'. Quindi fallo per il resto della vita. Presto ti ritroverai in una situazione diversa, in cui abitualmente ti chiederai: “Cosa potrei fare, cosa sono disposto a fare, per rendere la vita un po' migliore?”. Non ti stai imponendo una particolare modalità. Non sei un totalitarista, né un utopista, nemmeno nei confronti di te stesso, perché hai imparato dai nazisti, dai sovietici, dai maoisti e dalla tua stessa esperienza che un regime totalitario è una brutta cosa. Punta in alto. Orienta la prospettiva al Miglioramento dell'Essere. Allineati, nell'anima, alla verità e al bene superiore. Ci sono un ordine vivibile da impostare e una bellezza da portare alla luce. C'è da sconfiggere il male, ridurre la sofferenza e migliorare te stesso.
È questo, a parer mio, il culmine dell'etica, secondo i canoni occidentali. È inoltre ciò che comunicano le parole, sempre oscure e illuminanti al tempo stesso, del Discorso della Montagna: culmine, in un certo senso, della saggezza del Nuovo Testamento. È il tentativo dello spirito dell'umanità di trasformare la comprensione dell'etica, dall'iniziale e necessario divieto dell'educazione del bambino e dei Dieci comandamenti, nella visione pienamente articolata e positiva dell'individuo autentico. È l'espressione non solo di un ammirevole autocontrollo e padronanza di sé, ma del desiderio fondamentale di impostare il mondo nel modo giusto. Non è la fine del peccato, ma l'opposto: il bene stesso. Il Discorso della Montagna delinea la vera natura dell'uomo e il vero scopo dell'umanità: focalizzarsi sul giorno, per vivere nel presente e occuparsi completamente e correttamente di ciò che per noi è giusto. Fallo, però, solo dopo aver deciso di lasciar splendere ciò che è dentro di te, perché giustifichi l'Essere e illumini il mondo. Fallo solo dopo aver deciso di sacrificare tutto ciò che è necessario per perseguire il bene supremo.
Guardate i gigli, come crescono; non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, in tutta la sua gloria, era vestito come uno di loro. Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto più per voi, gente di poca fede?
Non chiedetevi perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo, ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno.
Cercate invece il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta. (Luca 12,27-31)
Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la propria pena. (Matteo 6,34)
La comprensione si sta facendo strada. Invece di giocare al tiranno, quindi, adesso fai attenzione. Stai dicendo la verità, invece di manipolare il mondo. Stai negoziando, invece di giocare al martire o al tiranno. Non hai più bisogno di essere invidioso, perché non credi più che qualcun altro stia veramente meglio di te. Non devi più essere frustrato, perché hai imparato a non avere troppe pretese e a essere paziente. Stai scoprendo chi sei, cosa vuoi e cosa sei disposto a fare. Stai scoprendo che le soluzioni ai tuoi problemi particolari devono essere su misura per te, specifiche e precise. Sei meno interessato alle azioni degli altri, perché hai molto da fare.
Pensa alla tua giornata, ma mira al bene supremo.
Adesso, la tua traiettoria è rivolta al Cielo. Ciò ti rende pieno di speranza. Anche un uomo su una nave che affonda può essere felice, se si arrampica su una scialuppa di salvataggio. E chissà dove potrebbe andare, in futuro. Un viaggio felice può essere anche meglio della meta che raggiungerai.
Chiedi e ti sarà dato. Bussa e ti sarà aperto. Se chiedi, perché lo vuoi davvero, e se bussi, perché vuoi entrare, ti potrebbe essere offerta la possibilità di migliorare la tua vita, in parte, molto o del tutto. E grazie al tuo miglioramento, l'Essere stesso migliorerà.
Confrontati con chi eri ieri, invece di paragonarti a qualcun altro.


REGOLA 5
NON PERMETTERE CHE I TUOI FIGLI FACCIANO QUALCOSA CHE TE LI FARÀ PIACERE DI MENO
IN TUTTA ONESTÀ, COSÌ NON VA BENE

Di recente, ho visto un bambino di tre anni che seguiva i propri genitori in un aeroporto affollato, trascinandosi lentamente dietro di loro. Urlava con forza a intervalli di cinque secondi e, cosa più importante, lo faceva apposta. Non era stanco: da padre, riuscivo a capirlo dal tono della voce. Stava dando fastidio ai suoi genitori e a centinaia di altre persone per attirare l'attenzione. Forse voleva qualcosa. Ma non era possibile accontentarlo e i suoi genitori avrebbero dovuto farglielo capire. Magari si può pensare che fossero esausti e risentissero del jet lag, dopo un lungo viaggio. Ma se avessero dedicato trenta secondi di attenzione al problema, avrebbero posto fine a quell'episodio vergognoso. Genitori più avveduti non avrebbero lasciato che qualcuno cui volevano davvero bene diventasse oggetto di disprezzo da parte di una folla di sconosciuti.
Ho anche visto una coppia incapace di dire di no al figlio di due anni, obbligata a seguirlo da vicino ovunque andasse e in ogni momento di quella che avrebbe dovuto essere una piacevole occasione sociale: il bambino si comportava talmente male quando non gli si dedicava un'attenzione pressoché assoluta che era impossibile concedergli un secondo di vera libertà senza correre rischi. Il desiderio dei genitori di lasciare il figlio libero di reagire a ogni impulso, senza correggerlo, produceva per assurdo proprio l'effetto opposto: i genitori lo privavano così di ogni opportunità di agire in maniera indipendente. Dal momento che non osavano insegnargli il significato della parola “no”, il piccolo non aveva idea di quali fossero i limiti ragionevoli entro cui avrebbe avuto la massima autonomia disponibile per un bambino della sua età. Era un tipico esempio di come una confusione smisurata generi un eccesso di ordine e viceversa, inevitabilmente. Allo stesso modo, ho visto genitori incapaci di intrattenere una conversazione tra adulti, durante una cena, perché i loro figli, di quattro e cinque anni, dominavano la scena, mangiando la mollica di tutte le fette di pane disposte sulla tavola, sottomettendo tutti alla loro tirannia infantile, mentre mamma e papà li guardavano, imbarazzati e incapaci di intervenire.
Una volta, quando mia figlia, oggi adulta, era piccola, un altro bambino la colpì sulla testa con un camion giocattolo di metallo. Ho visto lo stesso bambino, un anno dopo, spingere con rabbia la sorella minore contro un fragile tavolino dalla superficie in vetro. La madre lo prese subito in braccio ma non prestò la stessa attenzione alla figlia spaventata; gli disse a voce bassa di non fare cose del genere, accarezzandolo per dargli conforto, in una maniera che indicava chiaramente la sua approvazione. Stava creando un piccolo dio imperatore dell'universo. È l'obiettivo non dichiarato di molte madri, anche di tante che si considerano sostenitrici della piena uguaglianza di genere. Sono donne che si oppongono con forza a qualsiasi imposizione proveniente da un maschio adulto, ma corrono subito a preparare un panino al burro per i propri figli maschi se questi lo reclamano mentre sono superbamente immersi in un videogioco. Le future compagne di questi bambini avranno tutte le ragioni per odiare le suocere. Il rispetto per le donne? Questo vale per gli altri ragazzi, per gli altri uomini, non per i loro cari figli.
Qualcosa di simile è forse in parte alla base della preferenza per i bambini maschi che si riscontra soprattutto in luoghi come l'India, il Pakistan e la Cina, dove l'aborto selettivo in base al sesso è ampiamente praticato. La voce di Wikipedia relativa a questa pratica ne attribuisce l'esistenza a “norme culturali” che favoriscono il sesso maschile rispetto a quello femminile. Cito Wikipedia a proposito perché è un'enciclopedia redatta da numerosi utenti e, quindi, il luogo perfetto per comprendere quale sia la conoscenza collettivamente accettata. Ma non ci sono prove che queste idee siano un prodotto strettamente culturale. Ragioni psicofisiche plausibili motivano l'evoluzione di un tale atteggiamento e non sono gradevoli, in una prospettiva moderna ed egalitaria. Se le circostanze ti costringono, per così dire, a mettere tutte le uova in un paniere, un figlio maschio è una scommessa migliore, secondo i rigidi standard della logica evolutiva, dove la proliferazione genetica è tutto ciò che conta. Perché?
Be', una figlia che si riproduce con successo potrebbe procurarti otto o nove discendenti. Yitta Schwartz, che sopravvisse all'Olocausto, fu maestra in questo ambito e si assicurò tre generazioni di discendenti diretti che replicarono la sua performance. Al momento della morte, avvenuta nel 2010, era la progenitrice di quasi 2000 persone.77 Ma per un figlio maschio che si riproduce con successo non ci sono limiti. La possibilità di avere rapporti sessuali con più partner femminili gli consente di riprodursi in maniera esponenziale. Si dice che l'attore Warren Beatty e l'atleta Wilt Chamberlain siano stati a letto con diverse migliaia di donne, numeri raggiunti anche dalle rockstar. Non hanno avuto così tanti figli: i moderni metodi di contraccezione limitano le nascite, ma in passato celebrità simili a loro hanno lasciato una vasta progenie. L'antenato della dinastia Qing, Giocangga (nato nel 1550 circa), per esempio, fu il capostipite di un milione e mezzo di persone nella Cina nordorientale.78 La dinastia medievale Uí Néill diede vita a tre milioni di discendenti maschi, localizzati principalmente nell'Irlanda nordoccidentale e negli Stati Uniti, in seguito ai fenomeni migratori.79 E il re di tutti i maschi prolifici, Gengis Khan, conquistatore di gran parte dell'Asia, è l'antenato dell'8% degli uomini che vivono in Asia centrale: sedici milioni di discendenti maschi, trentaquattro generazioni dopo.80 Quindi, in una prospettiva strettamente biologica, vi sono ragioni per cui i genitori potrebbero favorire i figli tanto da decidere di eliminare i feti femminili: con questo non voglio affermare che ci sia una causalità diretta, né suggerire la mancanza di altre ragioni, di natura più culturale.
Il trattamento preferenziale concesso al figlio durante lo sviluppo potrebbe anche aiutare a crescere un uomo attraente, dalle mille risorse e sicuro di sé. Il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, dichiarò: “Un uomo che è stato l'indiscutibile favorito della propria madre mantiene per sempre la sensazione di essere un conquistatore, quella fiducia nel successo che spesso porta a un vero successo.”81 È abbastanza vero. Ma la “sensazione di essere un conquistatore” può agevolmente creare un vero conquistatore. L'eccezionale successo riproduttivo di Gengis Khan si è certamente verificato a spese del potenziale successo di altri, compresi i milioni di morti cinesi, persiani, russi e ungheresi. Viziare un figlio potrebbe quindi funzionare bene dal punto di vista del “gene egoista”, perché permette ai geni del bambino preferito di replicarsi in una prole sconfinata, per usare la famosa espressione del biologo evoluzionista Richard Dawkins. Ma può mettere in scena una rappresentazione oscura e dolorosa nel qui e ora, e trasformarsi in qualcosa di indescrivibilmente pericoloso.
Quanto detto finora non significa assolutamente che tutte le madri favoriscano i figli maschi rispetto alle figlie, che le figlie a volte non siano preferite rispetto ai figli, o che i padri non coltivino nessun tipo di favoritismo. Possono chiaramente intervenire altri fattori. A volte l'odio, più o meno inconscio, sovrasta qualsiasi preoccupazione che un genitore potrebbe avere per il figlio, a prescindere dal sesso, dalla personalità o dalla situazione. Ho visto un bambino di quattro anni lasciato regolarmente in preda alla fame. La sua tata si era fatta male, e lui veniva affidato alle cure temporanee dei vicini, a rotazione. Quando la madre lo lasciò a casa nostra, lui disse che non avrebbe mangiato affatto, per tutto il giorno. “Va bene così” disse. Non andava bene così, ovviamente. Era lo stesso bambino di quattro anni che rimase avvinghiato a mia moglie per ore, con una disperazione e una tenacia assolute, dopo che lei ostinatamente, con perseveranza e provvidenzialmente riuscì a fargli mangiare un intero pasto, ricompensandolo per la collaborazione e rifiutandosi di lasciarlo fallire. Il bambino si sedette a tavola con tutti noi, mia moglie, io, i nostri due figli e due bambini del vicinato che quel giorno erano a casa nostra, tenendo la bocca chiusa. Mia moglie gli mise il cucchiaio davanti, aspettando con pazienza e con costanza, mentre lui muoveva la testa avanti e indietro, rifiutando il boccone e difendendosi come fa tipicamente un bambino di due anni ostinato e di cui nessuno si preoccupa troppo.
Mia moglie non gli permise di fallire: ogni volta che lui riusciva a inghiottire un boccone, lei gli dava una carezza sulla testa e gli diceva con sincerità che era un bravo bambino. Pensava davvero che fosse un bravo bambino. Era un bambino gradevole ma disturbato. Dopo dieci minuti non troppo difficili, terminò il pasto. Osservavamo tutti con attenzione. Era una scena carica di emozione.
“Guarda” disse mia moglie, sollevando il piatto. “Hai finito tutto.” Quel bambino che, quando lo vidi per la prima volta, aveva scelto di relegarsi in un angolo con atteggiamento triste, che non si relazionava con gli altri coetanei, che teneva un broncio perenne, che non reagiva quando gli facevo il solletico o lo pungolavo, cercando di farlo giocare, si aprì subito in un ampio sorriso raggiante. Riempì di gioia tutte le persone che erano sedute al tavolo. Vent'anni dopo, mentre scrivo, mi fa ancora commuovere. Poi seguì mia moglie come un cucciolo per il resto della giornata, rifiutandosi di allontanarsi da lei. Quando lei si sedeva, lui le saltava in grembo, accoccolandosi e aprendosi di nuovo al mondo, cercando disperatamente l'amore che gli era stato continuamente negato. Più tardi nel corso della giornata, ma comunque troppo presto, la madre riapparve. Scese le scale ed entrò nella stanza in cui ci trovavamo tutti insieme. “Oh, ecco una supermamma” esclamò risentita alla vista del figlio accoccolato sulle ginocchia di mia moglie. Poi se ne andò, insensibile, con l'animo crudele immutato, tenendo per mano il bambino condannato. Era una psicologa. Ci sono cose che si vedono anche con un occhio solo. Non c'è da meravigliarsi che le persone desiderino rimanere cieche.
A nessuno piace fare i conti
I miei clienti vengono spesso da me per discutere dei loro problemi familiari di tutti i giorni. Le preoccupazioni quotidiane sono insidiose. Il loro verificarsi abituale e prevedibile le fa apparire banali. Ma quell'apparenza di banalità è ingannevole: la nostra vita è fatta delle cose che accadono ogni giorno, e le volte in cui ci comportiamo nello stesso modo di fronte a circostanze simili si sommano tra loro a un ritmo allarmante. Di recente, un padre mi ha parlato delle difficoltà che stava incontrando nel mettere il figlio a letto, la sera, un rituale che di solito implicava circa tre quarti d'ora di lotta. Facemmo i conti: quarantacinque minuti al giorno sono cinque ore alla settimana, venti ore al mese e duecentoquaranta ore all'anno. È un mese e mezzo di lavoro, se si considera una media di quaranta ore settimanali.
Il mio paziente trascorreva un mese e mezzo di lavoro all'anno lottando in maniera inefficace e infelice con il figlio. Inutile dire che entrambi ne soffrivano. Non importa quanto siano buone le tue intenzioni, o quanto tu sia dolce e tollerante per indole, non puoi avere una buona relazione con qualcuno con cui lotti per un mese e mezzo all'anno. Il risentimento inevitabilmente crescerà. Anche se così non fosse, potresti impiegare tutto quel tempo sprecato e sgradevole in attività più produttive e utili, meno stressanti e più piacevoli. Perché si verificano queste situazioni? Di chi è la colpa, del figlio o del genitore? Della natura o della società? E cosa si può fare, sempre che si possa fare qualcosa?
Alcuni attribuiscono la colpa di tutti questi problemi agli adulti, siano i genitori o la società in generale. “Non esistono bambini cattivi” pensano queste persone, “ma solo cattivi genitori.” Se richiamiamo alla mente l'immagine idealizzata di un bambino puro e senza alcuna tendenza al peccato, quest'idea ci appare pienamente giustificata. La bellezza, l'apertura, la gioia, la fiducia e la capacità di amare che caratterizzano i bambini ci portano facilmente ad attribuire la piena colpevolezza agli adulti coinvolti. Ma un simile atteggiamento è pericolosamente e ingenuamente romantico. È troppo unilaterale, nel caso di genitori che si relazionino con un figlio o con una figlia particolarmente difficili. E non è certo la scelta migliore ritenere acriticamente che la causa di tutta la corruzione umana sia da ricercare alla base della società. Questa conclusione sposta semplicemente il problema indietro nel tempo. Non spiega e non risolve niente. Se la società è corrotta, ma gli individui al suo interno non lo sono, allora da dove nasce la corruzione? Come si propaga? È una teoria unilaterale e profondamente ideologica.
Ancora più problematica è l'idea, che deriva logicamente da questa presunzione di corruzione sociale, secondo cui tutti i problemi individuali, anche se rari, debbano essere risolti con una riorganizzazione culturale, per quanto radicale. La nostra società risponde alla richiesta crescente di smantellare le proprie stabilizzanti tradizioni per includere gruppi sempre più ristretti di persone che non rientrano o non vogliono rientrare nelle categorie su cui anche le nostre stesse percezioni si basano. Non è una buona cosa. Non si possono risolvere i problemi dei singoli con una rivoluzione sociale, perché le rivoluzioni sono destabilizzanti e pericolose. Abbiamo imparato a vivere insieme e a organizzare le nostre complesse società a poco a poco e in maniera sempre più articolata, in un lasso temporale molto ampio, e non capiamo con sufficiente chiarezza perché ciò che facciamo funziona. Quindi, alterare incautamente i nostri comportamenti sociali, nel nome di alcuni shibboleth ideologici, è probabile che produca molti più problemi che risultati positivi, se consideriamo la sofferenza che generalmente anche le piccole rivoluzioni producono.
Per esempio, sono davvero una buona cosa le leggi che semplificano il divorzio? Non saprei dire con certezza se i bambini, le cui vite sono destabilizzate dalla presunta libertà introdotta da questo tentativo di emancipazione, risponderebbero positivamente. Orrore e terrore sono in agguato oltre le mura costruite molto saggiamente dai nostri antenati. Abbattiamo quelle mura a nostro rischio e pericolo. Pattiniamo, inconsapevoli, su un sottile strato di ghiaccio al di sotto del quale l'acqua è gelida e profonda e ospita mostri inimmaginabili. Vedo i genitori di oggi terrorizzati dai figli, non da ultimo perché madri e padri sono considerati i colpevoli più probabili di questa ipotetica tirannia sociale e al tempo stesso non è riconosciuto loro il merito di svolgere un ruolo positivo e necessario nel trasmettere disciplina, ordine e senso della tradizione. Si muovono, a disagio e impacciati, nell'ombra troppo incombente dell'ethos adolescenziale degli anni Sessanta e Settanta, un periodo in cui gli eccessi hanno portato a una diffusa critica e denigrazione dell'età adulta, a una sconsiderata sfiducia nell'esistenza di un potere costituito e all'incapacità di distinguere tra il caos dell'immaturità e la libertà responsabile. Questa situazione accresce la sensibilità dei genitori alla sofferenza emotiva, a breve termine, dei figli, aumentando nel contempo la paura di danneggiarli in maniera dolorosa e controproducente. Meglio questo del contrario, si potrebbe obiettare, ma ci sono catastrofi in agguato ai margini del dominio della morale.
Il cattivo selvaggio
È stato detto che ogni individuo è un seguace, consapevole o meno, di qualche influente filosofo. La convinzione che i bambini abbiano uno spirito intrinsecamente intatto, che viene danneggiato solo dall'incontro con la cultura e con la società, deriva in gran parte dal filosofo svizzero di lingua francese Jean-Jacques Rousseau, che visse nel diciottesimo secolo.82 Rousseau era un fervente sostenitore della teoria secondo cui la società umana, e con essa la proprietà privata, esercita sull'individuo un'influenza corruttrice. Affermò che nulla era altrettanto amabile e meraviglioso quanto l'uomo nel suo stato precivilizzato. Proprio nello stesso momento, accorgendosi della propria inettitudine come padre, abbandonò cinque dei suoi figli alla tenera e fatale pietà degli orfanotrofi dell'epoca.
Il buon selvaggio descritto da Rousseau era, però, un ideale, un'astrazione, archetipica e religiosa, e non la realtà in carne e ossa, come credeva il filosofo. Il bambino divino mitologicamente perfetto è sempre presente nella nostra immaginazione. È il potenziale della gioventù, dell'eroe appena nato, dell'innocente che subisce un torto e del figlio, da tempo perduto, del re legittimo. È l'accenno di immortalità che accompagna le nostre prime esperienze. È Adamo, l'uomo perfetto, che cammina senza peccato accanto a Dio nel giardino, prima della caduta. Ma gli esseri umani sono malvagi, oltre che buoni, e l'oscurità che dimora sempre nelle nostre anime è ben presente anche nel nostro io più giovane. In generale, le persone migliorano con l'età, piuttosto che peggiorare, perché, con la maturità, diventano più gentili, più coscienziose e più stabili emotivamente.83 Nella società adulta raramente il bullismo si manifesta con la stessa pura e spesso terribile intensità della scuola.84 C'è un motivo se l'oscuro e anarchico Signore delle mosche di William Golding è un classico.
Inoltre, ci sono molte prove che gli orrori del comportamento umano non possono essere attribuiti così facilmente alla storia e alla società. Ciò fu scoperto, forse in maniera troppo dolorosa, dalla primatologa Jane Goodall, quando apprese che i teneri scimpanzé erano capaci di uccidersi a vicenda e pronti a farlo.85 Per la natura scioccante di quelle rivelazioni e per il grande significato antropologico, mantenne per anni il segreto su ciò che aveva scoperto, temendo che il contatto che lei aveva avuto con gli animali li avesse portati a manifestare comportamenti innaturali. Anche dopo la pubblicazione del resoconto, molti rifiutarono di crederci. Ben presto, però, divenne ovvio che quanto aveva osservato non era affatto raro.
Senza mezzi termini: gli scimpanzé conducono una guerra intertribale. Inoltre, lo fanno con brutalità quasi inimmaginabile. Il tipico scimpanzé adulto è forte più del doppio di un essere umano di pari grado, nonostante le dimensioni più ridotte.86 Jane Goodall riferì con un certo orrore della propensione degli scimpanzé da lei studiati a spezzare forti cavi e leve d'acciaio.87 Gli scimpanzé possono letteralmente fare a pezzi un individuo. E lo fanno. Le società umane e le loro complesse tecnologie non possono certo essere incolpate di questo.88 “Spesso, quando mi svegliavo durante la notte” scrive la studiosa, “mi tornavano in mente immagini terrificanti, come quella di Satana [uno scimpanzé che da tempo la studiosa teneva sotto osservazione] che portava la mano a coppa sotto il mento di Sniff per bere il sangue che sgorgava da una grande ferita sul suo volto... Jomeo che toglieva una striscia di pelle dalla coscia di Dé; Figan che caricava e colpiva, ancora e ancora, il corpo abbattuto e tremante di Golia, uno degli eroi della sua infanzia.”89 Piccole bande di scimpanzé adolescenti, per lo più di sesso maschile, s'aggirano entro i confini del loro territorio. Se incontrano estranei - anche scimpanzé che una volta frequentavano e che in seguito si sono allontanati dal gruppo ormai troppo grande - e se sono in maggioranza, li attaccano e li massacrano, senza pietà. Gli scimpanzé non hanno un vero e proprio super-io ed è prudente ricordare che anche la capacità di autocontrollo umana può essere sovrastimata. L'attenta lettura di un libro scioccante e terrificante come Lo stupro di Nanchino90 di Iris Chang, che racconta della brutale decimazione di quella città cinese da parte degli invasori giapponesi, è in grado di disincantare anche il romantico più convinto. E meno si parla della Unit 731, un'unità di ricerca giapponese sulla guerra biologica fondata in quel periodo, meglio è. Leggete in proposito a vostro rischio e pericolo, vi ho avvertito.
I cacciatori-raccoglitori, inoltre, sono molto più sanguinari degli uomini che vivono nelle città e nelle società industrializzate, nonostante la vita in comune e la cultura locale. Il tasso annuale di omicidi nel moderno Regno Unito è di circa 1 su 100.000.91 Negli Stati Uniti il rapporto è da quattro a cinque volte più elevato ed è circa novanta volte superiore in Honduras, la cui percentuale di omicidi è la più alta registrata in qualsiasi nazione moderna. Ma i dati indicano chiaramente che gli esseri umani sono diventati più pacifici, e non il contrario, con il trascorrere degli anni e di pari passo alla crescita e allo sviluppo delle società attuali. I boscimani !Kung africani, descritti in maniera romantica da Elizabeth Marshall Thomas negli anni Cinquanta come “popolo inoffensivo”,92 avevano un tasso di omicidi annuali di 40 ogni 100.000 individui, che diminuì di oltre il 30 per cento dopo che furono assoggettati all'autorità statale.93 È un esempio molto istruttivo di come le strutture sociali complesse servano a ridurre, non a esacerbare, le tendenze violente degli esseri umani. Tra gli Yanomami del Brasile, famosi per la loro aggressività, sono stati registrati tassi annuali di omicidio pari a 300 su 100.000 individui, e non è certo il dato più sconcertante. Gli abitanti di Papua, in Nuova Guinea, si uccidono con tassi annuali che vanno da 140 a 1000 ogni 100.000 individui.94 Il record sembra, però, quello dei Kato, una popolazione indigena della California, all'interno della quale 1450 individui ogni 100.000 hanno incontrato una morte violenta intorno al 1840.95
Dal momento che i bambini, come gli altri esseri umani, non sono unicamente buoni, non possono semplicemente essere lasciati a se stessi, senz'alcun intervento della società, pretendendo che crescano immersi nella perfezione. Anche i cani devono essere educati se vogliamo che siano accettati dal branco. I bambini sono molto più complessi dei cani. Ciò significa che è molto più probabile che vadano alla deriva se non vengono educati, disciplinati e adeguatamente incoraggiati. Perciò attribuire tutte le tendenze violente degli esseri umani alle patologie della società è tanto sbagliato da sembrare un'ingenuità. L'educazione, processo fondamentale, previene molti danni e favorisce uno sviluppo positivo. I bambini devono essere formati e informati, altrimenti non cresceranno bene. Questo aspetto si riflette in maniera evidente nel loro comportamento: i ragazzi cercano disperatamente l'attenzione dei pari e degli adulti, perché quell'attenzione, che li rende attori sociali efficaci ed evoluti, è di importanza vitale.
I bambini possono risentire negativamente per una mancanza di attenzione efficace altrettanto, o ancor più, che per abusi fisici o psicologici. È un danno che nasce da una mancanza, invece che da un comportamento nocivo, ma non per questo gli effetti sono meno gravi e duraturi. I bambini subiscono un danno quando genitori che sono disattenti in buona fede non riescono a renderli acuti, attenti e svegli, e li abbandonano invece in uno stato di incoscienza e di confusione. I bambini subiscono un danno quando chi si dovrebbe occupare di loro, timoroso di qualsiasi conflitto o turbamento, non osa più correggerli e li lascia privi di guida. Sono in grado di riconoscere questi bambini non appena li vedo. Sono molli, disattenti e distratti. Sono grigi e spenti invece che brillanti e luminosi. Sono pietre non scolpite, intrappolate in un perenne stato di attesa.
Bambini simili sono cronicamente ignorati dai coetanei, perché non è divertente giocare con loro. Da adulti tendono a manifestare lo stesso atteggiamento, anche se, interrogati in merito, cercano disperatamente di negarlo. Quando, all'inizio della mia carriera, lavoravo negli asili, i bambini relativamente trascurati venivano da me disperati, nella loro maniera goffa e impacciata, senza il senso della giusta distanza e senza essere pronti al gioco. Si gettavano sulle mie ginocchia, o vicino a me, a prescindere da quel che stavo facendo, inesorabilmente guidati dal forte desiderio di richiamare l'attenzione di un adulto, catalizzatore necessario di un ulteriore sviluppo. Era molto difficile non reagire con fastidio, persino con disgusto, a questi bambini e al loro infantilismo troppo prolungato, difficile non spingerli letteralmente da parte, anche se mi facevano molta pena e capivo bene la loro situazione. Credo che quella risposta, per quanto dura e terribile, fosse un segnale di avvertimento interno, quasi universalmente sperimentato, che indicava il relativo pericolo di stabilire una relazione con un bambino non correttamente educato: la probabilità di un'immediata e inadeguata dipendenza, che avrebbe dovuto essere focalizzata sul genitore, e la tremenda richiesta di tempo e risorse che l'accettazione di un simile rapporto avrebbe comportato. Di fronte a quella situazione, i coetanei potenzialmente amichevoli e gli adulti interessati sono molto più propensi a rivolgere la loro attenzione all'interazione con altri bambini il cui rapporto tra costi e benefici, per dirla senza mezzi termini, sarebbe molto più basso.
Genitore o amico
L'abbandono e il maltrattamento, che fanno parte di approcci educativi scarsamente strutturati o addirittura del tutto assenti, possono essere deliberati, ossia motivati da ragioni esplicite e consapevoli, seppure sbagliate. Ma il più delle volte, i genitori moderni sono semplicemente paralizzati dalla paura di non essere più apprezzati o persino amati dai loro figli se questi vengono castigati. Vogliono soprattutto l'amicizia dei figli e sono disposti a sacrificare il rispetto per averla. Così non va bene. Un bambino avrà molti amici, ma solo due genitori e i genitori sono qualcosa di più, non di meno, degli amici. Gli amici non hanno una grande influenza né un forte potere correttivo. Pertanto, ogni genitore deve imparare a tollerare la rabbia momentanea o anche l'odio che i figli riversano su di lui dopo che ha intrapreso le azioni necessarie a guidarli, perché la capacità dei bambini di percepire le conseguenze a lungo termine, o di preoccuparsene, è molto limitata. I genitori sono gli arbitri della società. Insegnano ai bambini come comportarsi perché le altre persone siano in grado di interagire significativamente e produttivamente con loro.
Educare un bambino è un atto di responsabilità. Non si tratta di esprimere rancore di fronte a comportamenti scorretti. Non si parla di vendetta di fronte a un misfatto. L'educazione è invece un'attenta combinazione di empatia e capacità di giudizio a lungo termine. Una corretta disciplina richiede uno sforzo, anzi, è praticamente sinonimo di impegno. È difficile prestare un'attenzione autentica ai bambini. È difficile capire cosa è sbagliato e cosa è giusto, e perché. È difficile formulare strategie disciplinari giuste ed empatiche e verificarne la fattibilità con le altre persone che si occupano di crescere il bambino insieme a noi. A causa di questa combinazione di responsabilità e difficoltà, qualsiasi indizio ci suggerisca che ogni limitazione imposta ai bambini è dannosa può essere, per assurdo, accolto. Una simile idea, una volta accettata, consente agli adulti, che dovrebbero essere più avveduti, di abbandonare il proprio ruolo di agenti di inculturazione e di fingere che farlo sia un bene per i bambini. È un autoinganno profondo e pericoloso. È una scelta pigra, crudele e imperdonabile. E la nostra tendenza a trovare giustificazioni non finisce qui.
Supponiamo che le regole inibiscano davvero in modo irrecuperabile quella che altrimenti sarebbe la creatività sconfinata e innata dei nostri figli, anche se la letteratura scientifica indica chiaramente, in primo luogo, che la vera creatività è incredibilmente rara96 e, in secondo luogo, che le limitazioni facilitano invece che inibire i risultati creativi.97 La convinzione che le regole e la struttura siano elementi dannosi si accompagna spesso all'idea che i bambini siano in grado di scegliere saggiamente quando dormire e cosa mangiare, se semplicemente la loro natura perfetta avesse la possibilità di manifestarsi. Entrambe queste ipotesi sono ugualmente infondate. I bambini sono perfettamente in grado di provare a sopravvivere a hot dog, hamburger e gelati, se così attireranno l'attenzione, acquisteranno potere o eviteranno di provare qualcosa di nuovo. Invece di andare a letto tranquillamente, i bambini combatteranno contro il sonno fino a quando non barcolleranno dalla stanchezza. Sono inoltre perfettamente ben disposti a provocare gli adulti, mentre esplorano i complessi confini dell'ambiente sociale, proprio come i giovani scimpanzé infastidiscono gli adulti nei loro gruppi.98 Osservare le conseguenze della presa in giro e dello scherno permette allo scimpanzé e al bambino di scoprire i limiti di ciò che potrebbe altrimenti essere una libertà troppo destrutturata e terrificante. Questi limiti, una volta scoperti, forniscono sicurezza, anche se individuarli provoca una delusione o una frustrazione momentanea.
Ricordo di aver portato mia figlia al parco giochi, una volta, quando aveva circa due anni. Si stava arrampicando sulle sbarre ed era appesa a mezz'aria. Un piccolo diavoletto particolarmente provocatorio che aveva circa la stessa età era in piedi sopra di lei, sulla stessa sbarra che lei stringeva tra le mani. Lo vidi avvicinarsi a lei. I nostri sguardi s'incrociarono. Lentamente e volutamente salì con i piedi sulle mani di mia figlia, premendo con forza crescente, ancora e ancora, mentre mi fissava. Sapeva esattamente cosa stava facendo. “Beccati questa, paparino” era la sua filosofia. Era già giunto alla conclusione che gli adulti erano spregevoli e che poteva tranquillamente sfidarli. Peccato, quindi, che fosse destinato a diventare uno di loro. Quello era il futuro senza speranza che i genitori gli avevano rifilato. Con suo grande e benefico shock, lo sollevai di peso dall'attrezzatura del parco giochi e lo scaraventai a terra, a dieci metri di distanza.
No, non lo feci. Semplicemente, portai mia figlia da un'altra parte. Ma sarebbe stato meglio per lui se l'avessi fatto.
Immagina un bambino che colpisce più volte la madre in volto. Perché dovrebbe fare una cosa del genere? È una domanda stupida e imperdonabilmente ingenua. La risposta è ovvia. Per dominarla. Per vedere se può farla franca. La violenza, dopo tutto, non è un mistero. È la pace il vero mistero. La violenza è la nostra impostazione di default. È facile. La pace è difficile: la impariamo, ci viene inculcata, la guadagniamo. Le persone spesso si pongono domande sulla psicologia umana da un punto di vista paradossale. Perché le persone assumono droghe? Non è un mistero. Il mistero è perché non le assumono di continuo. Perché le persone soffrono d'ansia? Non è un mistero. Come fanno le persone a rimanere calme? Ecco il mistero. Siamo fragili e mortali. Un milione di cose possono andare male, in milioni di modi diversi. Dovremmo essere spaventati a morte, ogni secondo della nostra vita. Ma non è così. Lo stesso si può dire della depressione, della pigrizia e della criminalità.
Se posso ferirti e sopraffarti, allora significa che posso fare esattamente ciò che voglio, quando voglio, anche se sei nei paraggi. Ti posso tormentare per appagare la mia curiosità. Posso non prestarti attenzione e dominarti. Posso rubarti il giocattolo. I bambini attaccano, prima di tutto, perché l'aggressività è innata, anche se più dominante in alcuni individui e meno in altri. In secondo luogo, lo fanno perché l'aggressività stimola il desiderio. È folle pensare che questo tipo di comportamento sia appreso. Un serpente non ha bisogno di imparare ad attaccare. È nella natura della bestia. I bambini di due anni, secondo la statistica, sono le persone più violente in assoluto.99 Danno calci, colpiscono, mordono e rubano gli oggetti degli altri. Lo fanno per esplorare, per esprimere sdegno e frustrazione e per gratificare i loro desideri impulsivi. Ma più importante, ai fini del nostro discorso, è che si comportano così per scoprire i veri limiti del comportamento accettabile. In quale altra maniera possono capire che cosa è considerato accettabile? I bambini sono come ciechi in cerca di un muro. Devono mettere le mani avanti, procedere a tentoni, per capire dove si trovano effettivamente i confini, che di rado sono dove ci è stato indicato.
La correzione coerente di queste azioni indica al bambino quali sono i limiti di un'aggressività accettabile. Una mancanza in tal senso non fa che accrescere la curiosità, tanto che il bambino darà pugni, morsi e calci, se è aggressivo e dominante, fino a quando non incontrerà un limite. Con quanta forza posso picchiare la mamma? Fino a quando lei non disapprova il mio comportamento. Detto ciò, è meglio una correzione tempestiva che tardiva, se il genitore non desidera essere colpito. La correzione aiuta anche il bambino a capire che picchiare gli altri è una strategia sociale non ottimale. Senza una correzione, nessun bambino si sottopone all'impegnativo processo di organizzare e regolare i propri impulsi, perché possano coesistere, senza conflitto, nella sua psiche e nel più ampio mondo sociale. Organizzare una mente non è una questione semplice.
Nei primi anni mio figlio era particolarmente irritabile. Quando mia figlia era piccola, riuscivo a bloccarla fulminandola con lo sguardo. Quel tipo di intervento non aveva, invece, alcun effetto su mio figlio. All'età di nove mesi riuscì a mettere in difficoltà mia moglie, che non è certo una persona debole, al momento della cena. Lottò con lei per il controllo del cucchiaio. “Bene” pensammo. Non avevamo comunque intenzione di imboccarlo un minuto di più del necessario. Ma quell'esserino era disposto a mandare giù solo tre o quattro bocconi, prima di mettersi a giocare. Rimestava il cibo nel piatto. Va bene, nessun problema, stava esplorando. Ma così non mangiava a sufficienza. Poi, dato che non mangiava a sufficienza, non dormiva bene. Allora le sue urla di mezzanotte svegliavano noi genitori, che ci imbronciavamo e diventavamo di cattivo umore. Era frustrante per la mamma, che si sfogava su di me. Non era una buona linea di condotta.
Dopo qualche giorno di questo degrado, decisi di riprendere il cucchiaio. Mi preparai alla guerra. Mi ritagliai il tempo che pensavo sarebbe stato necessario. Un adulto paziente può sconfiggere un bambino di due anni, per quanto sia difficile crederlo. Come si dice: “Età e inganno sconfiggeranno sempre gioventù e abilità”. Ciò accade in parte perché, all'età di due anni, il tempo è infinito. Mezz'ora corrispondeva a una settimana, nella vita di mio figlio. Mi assicurai la vittoria. Lui era cocciuto e terribile, ma io potevo essere peggio. Ci sedemmo, uno di fronte all'altro, con il piatto davanti a lui. Era come “Mezzogiorno di fuoco”. Lui lo sapeva e io lo sapevo. Afferrò il cucchiaio. Io glielo tolsi di mano e presi una cucchiaiata di delizioso purè. Avvicinai il cucchiaio alla sua bocca: lui serrò le labbra e rifiutò il cibo. Mossi il cucchiaio vicino alla sua bocca, mentre lui scrollava la testa.
Ma avevo altri assi nella manica. Con la mano libera, gli diedi alcuni colpetti sul petto, per provocargli fastidio. Non si smosse. Ripetei: ancora e ancora. Non per fargli male, ma in maniera che non mi potesse ignorare. Una decina di colpetti più tardi, aprì la bocca, per esprimere contrarietà. Ah, errore. Gli infilai abilmente il cucchiaio in bocca. Mio figlio cercò coraggiosamente di sputare il boccone, ma avevo una risposta pronta anche per questo. Misi l'indice in orizzontale sulle sue labbra. Un po' di cibo uscì, ma ne inghiottì dell'altro. Un punto per papà. Gli accarezzai la testa e gli dissi che era un bravo bambino. E dicevo sul serio. Quando qualcuno fa qualcosa che vuoi che faccia, ricompensalo. Nessun rancore dopo la vittoria. Un'ora dopo, era tutto finito. Lui si era arrabbiato e aveva pianto. Mia moglie era uscita dalla stanza per il troppo stress. Ma il bambino aveva mangiato. Poi, esausto, era crollato sul mio petto. Schiacciammo entrambi un pisolino. E quando si svegliò, mi apprezzava molto più di prima.
Era qualcosa che osservavo tipicamente in occasione di ogni scontro diretto, e non solo con lui. Qualche tempo dopo cominciammo, con un'altra coppia, ad aiutarci reciprocamente e a turno nella cura dei figli. Tutti i bambini si riunivano in un'abitazione. Poi una coppia usciva a cena o a vedere un film, lasciando all'altra la cura dei piccoli che non avevano più di tre anni. Una sera, si unì un'altra coppia. Non conoscevo loro figlio, un bambino di due anni, grande e forte.
“Non dormirà” disse il padre. “Dopo che l'avrai messo a letto, si alzerà e vi raggiungerà. Di solito gli facciamo vedere i cartoni animati del ‘mondo di Elmo'.”
“Non premierò in alcun modo un bambino ostinato per un comportamento inaccettabile” pensai “e di sicuro non gli farò vedere ‘Il mondo di Elmo'.” Non mi è mai piaciuto quel pupazzo inquietante dalla voce stridula. Quindi un premio con i cartoni di Elmo non era nei miei piani. Non è possibile parlare ai genitori dei loro figli, a meno che non siano pronti ad ascoltare.
Due ore dopo, mettemmo i bambini a letto. Quattro si addormentarono subito, ma non il piccolo fan dei Muppet. L'avevo messo in un lettino con le sbarre, in modo che non potesse scappare. Ma poteva ancora piagnucolare e fu proprio ciò che fece. Una mossa furba, un'ottima strategia. Era noioso e rischiava di svegliare gli altri bambini, che avrebbero iniziato a piagnucolare a loro volta. Un punto per il bambino. Quindi, entrai nella stanza. “Coricati” dissi. Niente. “Coricati” dissi “o ti metto giù io.” Ragionare con i bambini piccoli spesso non serve a granché, in particolare in determinate circostanze. Ma credo negli avvertimenti. Ovviamente non si coricò. Per tutta risposta, riprese a piagnucolare.
I bambini lo fanno spesso. Alcuni genitori spaventati pensano che un bambino che piange sia triste o stia male. Non è così. Una delle ragioni più comuni per cui i bambini piangono è la rabbia. Un'attenta analisi dei movimenti muscolari dei bambini che piangono l'ha confermato.100 Il pianto rabbioso è diverso dal pianto di chi ha paura o è triste. Ha anche un suono diverso e si riesce a distinguere. Il pianto di rabbia spesso è un atto di dominio e deve essere affrontato in quest'ottica. Sollevai il bambino e poi lo misi giù. Con gentilezza e con pazienza. Ma con fermezza. Si alzò. Lo feci sdraiare di nuovo. Si alzò. Lo misi giù. Si alzò. Questa volta, lo sdraiai e tenni una mano sulla sua schiena. Il piccolo lottò con forza ma senza risultato. Dopo tutto, era un decimo di me. Sarei riuscito a sollevarlo con una mano. Così, lo tenni giù e gli parlai con dolcezza, dicendogli che era un bravo bambino e che doveva rilassarsi. Gli diedi un ciuccio e alcuni colpetti delicati sulla schiena. Cominciò a rilassarsi e a chiudere gli occhi. Tolsi la mano.
Si rialzò prontamente in piedi. Ero colpito: aveva carattere. Lo sollevai e lo misi giù ancora. “Stai sdraiato, mostriciattolo” gli dissi. Gli diedi ancora qualche colpetto sulla schiena. Alcuni bambini lo trovano rilassante. Si stava stancando. Era pronto a capitolare. Chiuse gli occhi. Mi alzai e mi diressi in silenzio e con rapidità verso la porta. Mi voltai indietro a guardare, per controllare la sua posizione, ancora una volta. Era in piedi. Con il dito puntato contro di lui, gli dissi: “Giù, mostriciattolo”, e non scherzavo. Si sdraiò come se fosse stato colpito da un proiettile. Chiusi la porta. Ci stimavamo reciprocamente. Né mia moglie né io ci alzammo a controllarlo per il resto della serata.
“Come si è comportato il piccolo?” mi domandò il padre quando rientrò, molto più tardi. “Bene” risposi. “Nessun problema. Adesso dorme.”
“Si è alzato?” mi chiese.
“No” risposi. “Ha dormito sempre.”
Il padre mi guardò. Voleva sapere come ci ero riuscito. Ma non me lo chiese e io non glielo dissi.
“Non dare perle ai porci” si dice. Potresti pensare che sia un atteggiamento troppo crudele. Ma insegnare a un figlio a non dormire e premiarlo con le pagliacciate di un pupazzo inquietante? Anche questo è crudele. Scegli qual è, secondo te, il male minore: io farò altrettanto.
Disciplinare e punire
I genitori moderni sono spaventati da due concetti che spesso si accompagnano l'uno all'altro: disciplinare e punire. Questi termini evocano immagini di prigionia, soldati e totalitarismo. Il confine tra fermezza e tirannia o tra punizione e tortura è, a dire il vero, facile da oltrepassare. Disciplina e punizione sono da maneggiare con attenzione. Non sorprende che suscitino paura, ma entrambe sono necessarie. Si possono applicare consapevolmente o no, bene o male, ma non è possibile farne a meno.
Si può educare anche con le ricompense. In effetti, premiare un buon comportamento può essere molto efficace. Il più famoso tra i comportamentisti, B.F. Skinner, fu un grande sostenitore di questo approccio. Ne era un esperto. Insegnò ai piccioni a giocare a ping pong, anche se riuscì a ottenere solamente che spostassero la palla in avanti e indietro con il becco.101 Ma, dopotutto, erano piccioni. Quindi, anche se giocavano male, il risultato non era poi malaccio. Skinner insegnò ai volatili anche a pilotare missili durante la Seconda guerra mondiale, in quello che fu chiamato appunto Progetto Pigeon (e più tardi Orcon).102 Fece molta strada, prima che l'invenzione dei moderni sistemi elettronici di guida rendessero obsoleti i suoi sforzi.
Skinner osservò con un'attenzione eccezionale gli animali che istruiva mentre compivano le azioni. Ogni comportamento che si avvicinava all'obiettivo era immediatamente ricompensato con un premio della giusta entità: non tanto piccolo da essere insignificante, non tanto grande da sminuire eventuali futuri premi. Si può adottare un approccio simile anche con i bambini, e funziona molto bene. Immagina di volere che tuo figlio di due anni ti aiuti ad apparecchiare la tavola. È una competenza utile: lo apprezzeresti di più se fosse in grado di farlo. Sarebbe un'ottima cosa per la sua (rabbrividisco) autostima. Allora scomponi il comportamento a cui punti nelle parti che lo costituiscono. Un elemento dell'apparecchiare la tavola consiste nel portare un piatto dalla credenza in tavola. Anche quest'azione potrebbe risultare troppo complessa. Forse il bambino cammina solo da pochi mesi. È ancora barcollante e instabile. Allora cominci la sua formazione passandogli un piatto e chiedendogli di restituirtelo. Poi, potresti accarezzargli la testa. Puoi anche trasformarlo in un gioco. Passa il piatto con la mano sinistra e chiedi che te lo restituisca nella destra. Fai passare il piatto dietro la schiena. Poi potresti passargli il piatto e fare qualche passo all'indietro perché lui debba compiere qualche passo per riuscire a ridartelo. Insegnagli a diventare un virtuoso del passaggio dei piatti. Non lasciare che rimanga prigioniero della propria goffaggine.
Puoi insegnare praticamente tutto a tutti con questo tipo di approccio. Primo, individua che cosa vuoi. Poi, osserva le persone intorno a te con l'attenzione di un falco. Infine, quando noti un comportamento che si avvicina un po' di più a ciò che desideri, buttatici sopra, proprio come un falco, ed elargisci un premio. Tua figlia è molto chiusa da quando è entrata nell'adolescenza. Vorresti che parlasse di più. Ecco l'obiettivo: una figlia più comunicativa. Una mattina, a colazione, lei racconta un aneddoto che riguarda la scuola. È un ottimo momento per dedicarle la tua attenzione. Ecco la ricompensa. Smetti di inviare messaggi e ascoltala, a meno che tu non voglia che non condivida più nulla con te.
Gli interventi genitoriali capaci di rendere i bambini felici possono e dovrebbero chiaramente essere utilizzati per plasmare il loro comportamento. Lo stesso vale per i mariti, le mogli, i colleghi e i genitori. Skinner, però, era una persona realista. Si accorse che dispensare una ricompensa era molto difficile: l'osservatore doveva attendere pazientemente fino a quando la persona osservata manifestava spontaneamente il comportamento desiderato e quindi rinforzarlo. Ciò richiedeva una gran quantità di tempo e lunghe attese, ed era un problema. Dovette anche affamare i propri animali fino a far perdere loro un quarto del peso abituale prima che mostrassero per le ricompense in forma di cibo un interesse tanto grande da dedicarvi la loro attenzione. Ma questi non sono gli unici difetti dell'approccio “gentile”.
Le emozioni negative, come anche quelle positive, ci aiutano a imparare. Abbiamo bisogno di apprendere, perché siamo stupidi e fragili. Possiamo morire. Non è un bene, e questo pensiero ci fa stare male. Se così non fosse, ricercheremmo la morte e la troveremmo. Non ci sentiamo bene nemmeno all'idea della morte, quando diventa probabile. E ciò accade di continuo. Così le emozioni negative, con la loro sgradevolezza, ci proteggono. Ci sentiamo feriti, spaventati, pieni di vergogna e disgusto, e così evitiamo di farci del male. Siamo in grado di provare forti emozioni negative. Infatti, è più forte il dolore per una perdita che la gioia per una conquista di pari entità. Il dolore è più forte del piacere e l'ansia della speranza.
Fortunatamente, le emozioni, positive o negative che siano, si presentano in due diverse varianti. La soddisfazione ci dice che quanto abbiamo fatto è stato un bene, mentre l'attesa del premio ci indica che qualcosa di gradevole ci attende. Il dolore ci ferisce, così non ripetiamo azioni che provocano danni alla nostra persona o sono causa di isolamento sociale, perché anche la solitudine è, tecnicamente, una forma di dolore. L'ansia ci allontana da persone che potrebbero ferirci e da luoghi malsani e ci evita di provare altra sofferenza. È fondamentale che tutte le emozioni siano in equilibrio tra loro e attentamente valutate nel contesto, ma tutte sono necessarie per mantenerci in vita e in prosperità. Quindi, rendiamo un pessimo servizio ai nostri figli se per aiutarli ad apprendere non utilizziamo ogni strumento a nostra disposizione, incluse le emozioni negative, di cui però dovremmo servici nella maniera più empatica possibile.
Skinner sapeva che minacce e punizioni possono porre fine a comportamenti sgraditi, proprio come i premi rinforzano ciò che è desiderabile. In un mondo paralizzato al pensiero di interferire con un'ipotetica purezza del naturale sviluppo infantile, può essere difficile anche solo parlare delle tecniche a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza. In ogni caso, lo sviluppo infantile che precede la maturità non sarebbe tanto lungo se non ci fosse il bisogno di formare il comportamento. I bambini salterebbero fuori dal ventre materno subito pronti per iniziare a giocare in Borsa. Inoltre, non possiamo proteggere completamente i bambini dalla paura e dal dolore. Sono piccoli e vulnerabili. Non sanno molto del mondo. Anche quando compiono un'azione naturale come imparare a camminare, vengono costantemente presi a schiaffi dalla realtà. Per non parlare della frustrazione e del rifiuto che inevitabilmente sperimentano quando si relazionano con i fratelli, con i compagni di classe e con adulti ostinati e poco collaborativi. Detto questo, il punto fondamentale non è come proteggere completamente i bambini dalle avversità e dal fallimento perché non sperimentino mai sensazioni negative, ma come ottimizzare il loro apprendimento perché conquistino un sapere utile con il minor dispendio di energie possibile.
Nel film Disney “La bella addormentata” il re e la regina hanno una bambina, Aurora, che arriva dopo una lunga attesa. Pianificano una festa grandiosa per presentarla al mondo. Chiunque ami e rispetti la bambina è il benvenuto. Ma si dimenticano di invitare la strega Malefica, che essenzialmente è la regina degli inferi o la natura nella sua forma negativa. Ciò significa simbolicamente che il re e la regina stanno proteggendo eccessivamente l'amata figlia, costruendo intorno a lei un mondo che non ha nulla di negativo. Ma questo non la protegge. La indebolisce. Malefica scaglia una maledizione sulla principessa, condannandola a morte all'età di sedici anni, quando la fanciulla si pungerà con la punta di un fuso. Il filatoio che gira rappresenta la ruota del destino; la punta del fuso che provoca un sanguinamento simboleggia la perdita della verginità, segno della nascita della donna dalla bambina.
Per fortuna, una fata buona, l'elemento positivo della natura, ridimensiona la punizione dalla morte all'incoscienza, che potrà essere cancellata con il primo bacio d'amore. Il re e la regina, spaventati, danno ordine di bruciare tutti i filatoi del regno e affidano la figlia alle gentili fate buone, che sono in tre. Proseguono nel loro piano eliminando tutte le cose pericolose, ma così facendo lasciano che la figlia cresca ingenua, immatura e debole. Un giorno, poco prima del sedicesimo compleanno, Aurora incontra un principe nel bosco e s'innamora. (Da una prospettiva ragionevole, è un po' troppo.) Poi si lamenta perché dovrà sposare il principe Filippo, cui è stata promessa in sposa fin da quando era bambina, e ha un crollo emotivo quando deve far ritorno al castello dei genitori per il proprio compleanno. È qui che si realizza la maledizione di Malefica. Nel castello si apre un portale dietro il quale appare un filatoio: Aurora si punge e cade in stato di incoscienza. Diventa così la “bella addormentata”. In questa maniera lei sceglie, simbolicamente, l'incoscienza rispetto alla paura di affrontare la vita da adulta. Qualcosa di simile accade molto spesso ai bambini eccessivamente protetti, che possono lasciarsi abbattere (e poi desiderare la beatitudine dell'incoscienza) dal primo vero contatto con il fallimento o, peggio, con l'autentica cattiveria, che non capiscono o non vogliono capire e contro la quale sono indifesi.
Prendiamo il caso di una bambina di tre anni che non abbia imparato a condividere. La bambina mostra un comportamento egoista in presenza dei propri genitori, ma questi sono troppo buoni per intervenire. Per la verità, rifiutano di prestarvi attenzione, di ammettere quanto accade e di insegnarle a comportarsi correttamente. Sono infastiditi, ovviamente, quando la bambina non condivide i propri giochi con la sorella, ma fingono che vada tutto bene. Non va tutto bene. Più tardi si sfogheranno con lei a parole, per qualcosa che non ha alcun collegamento con quanto successo. La bimba sarà ferita da questo comportamento e confusa, ma non imparerà nulla. Anzi, quando cercherà di stringere amicizie, non riuscirà a ottenere nulla, perché manca di un'educazione sociale. I coetanei saranno scoraggiati dall'incapacità di cooperare della bambina. Si scontreranno con lei o si allontaneranno in cerca di qualcun altro con cui giocare. I genitori di quei bambini noteranno la sua goffaggine e il suo brutto comportamento e non l'inviteranno a giocare con i loro figli. Si ritroverà sola e rifiutata. Ciò le procurerà ansia, depressione e risentimento. E la porterà a un rifiuto della vita che corrisponde al desiderio dell'incoscienza.
I genitori che rifiutano di assumersi la responsabilità di dare una disciplina ai propri figli pensano di potersi semplicemente chiamare fuori dal conflitto che è imprescindibile in una corretta educazione. Evitano, sul breve termine, di recitare il ruolo dei cattivi, ma non riescono in alcun modo a salvare o a proteggere i figli dalla paura e dalla sofferenza. A dire la verità, è proprio il contrario: il più ampio mondo sociale porterà a uno scontro e infliggerà una punizione molto più grande di quelli che un genitore consapevole avrebbe somministrato. Puoi dare una disciplina ai tuoi figli o demandarne la responsabilità al mondo, più duro, incurante e severo; la ragione per cui lo fai non deve mai essere confusa con l'amore.
Forse obietterai, come a volte fanno i genitori moderni: “Perché un figlio dovrebbe sottomettersi agli ordini arbitrari di un genitore?”. In effetti, c'è una nuova variante del pensiero politicamente corretto che presume che una simile idea sia un “adultismo”:103 una forma di pregiudizio e di oppressione analoga, per dire, al sessismo o al razzismo. La questione dell'autorità adulta deve essere affrontata con attenzione e ciò richiede un esame accurato dell'oggetto in sé. Accogliere una qualunque obiezione formulata significa convalidarla a metà e può rivelarsi pericoloso se la questione è mal posta. Analizziamo l'obiezione punto per punto.
Prima di tutto, perché un bambino dovrebbe sottomettersi? È facile. Ogni bambino deve ascoltare i grandi e obbedire perché dipende dalle cure che uno o più adulti imperfetti sono disposti ad accordargli. Detto questo, è meglio per il bambino comportarsi in modo da suscitare un affetto e una benevolenza genuini. Possiamo immaginare anche qualcosa di meglio. Il bambino potrebbe comportarsi in modo da assicurarsi, al tempo stesso, l'attenzione adulta ottimale per trarne beneficio nel presente e per lo sviluppo futuro. È un livello molto elevato, ma è nell'interesse del bambino, che ha tutti i motivi per volerlo.
A ogni bambino dovrebbe anche essere insegnato ad adempiere con serenità alle aspettative della società civile. Ciò non significa appiattirsi su un insensato conformismo delle idee, ma vuol dire che i genitori devono ricompensare gli atteggiamenti e le azioni che favoriscono il successo del figlio nel mondo esterno alla famiglia, ma ricorrere alla minaccia e alla punizione quando sono necessarie a sradicare comportamenti che porterebbero all'infelicità e al fallimento. Le opportunità per conquistarsi una vita di successo sono ridotte, motivo per cui imparare rapidamente ad agire in maniera appropriata è importante. Se un bambino non ha imparato a comportarsi correttamente all'età di quattro anni, gli sarà difficile stringere nuove amicizie. La letteratura di settore è piuttosto chiara a questo proposito. Ciò è determinante perché, dopo i quattro anni, i coetanei sono la fonte primaria del processo educativo. I bambini rifiutati subiscono un arresto dello sviluppo perché sono isolati dai coetanei. Rimangono sempre più indietro, mentre gli altri bambini continuano a progredire. Così, il bambino senza amici troppo spesso si trasforma nell'adolescente o nell'adulto solo, antisociale o depresso. Non va bene. Una parte della nostra salute mentale, molto più importante di quanto riteniamo, è una conseguenza della fortunata immersione in una comunità sociale. È necessario che ci sia continuamente ricordato di pensare e agire correttamente. Quando deviamo, le persone che si prendono cura di noi e che ci amano ci danno qualche piccola spinta per riportarci in pista. Perciò, è meglio per noi averne intorno qualcuna.
Non si può nemmeno dire che i dettami degli adulti siano tutti arbitrari. Ciò è vero unicamente in uno Stato totalitario disfunzionale. Ma nelle società civilizzate e aperte, la maggior parte delle persone si attiene a un contratto sociale funzionale, con l'obiettivo di un miglioramento reciproco o almeno di una convivenza sufficientemente pacifica. Anche un sistema di regole che disciplina un contratto minimo come questo non è in alcun modo arbitrario, considerate le alternative. Se una società non premia adeguatamente un comportamento produttivo e proficuo, favorisce una distribuzione delle risorse spiccatamente ingiusta e arbitraria e consente il furto e lo sfruttamento, non potrà evitare a lungo il conflitto. Se le gerarchie si basano solamente o principalmente sul potere, invece che sulle competenze necessarie ad acquisire risultati importanti e complessi, sarà soggetta al collasso. È vero, in forma più semplice, anche nel caso delle gerarchie degli scimpanzé: e ciò indica la natura essenziale, biologica, non arbitraria e necessaria di questa caratteristica.104
I bambini poco educati e formati hanno una vita terribile. Perciò, è bene educarli al meglio. Possiamo farlo, in parte, somministrando premi, ma occorre anche altro. La questione non è se sia necessario ricorrere a punizioni e a minacce, ma come farlo consapevolmente e con attenzione. Come, allora, dovremmo insegnare una disciplina ai bambini? È una questione molto difficile, perché i bambini, come i genitori, hanno temperamenti molto diversi. Alcuni sono sgradevoli. Desiderano fortemente piacere ma per questo hanno una tendenza a evitare i conflitti e alla dipendenza. Altri sono più caparbi e indipendenti. Sanno ciò che vogliono e quando lo vogliono, sempre. Possono essere impegnativi, disobbedienti e ostinati. Alcuni bambini cercano disperatamente regole e strutture e sono appagati anche negli ambienti rigidi. Altri, che tengono in scarso conto la prevedibilità e la routine, non necessitano del minimo ordine. Alcuni sono molto immaginativi e creativi, mentre altri più concreti e conservatori. Sono tutte differenze profonde e importanti, che risentono fortemente dell'influsso di fattori biologici e difficili da modificare con l'educazione. È davvero una fortuna che, di fronte a una simile diversità, noi beneficiamo di una riflessione molto attenta sul corretto uso del controllo sociale.
Il minimo sforzo necessario
Ecco una chiara idea di partenza: le regole non dovrebbero andare oltre il necessario. In altre parole, leggi sbagliate fanno perdere il rispetto anche per le leggi buone. È l'equivalente etico e legale del rasoio di Occam, la ghigliottina concettuale dello scienziato secondo cui è preferibile l'ipotesi più semplice possibile. I bambini e le persone che li educano non devono essere gravati da troppe regole. Un simile percorso porterebbe alla frustrazione.
Limita le regole. Poi, pensa a cosa fare se una regola viene infranta. Una linea generale, a prescindere dal contesto, riguardo alla durezza della punizione è difficile da stabilire. In ogni caso, una norma utile è già sancita nel common law [diritto consuetudinario] di origine britannica, una delle maggiori conquiste del mondo occidentale. La sua analisi può aiutarci a definire un secondo principio utile.
Il common law britannico ti permette di difendere i tuoi diritti, ma solamente in maniera ragionevole. Qualcuno entra in casa tua. Tu hai una pistola carica. Hai il diritto di difenderti, ma è meglio procedere per gradi. E se fosse un vicino ubriaco e disorientato? Potresti dire: “Fermati, ho una pistola!”. Se la persona non retrocede e non parla, allora potresti sparare un colpo di avvertimento. Poi, se l'intruso continua ad avanzare, potresti mirare alle gambe. Non è un consiglio, solo un esempio. Un ottimo principio pratico può essere seguito nell'esercitare reazioni sempre più dure: quello della minima forza necessaria. Adesso quindi abbiamo due principi generali di disciplina. Il primo: limita le regole; il secondo: usa la minima forza necessaria per farle rispettare.
Riguardo al primo principio, potresti chiedere: “Limita le regole a cosa, esattamente?”. Ecco alcuni suggerimenti. Non mordere, non dare calci e non far male, se non per autodifesa. Non maltrattare gli altri e non fare il bullo con altri bambini, se non vuoi finire in prigione. Mangia in modo educato e riconoscente, così le persone saranno contente d'invitarti a casa loro e avranno piacere di offrirti un pasto. Impara a condividere, così gli altri bambini giocheranno con te. Presta attenzione quando gli adulti ti parlano, così non risulterai antipatico e forse decideranno d'insegnarti qualcosa. Vai a dormire all'ora giusta e senza fare storie, così i tuoi genitori possono stare un po' insieme e non ce l'avranno con te. Prenditi cura dei tuoi oggetti, perché hai bisogno di imparare a usarli e perché sei fortunato ad averli. Sii di buona compagnia quando succede qualcosa di divertente, così sarai invitato in occasioni allegre. Comportati in maniera da rendere felici le persone della tua presenza, così ti vorranno accanto a loro. Un bambino che conosce queste regole sarà benvenuto ovunque.
Riguardo al secondo ed egualmente importante principio, forse ti poni la domanda: “Qual è la forza minima necessaria?”. Occorre stabilirlo facendone esperienza e cominciando dal più piccolo intervento possibile. Alcuni bambini rimarranno pietrificati da un'occhiataccia. Un ordine verbale è in grado di fermare qualcun altro. Una schicchera sulla mano, simile al gesto che fai quando lanci una biglia, potrebbe rivelarsi utile per qualcuno. Questa strategia è particolarmente indicata nei luoghi pubblici come i ristoranti. Può essere somministrata all'improvviso, in silenzio e con efficacia, evitando il rischio di un'escalation. Qual è l'alternativa? Un bambino che piange di rabbia, pretendendo attenzione, non si sta certo rendendo popolare. Un bambino che corre tra i tavoli disturbando la tranquillità di tutti disonora, termine antico ma valido, se stesso e i propri genitori. Questi risultati non sono certo ottimali e i bambini in pubblico si comporteranno di sicuro peggio perché stanno sperimentando: cercano di capire se le stesse vecchie regole si applicano anche in posti nuovi. Non affrontano la situazione verbalmente, non quando hanno meno di tre anni.
Quando i nostri figli erano piccoli e li portavamo al ristorante suscitavano sempre molti sorrisi. Sedevano educatamente ed erano piacevoli. Non potevano rimanere seduti a lungo, ma non eravamo abituati a fermarci molto nei luoghi pubblici. Quando cominciavano a innervosirsi dopo quarantacinque minuti seduti a tavola, sapevamo che era il momento di andarcene. Era parte dell'accordo. Chi sedeva ai tavoli vicino al nostro ci diceva quanto fosse bello vedere una famiglia felice. Non eravamo sempre felici e i nostri figli non si comportavano sempre bene. Ma lo facevano quasi sempre ed era bellissimo constatare che le altre persone erano contente della loro presenza. Era un bene per i bambini. Vedevano che gli altri li apprezzavano. E ciò rinforzava il loro buon comportamento. Era il premio.
Anche i tuoi bambini verranno apprezzati se gliene darai l'opportunità. L'ho imparato non appena abbiamo avuto il primo figlio, la nostra bambina Mikhaila. Quando la portavamo in giro con il passeggino nel nostro quartiere operaio della Montréal francese, tipi grossi come boscaioli dall'aria grezza e dalla bevuta facile si fermavano a sorriderle. Le parlavano con le vocine, ridacchiavano e facevano le boccacce. Osservare le persone mentre interagiscono con i bambini ritempra la fiducia nella natura umana. Tutto ciò si amplifica quando i bambini sono in pubblico. Per assicurarti che accada devi disciplinare i tuoi figli con cura ed efficacia: e per farlo devi saperne qualcosa di premi e punizioni, invece di tenertene alla larga.
Per instaurare una relazione con tuo figlio o con tua figlia è necessario che impari in che modo quella personcina reagisce all'intervento disciplinare, di modo da intervenire con efficacia. È molto facile, invece, riempirsi la bocca di cliché come: “Non ci sono giustificazioni per le punizioni fisiche” o “Picchiare i bambini ha l'unico risultato di insegnare loro a picchiare”. Prendiamo in esame la prima affermazione: “Non ci sono giustificazioni per le punizioni fisiche”. Prima di tutto, è opportuno prendere nota del consenso diffuso riscosso dall'idea che alcune forme di comportamento scorretto, in particolare quelle associate al furto e all'aggressione, siano sbagliate e vadano sanzionate. In secondo luogo dobbiamo osservare che quasi tutte le sanzioni implicano una punizione psicologica e addirittura fisica. La privazione della libertà provoca una sofferenza essenzialmente simile a quella associata a un trauma fisico. Si può dire la stessa cosa del ricorso all'isolamento sociale, incluso l'allontanamento fisico del tipo “va' in camera tua”. Ne abbiamo una conoscenza neurobiologica. Le stesse aree cerebrali mediano la risposta a tutte e tre le situazioni che sono alleviate dal ricorso alla stessa classe di sostanze, gli oppiacei.105 La prigione è un esempio evidente di punizione fisica, in particolare il confino in solitudine, anche se non accade nulla di violento. Terzo, dovremmo notare che è necessario porre fine ad alcune azioni sbagliate con efficacia e tempestivamente, per evitare che accada il peggio. Qual è la punizione appropriata per qualcuno che non smette di infilare una forchetta in una presa elettrica? O per un bambino che scappa ridendo nel parcheggio affollato di un supermercato? La risposta è semplice: qualunque cosa interrompa quell'azione il più velocemente possibile. E a ragione, perché l'alternativa potrebbe essere fatale.
È piuttosto ovvio nel caso del parcheggio o della presa elettrica. Ma si applica anche in campo sociale e questo ci porta al quarto punto, che riguarda le giustificazioni alla punizione fisica. Le punizioni per un cattivo comportamento, che può essere bloccato con efficacia nell'infanzia, diventano sempre più severe a mano a mano che i bambini crescono. Il numero di quelli che all'età di quattro anni non hanno ricevuto un'educazione efficace e che finiscono poi per essere puniti esplicitamente dalla società durante l'adolescenza o nei primi anni della maturità è smisuratamente grande. Questi bambini di quattro anni, privi di limiti, erano spesso immotivatamente aggressivi, per loro natura, già all'età di due anni. Avevano più probabilità, rispetto ai coetanei, di dare calci, picchiare, morsicare, portare via i giocattoli e più tardi rubare. Sono circa il 5 per cento dei bambini maschi e una percentuale molto più ristretta di bambine.106 Ripetere insensatamente a pappagallo la frase magica: “Non ci sono giustificazioni per le punizioni fisiche” significa anche incoraggiare l'illusione secondo cui adolescenti diabolici emergono magicamente da quelli che un tempo erano innocenti angioletti. Non fai un favore a tuo figlio se sorvoli sui suoi cattivi comportamenti, soprattutto se per temperamento è particolarmente aggressivo.
Sostenere questa teoria significa anche, e arriviamo al quinto punto, ammettere che si può pronunciare un no con efficacia nei confronti di un'altra persona, anche in assenza di minaccia o punizione. Una donna può dire di no a un uomo potente e narcisista solo perché a sostenerla ci sono le norme sociali, la legge e lo Stato. Un genitore può dire di no a un bambino che vuole una terza fetta di torta perché è più grande, forte e competente del bambino e inoltre perché la sua autorità è sostenuta dalla legge e dallo Stato. In ultima analisi, “no” significa: “Se continui a farlo, ti accadrà qualcosa che non ti piacerà.” Altrimenti non significa nulla. O, ancora peggio, significa: “Un altro nulla privo di senso biascicato da adulti a cui possiamo non prestare attenzione” e “Tutti gli adulti sono deboli e inefficaci”. È una lezione particolarmente brutta, quando il destino di ogni bambino è quello di diventare un adulto, e se consideriamo che la maggior parte delle cose che s'imparano senza una sofferenza personale sono modellate o esplicitamente insegnate dagli adulti. Che cosa deve aspettarsi un bambino che ignora gli adulti e li disprezza? Perché crescere? È la storia di Peter Pan che pensa che tutti gli adulti siano varianti di Capitan Uncino, dispotico e terrorizzato dalla sua stessa mortalità (pensa al famelico coccodrillo con l'orologio nella pancia). L'unica volta in cui “no” significa realmente “no” in assenza di violenza è quando è detto da una persona civilizzata a un'altra persona civilizzata.
E che cosa pensare dell'idea secondo cui “Picchiare i bambini ha l'unico risultato di insegnare loro a picchiare”? Prima di tutto che è sbagliato. È troppo semplice. Per cominciare, “picchiare” è un termine poco ricercato per descrivere l'atto di disciplina di un genitore inefficace. Se “picchiare” descrivesse con cura l'intera gamma della forza fisica, allora sarebbe come dire che non c'è alcuna differenza tra goccioline d'acqua e bombe atomiche. L'ordine di grandezza è importante, come lo è il contesto, se non siamo volontariamente ciechi e ingenui al riguardo. Ogni bambino conosce la differenza tra l'essere morsicato da un cane cattivo senza averlo provocato e venire mordicchiato dal proprio animale domestico che cerca di afferrare, per gioco, il proprio osso. Quando parliamo di picchiare, non possiamo non parlare della forza con cui una persona viene picchiata e del perché. Anche il momento, come parte del contesto, è d'importanza fondamentale. Se colpisci tuo figlio di due anni con una schicchera, come se stessi lanciando una biglia, dopo che ha tirato un blocchetto di legno in testa alla sorella più piccola, capirà il legame tra le due cose e in futuro avrà meno voglia di ripetere l'azione. Sembra un buon risultato. Di sicuro non arriverà a concludere che dovrebbe colpirla ancora: non è stupido. È solo geloso, impulsivo e non abbastanza maturo. E in quale altro modo potrai proteggere la sorellina più piccola? Se impartisci la disciplina senza efficacia, allora la sorella più piccola ne soffrirà. Forse per anni. Gli atti di bullismo continueranno perché tu non farai assolutamente nulla per fermarli. Eviterai il conflitto che è necessario per instaurare la pace. Chiuderai un occhio. E poi, dopo, quando tuo figlio minore affronterà la questione con te, forse già da adulto, dirai: “Non sapevo che la situazione fosse questa.” Semplicemente, non hai voluto saperlo. Così non l'hai fatto. Hai semplicemente rifiutato la responsabilità della disciplina, giustificando la tua scelta e continuando a fare sfoggio della tua amabilità. All'interno di ogni casetta di marzapane c'è una strega che divora i bambini.
Dove ci porta tutto questo? Alla scelta di disciplinarli con o senza efficacia, ma mai alla decisione di rinunciare del tutto alla disciplina, perché la natura e la società puniranno draconianamente qualunque errore del comportamento infantile rimasto privo di correzione. Quindi, ecco qualche suggerimento pratico: l'allontanamento temporaneo può essere una punizione estremamente funzionale, soprattutto se il bambino che si comporta male è nuovamente accettato non appena riprende il controllo del proprio temperamento. Un bambino adirato dovrebbe sedersi da solo fino a quando non si calma. Poi dovrebbe essere riammesso alla vita normale. Ciò significa che vince il bambino, non la sua rabbia. La regola è: “Torna tra noi appena riesci a comportarti in maniera appropriata.” È un ottimo patto per il bambino, per il genitore e per la società. Sarai in grado di capire se tuo figlio ha realmente ripreso il controllo di sé. Lo apprezzerai ancora, nonostante il cattivo comportamento che ha espresso in precedenza. Se sei ancora arrabbiato, forse non si è del tutto pentito, o forse dovresti fare qualcosa per la tua tendenza a tenere il broncio.
Se tuo figlio è quel tipo di canaglia ostinata che semplicemente corre via ridendo ogni volta che lo mandi in camera sua, potresti aggiungere anche un contenimento fisico. Si può bloccare con forza e con attenzione un bambino tenendolo per gli avambracci, fino a quando smette di contorcersi e ascolta. Se non si ottengono risultati, può rendersi necessario metterlo a pancia in giù sulle ginocchia di un genitore. Al bambino che sta oltrepassando i limiti in maniera clamorosa, una sculacciata può segnalare la serietà dell'adulto responsabile. In alcune situazioni non basterà nemmeno questo, in parte perché alcuni bambini sono molto determinati, audaci e duri o perché il comportamento oltraggioso è davvero grave. E se non rifletti a fondo su questi aspetti, allora non ti stai comportando da genitore responsabile. Stai lasciando il lavoro sporco a qualcun altro che si troverà ad affrontare una situazione molto più difficile e complicata.
Un riepilogo dei princìpi
Primo principio disciplinare: limita le regole. Secondo principio: utilizza la forza minima necessaria. Ed eccone un terzo: i genitori devono rimanere uniti.107 Crescere figli piccoli è faticoso ed estenuante. Perciò è facile per un genitore commettere errori. Insonnia, fame, lo stato d'animo di chi ha appena discusso, i postumi di una sbornia, una brutta giornata al lavoro: ognuna di queste circostanze, presa singolarmente, può rendere una persona meno ragionevole, mentre, combinate insieme, possono produrre effetti pericolosi. In simili circostanze è necessario avere qualcuno vicino che osservi, intervenga e sia pronto a discutere. Così diminuirà la possibilità che un bambino lagnoso e il genitore irritabile e stanco si aizzino a vicenda fino al punto di non ritorno. I genitori dovrebbero rimanere uniti perché il padre di un neonato possa occuparsi della neomamma, per evitare che lei vada incontro a un esaurimento e compia un'azione disperata a causa del pianto incessante del piccolo che, in preda alle coliche, strilla dalle undici di sera fino alle cinque del mattino, da trenta notti di fila. Non sto parlando male delle madri single, molte delle quali lottano con tutte le proprie forze e il proprio coraggio - e una parte delle quali è fuggita, da sola, da una relazione violenta -, ma questo non significa che dovremmo fingere che tutte le forme familiari siano ugualmente sostenibili. Non lo sono. Punto.
Quarto principio, molto più sbilanciato dal punto di vista psicologico: i genitori dovrebbero essere consapevoli della propria loro capacità di essere duri, vendicativi, arroganti, risentiti, arrabbiati e disonesti. Pochissime persone decidono, coscientemente, di essere genitori orribili, ma una cattiva genitorialità è piuttosto frequente. Le persone, infatti, hanno una grandissima capacità di compiere il male, oltre che il bene, ma decidono di fingere di non saperlo. Le persone sono aggressive ed egoiste, non solo gentili e attente. Perciò non esiste essere umano, incluse le scimmie predatrici, che possa tollerare di essere dominato da un bambino appena nato. Affioreranno sentimenti di vendetta. Se una coppia di genitori, troppo gentili e pazienti, non riesce a evitare i capricci in pubblico che il piccolo fa al supermercato, lo ripagherà girandogli le spalle quando, dieci minuti dopo, lui correrà da loro, entusiasta, per mostrare la sua ultima conquista. Se l'imbarazzo, la disobbedienza e la sfida al dominio diventano intollerabili, anche il genitore più ipoteticamente altruista inizierà a nutrire risentimento. E poi comincerà la vera punizione. Il risentimento genera un desiderio di vendetta. Le offerte d'amore spontanee diminuiranno e i genitori troveranno sempre più motivazioni per spiegare questa mancanza. Si cercheranno meno occasioni per favorire lo sviluppo personale del bambino. Inizierà ad avere luogo un distacco quasi impercettibile. E questo è solo l'inizio del cammino verso il totale conflitto familiare, che si combatte principalmente nel mondo sotterraneo, al di sotto della falsa facciata di normalità e amore.
È meglio evitare questa strada molto battuta. Un genitore realmente consapevole della propria limitata tolleranza, come della propria capacità di comportarsi male se provocato, può quindi realmente pianificare una strategia disciplinare adeguata, in particolare se monitorata da un partner altrettanto sveglio, e non lasciare mai che la situazione degeneri al punto da far sorgere un vero odio. Fa' attenzione. Ci sono famiglie tossiche ovunque. Non stabiliscono regole e non limitano i comportamenti scorretti. I genitori se la prendono con i figli in modo casuale e imprevedibile. I bambini vivono in quel caos e ne sono schiacciati se sono timidi, oppure si ribellano, in maniera controproducente, se sono tosti. Non va bene. Può diventare fatale.
Ed ecco un quinto, ultimo e più generale principio. I genitori hanno il dovere di agire come delegati del mondo esterno e reale, compassionevoli e premurosi, ma comunque delegati. Questo impegno prende il posto di ogni responsabilità nell'assicurare loro la felicità, nel promuoverne la creatività o nell'aumentarne l'autostima. Il dovere primario dei genitori è rendere i figli socialmente accettati. Ciò fornirà al bambino opportunità, rispetto di sé e sicurezza. È più importante persino di promuovere l'identità individuale. Ci si può però mettere in cerca di questo Sacro Graal solo dopo che si è raggiunto un alto livello di educazione sociale.
Il bambino bravo e il genitore responsabile
Un bambino di tre anni adeguatamente educato è rispettoso e interessante. E non richiede certo un'attenzione continua ed estenuante. Suscita la simpatia di altri bambini e l'ammirazione degli adulti. Gli altri bambini lo accolgono e competono per la sua attenzione; gli adulti sono felici di vederlo e non si nascondono dietro falsi sorrisi. Sarà presentato agli altri da persone che saranno felici di farlo. Ed ecco un dono maggiore per lo sviluppo della personalità di qualsiasi codardo tentativo genitoriale di evitare i conflitti e la disciplina quotidiana.
Discuti di ciò che ti piace e non ti piace dei tuoi figli con il tuo partner o, in mancanza di questo, con un amico. Ma non aver paura di provare simpatia e antipatia. Puoi distinguere ciò che è appropriato da ciò che non lo è, il grano dal loglio. Nota la differenza tra il bene e il male. Dopo che hai chiarito la tua posizione, dopo aver valutato la tua meschinità, la tua arroganza e il tuo risentimento, fai il passo successivo e fai in modo che i tuoi figli si comportino bene. Assumiti la responsabilità della loro disciplina. Prenditi la responsabilità degli errori che inevitabilmente farai mentre li educhi. Puoi scusarti, quando sbagli, e imparare a fare meglio.
Ami i tuoi figli, dopotutto. Se il loro comportamento te li rende antipatici, pensa a quale effetto avranno su altre persone, a cui importa molto meno che a te. Le altre persone li puniranno severamente, con l'esclusione o con comportamenti negativi nei loro confronti. Non permettere che accada. Meglio far sapere ai tuoi piccoli diavoletti cosa è desiderabile e cosa no, perché diventino abitanti educati del mondo esterno alla famiglia.
Un bambino che è attento agli altri, invece di trovarsi allo sbando, sa giocare senza lamentarsi ed è affidabile e divertente, ma non fastidioso, guadagnandosi amici ovunque vada. Gli insegnanti lo apprezzeranno, così come fanno i genitori. Se è educato, gli adulti si prenderanno cura di lui, gli sorrideranno e lo formeranno volentieri. Prospererà, in un mondo che facilmente può essere freddo, spietato e ostile. Le regole chiare rendono sicuri i bambini e calmi e razionali i genitori. Una disciplina comprensibile e punizioni chiare stabiliscono un equilibrio tra empatia e giustizia, importante per promuovere in maniera ottimale lo sviluppo sociale e la maturità psicologica. Regole chiare e una disciplina adeguata aiutano il bambino, la famiglia e la società, a stabilire, mantenere e migliorare l'ordine, che è l'unica cosa che ci protegge dal caos e dagli orrori del mondo sotterraneo, dove tutto è incerto, ansiogeno, disperante e deprimente. Non ci sono doni più grandi che un genitore dedito e coraggioso possa elargire.
Non permettere ai tuoi figli di fare qualcosa che te li farà piacere di meno.
Qui e in molte altre parti del libro, riporto esempi tratti dalla mia esperienza clinica e della mia storia personale. Ho cercato di mantenere intatto il senso dei fatti, modificando i dettagli nel rispetto della privacy delle persone coinvolte. Spero di aver trovato il giusto equilibrio.
Il termine shibboleth indica una parola o locuzione che è difficile da pronunciare per chi parla un'altra lingua. Per questo può essere usata come segno di riconoscimento di un gruppo linguistico per distinguersi dai membri di altre comunità.


REGOLA 6
FA' CHE CASA TUA SIA IN PERFETTO ORDINE PRIMA DI CRITICARE IL RESTO DEL MONDO
UN PROBLEMA RELIGIOSO

Sembra fuori da ogni logica descrivere come una persona religiosa il giovane che nel 2012 uccise venti bambini e sei membri del personale alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown, nel Connecticut. Lo stesso si può dire dei killer della scuola superiore di Columbine. Ma questi assassini avevano un problema di ordine religioso nel loro rapporto con la realtà. Come scrisse uno dei due studenti killer:108
Per la razza umana non vale la pena lottare, solo uccidere. Restituiamo la Terra agli animali: la meritano infinitamente più di noi. Niente significa più niente.
Le persone che la pensano così considerano l'Essere in sé come iniquo, crudele e corrotto, e l'essere umano, in particolare, come spregevole. Si autonominano giudici supremi della realtà che ritengono carente. Pensano che il loro giudizio sia corretto e definitivo.
Se conosci la storia, sai che i nazisti idearono una “soluzione finale” al problema ebraico... Ucciderli tutti. Bene, nel caso non l'abbia capito, io dico “UCCIDERE L'UMANITÀ”. Nessuno deve sopravvivere.
Per persone simili, il mondo dell'esperienza è carente e malvagio, quindi che vada al diavolo tutto.
Che cosa sta accadendo, se qualcuno arriva a pensare in questa maniera? Un grande dramma tedesco, Faust, scritto da Johann Wolfgang von Goethe, affronta il problema. Il personaggio principale della storia, uno studioso di nome Heinrich Faust, scambia la propria anima, per l'eternità, con il diavolo, Mefistofele. In compenso, riceve ciò che desidera mentre è ancora in vita. Nel dramma di Goethe, Mefistofele è l'eterno avversario dell'Essere. Un credo essenziale lo contraddistingue:109
Sono lo spirito che nega continuamente:
ed è ragione; però che quanto sussiste
è degno che sia subissato.
E sarebbe stato pur meglio che niuna cosa
fosse mai uscita ad esistenza.
Or dunque tutto ciò che voi uomini dite peccato,
distruzione, quel che in somma chiamate male,
è mio special elemento.
Goethe considerava questo sentimento di odio tanto importante - e fondamentale per l'elemento centrale della vendicativa distruttività umana - che fece ripetere a Mefistofele, una seconda volta, questa frase, anche se formulata un po' diversamente, nella seconda parte del poema, scritta molti anni dopo.110
Le persone pensano spesso in maniera mefistofelica, anche se raramente mettono in atto i propri pensieri in maniera tanto brutale quanto i killer delle due scuole di cui abbiamo appena parlato. Ogni volta che sperimentiamo l'ingiustizia, reale o immaginata; ogni volta che ci imbattiamo in una tragedia o cadiamo preda delle macchinazioni altrui; ogni volta che sperimentiamo l'orrore e il dolore dei nostri limiti apparentemente casuali, la tentazione di mettere in discussione l'Essere e poi di maledirlo sorge, spregevole, dall'oscurità. Perché persone innocenti devono soffrire in maniera tanto terribile? Che pianeta sanguinario e orribile è questo?
La vita è davvero molto difficile. Ognuno è destinato a soffrire e a causare distruzione. A volte la sofferenza è chiaramente il risultato di un errore personale come la cecità volontaria, una scarsa capacità decisionale o la cattiveria. In simili casi, quando il dolore sembra autoinflitto, può anche apparire giusto. Le persone ottengono ciò che si meritano, potresti affermare. È una magra consolazione, però, anche nei casi in cui è vero. A volte, se chi soffre cambia il proprio comportamento, allora la sua vita diventerà meno tragica. Ma la possibilità di controllo umano è limitata. La suscettibilità alla disperazione, alla malattia, all'invecchiamento e alla morte è universale. In ultima analisi, forse non siamo in alcun modo gli architetti della nostra stessa fragilità. Di chi è la colpa, allora?
Le persone molto malate o, peggio, quelle che hanno un figlio malato si troveranno inevitabilmente a porsi questa domanda, siano credenti o no. Lo stesso vale per chi si ritrova intrappolato negli ingranaggi di una burocrazia mastodontica, subisce un accertamento fiscale, è impegnato in una causa legale o in un divorzio che sembrano senza fine. E non è solo chi sperimenta un'evidente sofferenza a essere tormentato dal bisogno di incolpare qualcuno o qualcosa per la condizione intollerabile in cui si trova. All'apice della propria fama, influenza e creatività, l'eccelso romanziere Lev Tolstoj, per esempio, cominciò a mettere in discussione il valore dell'esistenza umana.111 Ragionava così:
La mia situazione era terribile. Io sapevo che non avrei trovato nulla sulla via della conoscenza razionale, se non la negazione della vita, e là invece, nella fede, null'altro se non la negazione della ragione che è ancora più impossibile della negazione della vita. Secondo la conoscenza razionale la vita era un male e gli uomini ne erano coscienti, il non vivere dipendeva dagli uomini, e tuttavia essi erano vissuti e vivevano; e vivevo io stesso per quanto già da tempo sapessi che la vita è insensata e che è un male.
Per quanto ci provò, Tolstoj riuscì a individuare solo quattro modalità per sfuggire a pensieri simili. La prima consisteva nel ritrarsi in un'infantile ignoranza del problema. Un secondo metodo era il perseguire un piacere frivolo. Un altro ancora era “continuare a trascinare la vita, pur comprendendone il male e l'insensatezza, e sapendo in anticipo che non se ne può cavare nulla”. Tolstoj identificò questa particolare forma di fuga con la debolezza: “Le persone di questa specie sanno che la morte è meglio della vita, ma non hanno la forza di agire ragionevolmente e di mettere fine al più presto all'inganno e uccidersi”.
Solo la quarta e ultima modalità di fuga è “quella della forza e dell'energia. Essa consiste nel distruggere la vita, dopo aver compreso che la vita è un male e non ha senso”. Tolstoj segue inesorabilmente i suoi pensieri:
Così fanno i rari individui dotati di forza e logica. Avendo compreso tutta la stupidità dello scherzo che è stato loro giocato e avendo compreso che il bene dei morti è superiore al bene dei vivi e che meglio di tutto è non essere, si comportano proprio così e di colpo mettono fine a questo stupido scherzo, tanto più che per fortuna i mezzi ci sono: un cappio al collo, l'acqua, un coltello per trapassarsi il cuore, i treni sui binari delle ferrovie.
Tolstoj non era abbastanza pessimista. La stupidità dello scherzo che ci viene giocato non si limita a motivare il suicidio. Motiva l'omicidio: l'omicidio di massa, spesso seguito dal suicidio. È una protesta esistenziale molto più efficace. Per quanto incredibile possa sembrare, studi recenti hanno contato negli Stati Uniti un migliaio di omicidi di massa, ossia singoli eventi in cui sono rimaste uccise quattro o più persone, escluso il killer, in 1260 giorni.112 Questo significa un omicidio di massa cinque giorni su sei per più di tre anni. Tutti dicono: “Non capiamo.” Come possiamo ancora far finta di non capire? Tolstoj lo comprese più di un secolo fa. Anche gli autori del racconto biblico di Caino e Abele lo capirono, più di venti secoli fa. Descrissero l'omicidio come il primo atto della storia dopo la caduta. Non un omicidio qualunque, il fratricidio: l'omicidio cioè non solo di qualcuno innocente ma anche ideale e buono, e l'omicidio perpetrato consapevolmente per disprezzare il creatore dell'Universo. Gli assassini di oggi ci dicono la stessa cosa, per mezzo delle loro stesse parole. Chi oserebbe dire che non è questo il baco nella mela? Ma non prestiamo ascolto, perché la verità tocca una corda troppo sensibile. Anche per una mente profonda come quella del celebre scrittore russo, non c'era via d'uscita. Come possiamo farcela noi, comuni mortali, quando un uomo della statura di Tolstoj ammette la sconfitta? Per anni tenne nascosti a se stesso i propri fucili ed evitò di camminare con una corda in mano, per non impiccarsi.
Come può una persona consapevole evitare di disprezzare il mondo?
Vendetta o trasformazione
Un credente potrebbe agitare il pugno al cielo, al colmo della disperazione, per l'apparente ingiustizia e cecità di Dio. Persino Gesù si sentì abbandonato sulla croce, o almeno così si dice. Un individuo agnostico o ateo potrebbe incolpare il destino o meditare amaramente sulla brutalità del caso. Un altro potrebbe straziarsi in cerca dei difetti caratteriali che sono alla base della sua sofferenza e del suo sfacelo. Sono tutte variazioni sul tema. Cambia l'obiettivo, ma le domande di fondo sono sempre le stesse. Perché? Perché tanta sofferenza e crudeltà?
Be', forse il responsabile è davvero Dio, o è colpa del destino cieco e vano, se sei incline a pensarla così. E sembra che tu abbia mille motivi per farlo. Ma che cosa succede se la pensi in questo modo? Gli assassini di massa ritengono che la sofferenza connessa all'esistenza giustifichi il giudizio e la vendetta, come i ragazzi del liceo di Columbine hanno detto con chiarezza:113
Preferisco morire piuttosto che tradire i miei pensieri. Prima di lasciare questo luogo privo di valore, ucciderò chi mai riterrò inadatto a qualcosa, soprattutto alla vita. Se mi hai fatto incazzare in passato, morirai quando ti vedrò. Forse puoi far incazzare gli altri e alla fine ottenere che tutto sia dimenticato, ma con me non è così. Non dimentico le persone che mi hanno fatto del male.
Uno degli assassini più vendicativi del ventesimo secolo, il terribile Carl Panzram, fu violentato, brutalizzato e ingannato tra le mura dell'istituzione del Minnesota che aveva in carico la sua riabilitazione, quando era un giovane delinquente. Ne uscì infuriato oltre misura, ladro, incendiario, stupratore e serial killer. Panzram mirava, consapevolmente e coerentemente, alla distruzione, e teneva addirittura traccia del valore in dollari delle proprietà cui dava fuoco. Cominciò con l'odiare le persone che lo avevano ferito. Il risentimento crebbe, fino ad arrivare ad abbracciare, con il suo odio, l'intera umanità, e non si fermò lì. La distruttività era rivolta fondamentalmente a Dio stesso. Non c'è altro modo per dirlo. Panzram violentò, uccise e incendiò per esprimere il proprio disprezzo nei confronti dell'Essere. Agì come se qualcuno fosse responsabile. La stessa cosa accade nella storia di Caino e Abele. I sacrifici di Caino vengono rifiutati. Egli soffre, così, sfida Dio e l'Essere da lui creato. Dio rifiuta la sua supplica, dicendogli che è lui stesso la causa del proprio male. Caino, in un accesso di rabbia, uccide Abele, il favorito di Dio e, a dir la verità, anche il suo idolo. Caino è invidioso, ovviamente, del fortunato fratello. Ma uccide Abele principalmente per esprimere il suo disprezzo nei confronti di Dio. Ecco la spiegazione più plausibile di quanto accade quando le persone portano la propria vendetta all'estremo.
La risposta di Panzram era perfettamente e terribilmente comprensibile. I dettagli della sua autobiografia rivelano che era una di quelle persone forti e logicamente coerenti che popolano i romanzi di Tolstoj. Era un attore potente, coerente, senza paura. Ha avuto il coraggio delle proprie convinzioni. Come può qualcuno come lui perdonare e dimenticare, dopo quanto gli è accaduto? Accadono cose veramente terribili. Non c'è da meravigliarsi che le persone cerchino la vendetta. In queste condizioni, la vendetta sembra una necessità morale. Come si può distinguere dalla ricerca di giustizia? Dopo aver vissuto atrocità tanto terribili, il perdono non è semplicemente vigliaccheria o mancanza di volontà? Simili domande mi tormentano. Ma si emerge da un passato terribile per fare del bene e non del male, anche se un simile risultato può sembrare sovrumano.
Ho incontrato persone che ci sono riuscite. Conosco un uomo, un grande artista, che è uscito da una “scuola” simile a quella descritta da Panzram: solo che quest'uomo è stato rinchiuso in quell'istituzione quando era un bambino innocente di cinque anni, appena dimesso da una lunga degenza ospedaliera, dove aveva sofferto di morbillo, parotite e varicella, contemporaneamente. Incapace di parlare la lingua della scuola, deliberatamente isolato dalla famiglia, abusato, affamato e tormentato in altri modi, ne emerse come un giovane arrabbiato e distrutto. In seguito si fece del male con droghe, alcol e altre forme di comportamento autodistruttivo. Detestava tutti, inclusi Dio, se stesso e il destino cieco. Ma mise fine a tutto ciò. Smise di bere. Smise di odiare, anche se a volte l'odio emerge in lui ancora in forma di brevi flash. Rivitalizzò la cultura artistica della sua tradizione di nativo americano e formò i giovani a proseguire sulle sue orme. Realizzò un totem di quindici metri che commemorava gli eventi della sua vita e scolpì una canoa, lunga più di dieci metri e ricavata da un unico tronco, di un tipo di cui non se ne vedono molte, se ancora ne esistono. Riunì la propria famiglia e organizzò un potlatch, una grande festa, con sedici ore di balli e centinaia di partecipanti, per esprimere il proprio dolore e riappacificarsi con il passato. Decise di essere una brava persona e poi fece l'impossibile necessario per vivere in quel modo.
Una delle mie clienti non aveva avuto buoni genitori. La madre era venuta a mancare quando lei era molto giovane. La nonna, che l'aveva allevata, era una megera, rancorosa e ossessionata dalle apparenze. Maltrattò la nipote, punendola per le sue doti di creatività, sensibilità e intelligenza, incapace di resistere al proprio risentimento per una vita estremamente difficile, sola con la piccola. La mia paziente aveva un rapporto migliore con il padre, che però era un tossicodipendente e morì, tristemente, mentre lei si prendeva cura di lui. Poi ebbe un figlio. Decise che con lui non si sarebbe comportata come la nonna e il padre avevano fatto con lei. Il ragazzo crebbe leale, indipendente, laborioso e intelligente. Invece di allargare lo strappo nel tessuto culturale che aveva ereditato e trasmetterlo, lo ricucì. Quella donna rifiutò di accogliere i peccati dei propri antenati. Si può fare.
La sofferenza, psichica, fisica o intellettuale, non deve necessariamente sfociare nel nichilismo (cioè nel radicale rifiuto di ogni valore, significato e desiderio). La sofferenza consente sempre una varietà di letture e interpretazioni.
Fu Nietzsche a scrivere queste parole.114 Ciò che intendeva dire era questo: le persone che sperimentano il male possono certamente desiderare di perpetuarlo, di portarlo avanti. Ma è anche possibile imparare il bene sperimentando il male. Un ragazzo vittima di bullismo può imitare i propri aguzzini. Ma può anche imparare dagli abusi subiti che è sbagliato prendere in giro gli altri e rendere le loro vite infelici. Qualcuno tormentato dalla madre può imparare dalle proprie terribili esperienze quanto sia importante essere un buon genitore. Molti degli adulti che abusano di bambini, e forse anche la maggior parte, sono stati maltrattati quando erano piccoli. La maggioranza delle persone che hanno subito abusi da piccole, tuttavia, non abusa dei propri figli. Se così fosse, il numero degli abusatori crescerebbe esponenzialmente, mentre l'abuso scompare nel corso delle generazioni. È un fatto accertato e dimostrato, le vittime ne limitano la diffusione. Questa è una testimonianza del vero predominio del bene sul male, nel cuore umano.
Il desiderio di vendetta, per quanto giustificato, ostacola altri pensieri produttivi. Il poeta americano, naturalizzato inglese, T. S. Eliot ne ha spiegato il perché, nel dramma Cocktail Party. Uno dei personaggi, una donna, non si diverte. Parla della propria profonda infelicità con uno psichiatra. Dice che spera che tutta la sofferenza che prova sia colpa sua. Lo psichiatra è preso alla sprovvista e ne chiede il perché. Ha riflettuto a lungo su questo punto, dice lei, ed è arrivata alla seguente conclusione: se fosse sua responsabilità, allora potrebbe fare qualcosa al riguardo. Se però fosse colpa di Dio, se la realtà stessa fosse imperfetta, costituita in maniera da garantirle l'infelicità, allora lei sarebbe condannata. Non può certo cambiare la struttura della realtà stessa. Ma forse può cambiare la propria vita.
Aleksandr Solženicyn aveva tutte le ragioni per mettere in discussione la struttura dell'esistenza quando era prigioniero in un gulag sovietico, nel pieno del terribile ventesimo secolo. Era stato un soldato sulle linee del fronte russo mal preparate a resistere all'invasione nazista. Era stato arrestato, picchiato e gettato in prigione dalla sua stessa gente. Poi fu colpito dal cancro. Sarebbe potuto diventare pieno di risentimento e rancoroso. Stalin e Hitler, due dei peggiori tiranni della storia, avevano reso la sua vita infelice. Visse in condizioni brutali. Un'ampia porzione del suo prezioso tempo gli fu rubata per essere sperperata. Assistette al dolore e alla morte inutili e degradanti di amici e conoscenti. Poi contrasse una malattia estremamente grave. Solženicyn aveva motivo di maledire Dio. La situazione dello stesso Giobbe è a malapena paragonabile alla sua.
Ma il grande scrittore, il profondo e animato paladino della verità, non permise alla propria mente di abbandonarsi alla vendetta e alla distruzione. Aprì gli occhi, invece. Nel corso delle sue numerose prove, Solženicyn incontrò persone che si comportarono nobilmente, in circostanze orribili. Lo scrittore rifletté profondamente sul loro comportamento. Poi si pose la domanda più difficile: aveva contribuito personalmente in qualche modo alla catastrofe della sua vita? Se sì, come? Si ricordò del sostegno incondizionato che in gioventù aveva offerto al Partito Comunista. Riconsiderò tutta la propria vita. Nei campi aveva un sacco di tempo. Come e perché aveva mancato il bersaglio, in passato? Quante volte aveva agito contro la propria coscienza, impegnandosi in azioni che sapeva essere sbagliate? Quante volte aveva tradito se stesso e mentito? Era possibile rimediare ai peccati del passato: espiarli, nell'inferno fangoso di un gulag sovietico?
Solženicyn esaminò la propria vita nei dettagli, passandola in rassegna con un pettine a denti stretti. Si pose una seconda domanda e una terza. Posso smettere di compiere errori del genere, adesso? Posso riparare al danno causato dai miei fallimenti passati, ora? Imparò a osservare e ad ascoltare. Trovò che c'erano persone che ammirava; chi era onesto, nonostante tutto. Smontò se stesso, pezzo per pezzo, buttando ciò che era inutile e dannoso, e poi risorse. In seguito scrisse Arcipelago Gulag, un resoconto del sistema sovietico dei campi di prigionia.115 È un libro potente e terribile, scritto con la travolgente forza morale della verità senza fronzoli. L'indignazione pura urla insopportabilmente attraverso centinaia di pagine. Messo ovviamente al bando nell'Unione Sovietica, il libro fu introdotto clandestinamente in Occidente negli anni Settanta ed esplose nel mondo. L'opera di Solženicyn demolì completamente e definitivamente la credibilità intellettuale del comunismo, come ideologia e come struttura sociale. Colpì con un'ascia il tronco dell'albero i cui frutti amari lo avevano nutrito in maniera così scarsa e alla cui semina aveva assistito e partecipato.
La decisione di un unico uomo di cambiare la propria vita, invece di maledire il destino, scosse l'intero sistema deviato della tirannia comunista fino al midollo. Si sgretolò del tutto, non molti anni dopo, e il coraggio di Solženicyn giocò un ruolo in quella vicenda. Non fu l'unica persona a compiere un simile miracolo. Mi vengono in mente Václav Havel, lo scrittore perseguitato dal regime sovietico che più tardi divenne, incredibilmente, presidente della Cecoslovacchia prima e della Repubblica Ceca poi, così come il Mahatma Gandhi.
La situazione va in pezzi
Popoli interi si sono rifiutati categoricamente di giudicare la realtà, di criticare l'Essere, di incolpare Dio. È interessante, a questo proposito, prendere in considerazione gli ebrei dell'Antico Testamento. Le loro tribolazioni seguivano uno schema coerente. Le storie di Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e la Torre di Babele sono davvero antiche. Le loro origini si perdono nel tempo. È solo dopo il racconto dell'inondazione nella Genesi che inizia qualcosa di simile alla storia, per come la intendiamo. Comincia con Abramo, i cui discendenti diventano il popolo ebraico dell'Antico Testamento, stringono un'alleanza con Jahvè e danno inizio alle loro storia così come la conosciamo.
Sotto la guida di un grande uomo, gli ebrei si organizzano in una società e quindi in un regno. Mentre le loro fortune aumentano, il successo genera orgoglio e arroganza. La corruzione solleva la sua brutta testa. Lo Stato, sempre più tracotante, si lascia ossessionare dal potere, comincia a dimenticare i doveri verso le vedove e gli orfani e devia dall'antico accordo con Dio. Si fa strada un profeta, che insulta spudoratamente e pubblicamente il re autoritario e il popolo infedele per le loro manchevolezze nei confronti di Dio e compie un atto di cieco coraggio, parlando del terribile giudizio che verrà. Quando le sagge parole non sono completamente ignorate, vengono comunque ascoltate troppo tardi. Dio colpisce la sua gente deviata, condannandola a una sconfitta degradante in battaglia e a generazioni di schiavitù. Gli ebrei si pentono, alla fine, incolpando la sfortuna per non aver rispettato la parola di Dio. Continuano a ripetere a se stessi che avrebbero potuto fare meglio. Ricostruiscono il regno e il ciclo ricomincia.
Così è la vita. Edifichiamo strutture in cui vivere. Costruiamo famiglie e nazioni. Estrapoliamo i princìpi su cui queste strutture si fondano e formuliamo sistemi di credenze. All'inizio abitiamo quelle strutture e quei sistemi così come Adamo ed Eva avevano abitato il Paradiso terrestre. Ma il successo ci gratifica. Dimentichiamo così di fare attenzione. Diamo per scontato ciò che abbiamo. Chiudiamo un occhio. Non ci accorgiamo che le cose stanno cambiando o che la corruzione sta prendendo piede. E tutto crolla. È colpa della realtà, di Dio? O la situazione va in pezzi perché non siamo stati abbastanza cauti?
Quando l'uragano colpì New Orleans e la città affondò sotto le onde, fu un disastro naturale? Gli olandesi predispongono le dighe nella speranza di resistere alla peggiore tempesta degli ultimi diecimila anni. Se New Orleans avesse seguito quell'esempio, non ci sarebbe stata alcuna tragedia. E quanto accaduto era di certo prevedibile. Il Flood Control Act del 1965, la legge statunitense per il controllo delle esondazioni, impose miglioramenti al sistema di argini che contenevano il lago Pontchartrain. Il sistema avrebbe dovuto essere ultimato entro il 1978. Quarant'anni dopo, solo il 60 per cento dei lavori era stato completato. La cecità volontaria e la corruzione hanno distrutto la città.
Un uragano è un atto di Dio. Ma una scarsa preparazione, quando si sa bene quanto sia necessaria, è un peccato. Così si manca il bersaglio. E il prezzo del peccato è la morte (Lettera ai Romani 6,23). Gli antichi ebrei incolpavano sempre se stessi quando la situazione andava in pezzi. Agivano come se la bontà di Dio, la bontà della realtà, fosse insindacabile e si assumevano la responsabilità del proprio fallimento. È un atteggiamento assolutamente, forse follemente, responsabile. Ma l'alternativa è ritenere che la realtà sia carente, criticare l'Essere stesso e sprofondare nel risentimento e nel desiderio di vendetta.
Se stai soffrendo, be', è la norma. Le persone sono umane e la vita è tragica. Tuttavia, se la sofferenza è insopportabile e stai cominciando a farti corrompere, ecco qualcosa su cui riflettere.
Metti in ordine la tua vita
Prendi in esame la tua situazione. Comincia dal basso. Hai sfruttato appieno le opportunità che ti sono state offerte? Stai lavorando sodo per crescere professionalmente o permetti che amarezza e risentimento ti frenino e ti trascinino verso il basso? Hai fatto pace con tuo fratello? Tratti il tuo coniuge e i tuoi figli con dignità e rispetto? Hai abitudini che stanno distruggendo la tua salute e il tuo benessere? Ti stai davvero assumendo le tue responsabilità? Hai detto tutto quello che dovevi ai tuoi amici e familiari? C'è qualcosa che potresti fare, che sai che potresti fare, che migliorerebbe le cose intorno a te?
Hai messo in ordine la tua vita?
Se la risposta è no, ecco che cosa puoi provare a fare: inizia a smettere di fare ciò che sai essere sbagliato. Smetti oggi. Non perdere tempo a chiederti su quali basi puoi dire che ciò che stai facendo è sbagliato, se sei sicuro che lo sia. Le domande inopportune possono confondere, senza illuminare, e distoglierti dall'agire. Puoi sapere che qualcosa è sbagliato o giusto senza riuscire a spiegarne il perché. Il tuo intero essere può dirti qualcosa che non puoi né spiegare né articolare. Ogni persona è troppo complessa per conoscersi completamente, e tutti noi racchiudiamo una saggezza che non riusciamo a comprendere.
Quindi, semplicemente fermati, quando ti accorgi, anche solo vagamente, che dovresti farlo. Smetti di agire in quel particolare modo che non ti fa onore. Smetti di dire quelle cose che ti rendono debole e pieno di vergogna. Di' solo cose che ti rendono forte. Compi solo quelle azioni di cui potresti parlare con orgoglio.
Basati sui tuoi criteri di giudizio. Conta su te stesso per trovare una guida. Non devi aderire ad alcun codice di comportamento esterno, arbitrario, anche se non devi ignorare le linee guida della tua cultura di riferimento. La vita è breve e non hai il tempo di capire tutto da solo. La saggezza del passato è stata conquistata con il duro lavoro e probabilmente gli antenati che sono vissuti prima di te hanno qualcosa di utile da dirti.
Non incolpare il capitalismo, la sinistra radicale o l'iniquità dei tuoi nemici. Non cercare di riorganizzare lo Stato finché non hai fatto ordine nella tua esperienza. Abbi un po' di umiltà. Se non riesci a portare pace nella tua famiglia, come puoi pensare di governare una città? Lascia che la tua anima ti guidi. Guarda cosa succede nei giorni e nelle settimane. Al lavoro inizierai a dire ciò che pensi veramente. Comincerai a dire a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi figli o ai tuoi genitori ciò che realmente desideri e di cui hai bisogno. Quando ti accorgerai di non aver fatto qualcosa, rimedierai a tale mancanza. La mente comincerà a schiarirsi, a mano a mano che smetti di riempirla di bugie. La tua esperienza migliorerà, se smetti di distorcerla con azioni non sincere. Inizierai quindi a scoprire altri aspetti, più sottili, sui quali ti stai sbagliando. Smetti di fare anche queste cose. Dopo alcuni mesi e anni di sforzi accurati, la tua vita diventerà più semplice e meno complicata. La tua capacità di giudizio migliorerà. Districherai il passato. Diventerai più forte e meno rancoroso. In futuro agirai con maggiore fiducia. Smetterai di complicarti inutilmente la vita. Ti ritroverai comunque costretto ad affrontare le inevitabili tragedie che la vita comporta, ma l'amarezza e l'inganno non le aggraveranno.
Forse adesso scoprirai che la tua anima, meno corrotta e molto più forte di quanto sarebbe stata altrimenti, è in grado di sopportare quelle tragedie che rimangono, necessarie, minime e inevitabili. Forse imparerai anche ad affrontarle così che resteranno tragiche, anziché degenerare in un inferno assoluto. Forse l'ansia, la disperazione, il risentimento e la rabbia, inizialmente letali, svaniranno. Forse la tua anima incorrotta vedrà quindi l'esistenza come un vero bene, come qualcosa da celebrare, nonostante la vulnerabilità. Forse diventerai una forza di pace e una leva del bene, sempre più potente.
Magari allora capirai che se tutte le persone si comportassero così, nella propria vita, il mondo smetterebbe di essere un brutto posto. In seguito, con uno impegno continuo, forse potrebbe anche smettere di essere un luogo tragico. Chi può dire come sarebbe la nostra esistenza se tutti decidessimo di combattere per il meglio? Chissà quali paradisi eterni potrebbero aprire i nostri spiriti, purificati dalla verità, mirando al cielo, proprio qui sulla Terra caduta?
Metti in perfetto ordine casa tua, prima di criticare il mondo.


REGOLA 7
RICERCA IL SENSO NON IL VANTAGGIO PERSONALE
ABBANDONA FINCHÉ SEI IN TEMPO LA BARCA CHE AFFONDA

La vita è sofferenza. È evidente. Non esiste verità più semplice e inconfutabile. È fondamentalmente quanto Dio dice ad Adamo ed Eva, subito prima di cacciarli dal Paradiso.
Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.”
All'uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: ‘Non ne devi mangiare', maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere tornerai!”. (Genesi 3: 16-19)
Che cosa mai possiamo fare in proposito?
Qual è la risposta più semplice, più ovvia e più diretta? Ricerca il piacere. Segui gli impulsi. Vivi nell'oggi. Fai ciò che ti conviene. Menti, imbroglia, ruba, inganna, manipola, ma non farti beccare. In un universo privo di un senso definitivo, che cosa ha importanza? E non è affatto un'idea nuova. L'assunto della tragicità della vita e della sofferenza che ne è parte è stato a lungo usato per giustificare la ricerca della gratificazione egoistica immediata.
La nostra vita è breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno che sia ritornato dagli inferi.
Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. È un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore.
Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra vita passerà come le tracce di una nube, si disperderà come nebbia scacciata dai raggi del sole e disciolta dal calore.
La nostra esistenza è il passare di un'ombra e non c'è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro.
Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile!
Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera.
Coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano.
Nessuno di noi manchi di prendere parte al divertimento.
Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte.
Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d'anni del vecchio.
La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile. (Sapienza 2:1-11. Cei.)
Il piacere del vantaggio personale può essere fugace, ma è pur sempre un piacere ed è un argine contro il terrore e il dolore dell'esistenza. Ogni uomo è solo e si salvi chi può, come dice il vecchio proverbio. Perché non prendere semplicemente tutto ciò che si può ottenere, ogni volta che ci si presenta l'occasione? Perché non decidere di vivere così?
O c'è un'alternativa più valida e convincente?
I nostri antenati hanno elaborato risposte molto sofisticate a queste domande, ma noi continuiamo a non capirle molto bene. Ciò accade perché in gran parte sono ancora implicite: si manifestano principalmente nel rituale e nel mito e per il momento non sono chiaramente articolate. Mettiamo in atto queste risposte e le rappresentiamo nelle storie, ma non siamo ancora abbastanza saggi per esprimerle esplicitamente. Siamo ancora scimpanzé in gruppo o lupi in branco. Sappiamo come comportarci. Sappiamo chi è chi e perché. Lo abbiamo imparato grazie all'esperienza. La nostra conoscenza si è modellata sulla base della nostra interazione con gli altri. Abbiamo stabilito routine prevedibili e modelli di comportamento, ma non li capiamo veramente, né sappiamo dove hanno avuto origine. Si sono evoluti in un tempo molto lungo. Nessuno li ha formulati in modo chiaro, almeno non nel passato lontano e indistinto, anche se allora ci stavamo raccontando come ci saremmo comportati per sempre. Un giorno, tuttavia, non molto tempo fa, ci siamo svegliati. Ci stavamo già comportando così, ma abbiamo iniziato a notare quello che stavamo facendo. Abbiamo iniziato a utilizzare i nostri corpi come dispositivi per rappresentare le azioni. Abbiamo cominciato a imitare e a rappresentare. Abbiamo inventato il rituale e cominciato a recitare le nostre esperienze, quindi a raccontare storie. Abbiamo codificato le nostre osservazioni sul dramma che viviamo, in queste storie. Così, le informazioni che prima erano sottintese al nostro comportamento sono state rappresentate nei nostri racconti. Ma non abbiamo capito e ancora non capiamo che cosa significhi tutto questo.
La narrativa biblica del Paradiso e della caduta è una di queste storie, intessute dall'immaginario collettivo che opera nel corso dei secoli. Ci fornisce un importante resoconto della natura dell'Essere e indica una capacità di concettualizzare e di agire che ben si abbina a quella natura. Nel giardino dell'Eden, prima dell'alba dell'autocoscienza, gli esseri umani erano senza peccato, o almeno così si narra. I nostri genitori primordiali, Adamo ed Eva, camminavano insieme a Dio. Poi, messa alla prova dal serpente, la prima coppia si cibò dei frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male, scoprì la morte e la vulnerabilità e si allontanò da Dio. L'umanità fu esiliata dal Paradiso e cominciò la faticosa esistenza mortale. L'idea del sacrificio arriva poco dopo, a partire dal racconto di Caino e Abele, e si sviluppa attraverso le avventure di Abramo e dell'Esodo. Dopo lunga riflessione, l'umanità che combatte e fatica impara che potrebbe guadagnarsi i favori ed evitare l'ira di Dio, attraverso un giusto sacrificio: apprende inoltre così che l'omicidio ha una ragione d'essere per chi non vuole o non riesce ad avere successo con il sacrificio.
Il differimento della gratificazione
Quando iniziarono a compiere sacrifici, i nostri antenati cominciarono a mettere in pratica quella che, espressa a parole, sarebbe stata considerata un'asserzione: rinunciando a qualcosa di valore nel presente, è possibile avere qualcosa di meglio nel futuro. Ricorda che la necessità di guadagnarsi da vivere tramite il lavoro è una delle maledizioni scagliate da Dio su Adamo e sui suoi discendenti, in conseguenza del peccato originale. Adamo, che si accorge poco alla volta dei limiti intrinseci all'Essere, la vulnerabilità e la morte, scopre al tempo stesso quale futuro lo attende. Il futuro è il luogo dove morirai (si spera, non troppo presto). Con il lavoro, potresti allontanare il momento della morte; con un sacrificio nel presente, puoi ottenere benefici in futuro. È per questo motivo, tra gli altri, che il concetto di sacrificio è introdotto nella Bibbia immediatamente dopo il dramma della caduta. C'è poca differenza tra sacrificio e lavoro. Entrambi caratterizzano la sola esistenza umana. A volte gli animali agiscono come se stessero lavorando, ma in realtà seguono solo i dettami della natura. I castori costruiscono dighe. Lo fanno perché sono castori. Non pensano: “Sì, ma preferirei essere su una spiaggia in Messico con la mia ragazza” mentre lo fanno.
Detto banalmente, un simile sacrificio o lavoro è un differimento della gratificazione, un'espressione molto semplice che descrive qualcosa di profondamente importante. La scoperta che la gratificazione possa essere differita rimanda simultaneamente alla scoperta del tempo e, con essa, della causalità, in particolare della forza causale dell'azione umana volontaria. Molto tempo fa, nella notte dei tempi, cominciammo a capire che la realtà era strutturata come se potesse essere negoziata. Abbiamo imparato che un comportamento corretto nel presente, come dominare gli impulsi e tenere in considerazione le difficoltà degli altri, avrebbe potuto procurarci una gratificazione in futuro, in un tempo e in un luogo che ancora non esistevano. Abbiamo iniziato a inibire, a regolare e a organizzare gli impulsi immediati, per smettere di ostacolare gli altri e il nostro io futuro. Quest'azione fu una sola cosa con l'organizzazione della società: la scoperta della relazione causale tra i nostri sforzi attuali e la qualità del domani ha motivato il contratto sociale, cioè l'organizzazione che consente di accumulare con fiducia il lavoro odierno, in cambio principalmente di promesse da parte di altre persone.
La comprensione viene spesso agita prima che formulata esplicitamente, proprio come un bambino capisce che cosa significa essere madre o padre prima di essere in grado di definire con parole quei ruoli.116 L'atto del sacrificio rituale a Dio era una prima ed evoluta rappresentazione dell'idea dell'utilità del differimento. C'è un lungo cammino concettuale tra il semplice abbuffarsi avidamente e l'imparare a mettere da parte della carne, affumicandola al fuoco, per la fine della giornata o per qualcuno che non è presente. Ci vuole molto tempo per imparare a conservare qualcosa per dopo, per noi stessi o per condividerlo con qualcun altro (e nel primo caso è come se condividessimo qualcosa con il nostro sé del futuro). È molto più facile e molto più piacevole divorare subito ed egoisticamente tutto ciò che abbiamo davanti. Ogni salto evolutivo che riguarda il differimento e la sua concettualizzazione richiede, allo stesso modo, un lungo cammino: la condivisione a breve termine, la scorta per il futuro, il conteggio delle scorte, in seguito anche sotto forma di valuta e, infine, il risparmio di denaro in banca o in un'altra istituzione sociale. Alcune concettualizzazioni dovevano servire come tappe intermedie, altrimenti l'intera gamma delle pratiche e delle idee riguardo al sacrificio, al lavoro e alla loro rappresentazione non sarebbe mai emersa.
I nostri antenati misero in scena un dramma, una fiction: personificavano la forza che governa il destino come uno spirito con cui si può negoziare, contrattare, come se fosse un altro essere umano. E la cosa sorprendente è che funzionò. Ciò è in certa misura dovuto al fatto che il futuro è plasmato da altri esseri umani, spesso proprio da coloro che hanno osservato, valutato e apprezzato i più piccoli dettagli del nostro comportamento passato. Non è molto diverso da quanto fa Dio che, dall'alto dei cieli, segue ogni nostra mossa e l'annota in un grande libro. Ecco un'idea simbolica e proficua: il futuro è un padre che giudica. È un buon inizio. Ma dalla scoperta del sacrificio e del lavoro nascono altre due domande, archetipiche e fondamentali. Entrambe riguardano il massimo ampliamento della logica del lavoro, ossia sacrificarsi nel presente per ottenere qualcosa in seguito.
Prima domanda: che cosa occorre sacrificare? Piccoli sacrifici possono bastare a risolvere problemi particolari e contenuti. Ma è possibile che sacrifici più grandi e di più ampia portata risolvano una vasta gamma di problemi complessi? È difficile, eppure il risultato potrebbe essere migliore. Imporsi la disciplina necessaria per frequentare la facoltà di medicina, per esempio, interferirà fatalmente con lo stile di vita libertino di un irriducibile studente universitario fanatico dei party. Rinunciare alle feste sfrenate è un sacrificio. Ma un medico può, parafrasando George W. Bush, “mettere davvero del cibo sulla tavola della propria famiglia”. Il corso di laurea in medicina è un lungo periodo in cui si presentano molte difficoltà da affrontare. Quindi, i sacrifici sono necessari per un futuro migliore: più grandi sono, migliori sono i risultati che possono portare.
Ed ecco la seconda domanda che consiste in realtà in una serie di domande correlate. Abbiamo già stabilito il principio di base: il sacrificio migliorerà il futuro. Ma un principio, una volta stabilito, dev'essere spiegato. Occorre comprenderne significato e implicazioni. Che cosa comporta, in ultima analisi, l'idea che il sacrificio migliorerà il futuro? Dove quel principio di base incontra il proprio limite? Prima di tutto dobbiamo chiederci: “Quale sarebbe il più grande, il più efficace, il più desiderabile di tutti i possibili sacrifici?”. E ancora: “Quanto sarebbe positivo il migliore futuro possibile, se compissimo il più efficace dei sacrifici?”.
Il racconto biblico di Caino e Abele, figli di Adamo ed Eva, segue il racconto della cacciata dal Paradiso, come abbiamo detto prima. Caino e Abele sono in realtà i primi esseri umani, dato che i loro genitori erano stati creati direttamente da Dio e non erano nati nella maniera canonica. Caino e Abele vivono nella storia, non nell'Eden. Devono lavorare. Devono compiere sacrifici, per compiacere Dio, e lo fanno, con tanto di altari e rituali. Ma le cose si complicano. Le offerte di Abele sono gradite a Dio, ma quelle di Caino no. Abele è ricompensato, più volte, ma Caino no. Non è chiaro il perché, anche se il testo sembra suggerire che i sacrifici di Caino non fossero davvero sentiti. Forse la qualità o la quantità degli animali che Caino sacrificava non erano adeguate. Forse lo faceva a malincuore. O forse Dio era irritato, per qualche motivazione segreta. E tutto ciò è plausibile. Non tutti i sacrifici si equivalgono. Inoltre, spesso pare proprio che i sacrifici apparentemente di alta qualità non siano ricompensati con un futuro migliore, e non si capisce perché. Perché Dio non è contento? Che cosa dovrebbe cambiare perché lo sia? Sono domande difficili e tutti se le pongono, sempre, anche senza accorgersene.
Porsi domande del genere è indistinguibile dal normale atto di pensare.
La consapevolezza che il piacere potesse essere utilmente rimandato si fece strada in noi con molta difficoltà. È assolutamente contraria ai nostri istinti animali, antichi e fondamentali, che pretendono una soddisfazione immediata, soprattutto in condizioni di deprivazione. Per complicare la questione, il differimento diventa utile solo quando la civiltà si è stabilizzata abbastanza da garantire la ricompensa ritardata, nel futuro. Se tutto ciò che metti da parte sarà distrutto o, peggio, rubato, non ha senso risparmiare. È per questo motivo che un lupo sbranerebbe venti chili di carne cruda in un solo pasto. L'animale non pensa: “Non mi piace abbuffarmi: potrei metterne un po' da parte per la settimana prossima.” Quindi, com'è stato possibile che si manifestassero quei due risultati importanti, che era necessario si verificassero contemporaneamente, differimento e stabilizzazione della società?
È un processo evolutivo, dall'animale all'umano. La spiegazione che ne daremo adesso è, senza dubbio, carente di dettagli. Ma è sufficientemente accurata per i nostri scopi. In primo luogo, c'è del cibo in eccesso: grandi carcasse di mammiferi o di altri enormi erbivori. Dopo che un grosso animale è stato ucciso, avanza della carne, che può essere consumata in seguito. In un primo momento accade per caso, ma poi si comincia a notare l'utilità del mettere da parte per dopo. Nello stesso tempo si fa strada una certa idea non ben definita del sacrificio, come, per esempio: “Se ne avanzo un po', anche se lo mangerei volentieri tutto ora, più tardi non avrò fame.” Quest'idea non ben definita e provvisoria si sviluppa al livello successivo: “Se ne avanzo un po' per dopo, non dovrò patire la fame e nemmeno le persone a cui tengo dovranno farlo” e poi a quello ulteriore: “Non posso mangiare tutto questo mammut, ma non posso nemmeno conservare ciò che avanza troppo a lungo. Forse dovrei darne un po' ad altri. Forse se ne ricorderanno e mi daranno da mangiare un po' del mammut che si sono procurati, quando ne avranno a disposizione, mentre io sarò senza. Quindi, mangerò un po' di mammut adesso e un po' di mammut dopo. È un buon affare. Forse quelli con cui adesso condivido i miei beni si fideranno di me, più in generale. Forse potremo continuare a scambiare i nostri beni.” In questo modo, il mammut diventa anche una riserva per il futuro, nonché fonte di reputazione personale. Ecco l'emergere del contratto sociale.
Condividere non significa regalare qualcosa che per te ha valore senza ottenere nulla in cambio. Questo è ciò che teme ogni bambino che rifiuta di condividere. Condividere significa, esattamente, avviare un processo di scambio. Un bambino che non è in grado di condividere, che non sa negoziare, non è in grado di avere amici, perché l'amicizia è una forma di scambio. Una volta Benjamin Franklin suggerì che una persona appena arrivata in un nuovo quartiere osasse chiedere a un nuovo vicino un favore, citando una vecchia massima: “Chi una volta ti ha fatto una gentilezza sarà più pronto a fartene un'altra rispetto a colui al quale tu stesso hai fatto un favore.”117 Secondo Franklin, chiedere a qualcuno un favore era l'invito più utile e immediato all'interazione sociale. Una simile richiesta da parte del nuovo arrivato offriva al vicino l'opportunità di mostrarsi una brava persona fin dal primo incontro. Significava inoltre che il vicino poteva da quel momento chiedere al nuovo arrivato un favore, in cambio, a causa del credito contratto: e così la familiarità e la fiducia reciproche sarebbero aumentate sempre più. Così entrambe le parti avrebbero superato la naturale diffidenza e la reciproca paura dello straniero.
Qualcosa è meglio di niente. È ancora meglio condividere generosamente qualcosa in tuo possesso. Ancora di più, infine, è costruirsi la fama di persona generosa. È qualcosa che dura, qualcosa di affidabile. A questo punto di astrazione, possiamo osservare come si sono sviluppati i concetti di fiducia, onestà e generosità. Si sono gettate le basi per costruire una moralità articolata. La persona produttiva che condivide con sincerità è il prototipo del buon cittadino e dell'uomo buono. Possiamo così osservare come, dalla semplice nozione che mettere da parte gli avanzi per dopo fosse una buona idea, potessero emergere più elevati principi morali.
Diciamo che nello sviluppo dell'umanità è accaduto più o meno questo. In un primo momento passano decine o centinaia di migliaia di anni prima che emergano la storia scritta e il dramma. Durante questo periodo, le pratiche gemelle del differimento e dello scambio iniziano ad affacciarsi, lentamente e con fatica. Quindi vengono rappresentate, in un'astrazione metaforica, come rituali e storie di sacrifici, raccontate così: “È come se nel Cielo ci fosse una potente figura, che vede tutto e ti giudica. Sembra che, se rinunci a qualcosa che apprezzi, lo rendi felice: e tu desideri renderlo felice, perché, se non lo fai, si scatena l'inferno. Quindi, pratica il sacrificio e la condivisione finché non diventi esperto e tutto andrà bene per te.” Nessuno ha detto nulla di questo, almeno non così chiaramente e direttamente. Ma era implicito nella pratica e poi nei racconti.
Prima di tutto c'è stata l'azione, com'era naturale, perché gli animali che una volta eravamo erano in grado di agire ma non di pensare. È venuto prima il valore implicito e non riconosciuto. Abbiamo visto la persona di successo riuscire e il perdente fallire, per migliaia e migliaia di anni. Poi ci abbiamo pensato su e abbiamo tratto una conclusione: la persona di successo differisce la gratificazione. Contratta con il futuro. Comincia a emergere un'idea importante, che assume una forma sempre più chiaramente articolata, in racconti sempre più strutturati: qual è la differenza tra chi riesce e chi no? Riesce chi si sacrifica. La situazione migliora, a mano a mano che la persona di successo compie sacrifici. Le domande si fanno sempre più precise e, al tempo stesso, più grandi: qual è il massimo sacrificio possibile? E il massimo bene possibile? E le risposte diventano sempre più profonde.
Il Dio della tradizione occidentale, come tanti altri dei, richiede il sacrificio. Abbiamo già esaminato il perché. Ma a volte si spinge anche oltre. Egli pretende non solo il sacrificio, ma il sacrificio proprio di quel che amiamo di più. Ciò appare in maniera assoluta e sconvolgente nella storia di Abramo e Isacco. Abramo, amato da Dio, desiderava da molto un figlio. Dio gli promise che l'avrebbe avuto, dopo diverso tempo, e in condizioni apparentemente impossibili: nella vecchiaia e con una moglie da lungo sterile. Non molto tempo dopo, però, quando Isacco, il bambino nato miracolosamente, è ancora piccolo, Dio fa dietrofront e in maniera irragionevole e apparentemente barbara esige che il suo fedele servitore offra il proprio figlio in sacrificio. La storia ha un lieto fine: Dio manda un angelo per fermare la mano di Abramo e accetta il sacrificio di un ariete al posto di Isacco. Certo, è una buona cosa, ma in realtà non risolve il problema in questione: perché Dio - la vita - va oltre il necessario? Perché impone tali richieste?
Cominceremo la nostra analisi con un'ovvietà, cruda, evidente e sottovalutata: a volte le cose non vanno bene. Ciò sembra avere molto a che fare con la natura terribile del mondo, con le piaghe, le carestie, i soprusi e i tradimenti. Ma ecco il problema: spesso, quando le cose non stanno andando bene, la causa non è il mondo. La causa è invece ciò a cui attualmente attribuiamo più valore, soggettivamente e personalmente. Perché? Perché il mondo ti si rivela, a un livello indefinito, attraverso il filtro dei tuoi valori. Tratteremo questo argomento più approfonditamente a proposito della Regola 10. Se il mondo che stai vedendo non è quello che vuoi, quindi, è il momento di prendere in esame i tuoi valori. È tempo di liberarti dei presupposti attuali. È ora di lasciar andare. Potrebbe anche essere il momento di sacrificare ciò che ami di più, in modo da diventare ciò che potresti diventare, invece di rimanere quello che sei.
C'è un vecchio racconto, forse inventato, su come catturare una scimmia, che illustra molto bene queste idee. Per prima cosa, devi trovare un barattolo grande, con un collo stretto ma ampio abbastanza perché una scimmia ci possa infilare la mano. Quindi devi riempire il barattolo parzialmente con alcune prelibatezze, in modo che sia troppo pesante da trasportare per una scimmia. Quindi devi sparpagliare vicino al barattolo qualche leccornia che ingolosisca le scimmie, per attirarne una. Arriverà una scimmia, che infilerà la mano nella stretta apertura per afferrare il cibo. Ma poi non sarà in grado di estrarre il pugno, ora pieno di dolcetti, dall'apertura troppo stretta del barattolo. Non senza aprire la mano. Non senza rinunciare a ciò che già ha. E non lo farà. Il cacciatore di scimmie, a questo punto, può semplicemente avvicinarsi al barattolo e prendere la scimmia. L'animale non sacrificherà la parte per preservare il tutto.
Rinunciare a qualcosa di prezioso assicura la futura prosperità. Il sacrificio di qualcosa di significativo piace al Signore. Che cosa c'è di più prezioso e che garantisca il miglior sacrificio? O quantomeno che cosa può esserne il simbolo? Un taglio di carne scelta. Il miglior animale di un gregge. Un oggetto per noi ricco di valore. Che cosa c'è di più importante anche di questo? Qualcosa di estremamente personale e difficile da regalare. Ciò è simbolizzato, forse, dall'insistenza di Dio sulla circoncisione come parte del sacrificio di Abramo, in cui la parte è offerta, simbolicamente, per redimere il tutto. Che cosa c'è oltre? Che cosa appartiene all'intera persona più che una parte del suo corpo? Che cosa costituisce il sommo sacrificio, che permette di ottenere la ricompensa finale?
È una gara serrata tra il bambino e il sé. Il sacrificio della madre, nell'offrire il proprio figlio al mondo, è esemplificato profondamente dalla “Pietà”, la grandiosa scultura di Michelangelo, raffigurata anche all'inizio di questo capitolo. Michelangelo scolpì Maria che contemplava il proprio figlio, deposto dalla croce. È colpa sua, di Maria. È attraverso di lei che il Figlio è arrivato al mondo e nel grande dramma dell'Essere. È giusto far nascere un figlio in questo mondo terribile? Ogni donna si pone questa domanda. Alcune dicono di no e hanno le loro ragioni. Maria risponde sì, volontariamente, sapendo perfettamente ciò che accadrà, come lo sanno tutte le madri, se si accordano il permesso di vedere. È un atto di supremo coraggio, se intrapreso volontariamente.
A sua volta, il figlio di Maria, Cristo, offre se stesso a Dio e al mondo, al tradimento, alla tortura e alla morte, fino al punto della disperazione sulla croce, dove grida quelle parole terribili: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,46). È la storia archetipica dell'uomo che dà tutto ciò che ha per il meglio, che offre la propria vita per il progresso dell'Essere, che permette alla volontà di Dio di manifestarsi pienamente entro i confini di un'unica vita mortale. È l'esempio dell'uomo giusto. Nel caso di Cristo, però, mentre si sacrifica, Dio, suo Padre, sta al tempo stesso sacrificando il proprio figlio. È per questo motivo che il dramma cristiano sacrificale del Figlio e del sé è archetipico. È una storia al limite, di cui non si può immaginare nulla di più estremo, niente di più grande. È la definizione stessa di archetipo. È il nocciolo di ciò che si intende per religioso.
Il mondo è dolore e sofferenza. Su questo, nessuno può avere dubbi. Il sacrificio può tenere il dolore e la sofferenza in sospeso, in misura maggiore o minore, e sacrifici più grandi possono farlo con più efficacia. Su questo, nessuno può avere dubbi. Ognuno racchiude questa conoscenza nella propria anima. Pertanto, la persona che desidera alleviare la sofferenza, che desidera correggere i difetti dell'Essere, che vuole realizzare il migliore tra tutti i futuri possibili, che vuole creare il Paradiso sulla Terra, compirà il sacrificio più elevato, di sé e del proprio figlio, di tutto ciò che ama, per vivere una vita indirizzata al Bene. Rinuncerà alla convenienza. Perseguirà il cammino del significato ultimo. E in questo modo porterà la salvezza al mondo che vive nella disperazione.
Ma è possibile una cosa del genere? Non è chiedere troppo all'individuo? Va tutto bene per Cristo, potresti obiettare, ma lui era il vero Figlio di Dio. Ci sono, però, anche altri esempi, alcuni molto meno mitologici e archetipici. Prendiamo in considerazione, per esempio, il caso di Socrate, l'antico filosofo greco. Dopo una vita spesa a ricercare la verità e a educare i propri compatrioti, Socrate affrontò un processo per crimini contro Atene, sua città natale. Gli accusatori gli fornirono molte opportunità per andarsene, semplicemente, ed evitare la morte.118 Ma il grande sapiente aveva già preso in considerazione e respinto una simile linea d'azione. L'amico Ermogene notò che, in quel momento della sua vita, Socrate discuteva di “qualsiasi argomento”119 ma non del processo, e gli chiese perché apparisse tanto indifferente. Socrate rispose che si era preparato tutta la vita a difendersi,120 ma poi disse qualcosa di più misterioso e significativo. Quando aveva tentato specificamente di prendere in considerazione strategie che l'avrebbero portato all'assoluzione “con mezzi leciti e illeciti”121 o anche quando aveva pensato semplicemente a come comportarsi durante il processo giudiziario,122 era stato interrotto da quello che per lui era il segno divino: lo spirito, la voce o il “demone” interiore. Socrate parlò di questa voce anche durante il processo.123 Disse che uno dei fattori che lo distinguevano dagli altri uomini124 era l'assoluta disponibilità ad ascoltarne gli avvertimenti, a smettere di parlare e di agire, quando la voce gli diceva di farlo. Gli dei stessi lo avevano considerato saggio al di sopra degli altri uomini, non ultimo per questo motivo, secondo lo stesso Oracolo di Delfi, ritenuto un giudice affidabile in merito a tale genere di questioni.125
Poiché la sua voce interna, sempre affidabile, si opponeva alla fuga e alla difesa, Socrate modificò radicalmente la propria idea sul significato di quel processo. Cominciò a considerare che potesse essere una benedizione, piuttosto che una maledizione. Raccontò a Ermogene di aver compreso che lo spirito cui aveva sempre prestato ascolto forse gli stava offrendo una via d'uscita dalla vita, nella maniera “più facile ma anche meno fastidiosa per gli amici”,126 con “un corpo sano e uno spirito capace di mostrare gentilezza”,127 senza “le piaghe della malattia” e le afflizioni dell'estrema vecchiaia.128 La decisione di Socrate di accettare il proprio destino gli permise di mettere da parte il terrore della morte, prima e durante il processo, dopo che la sentenza fu pronunciata,129 e anche più tardi, durante l'esecuzione.130 Vide che la sua vita era stata tanto ricca e piena che poteva lasciarla andare, con grazia. Gli fu data l'opportunità di mettere ordine nei propri affari. Vide che poteva sfuggire al terribile e lento declino degli anni che avanzavano. Arrivò a intendere tutto quanto gli stava succedendo come un dono degli dei. Non fu quindi obbligato a difendersi da chi lo accusava, almeno non con l'obiettivo di dichiarare la propria innocenza e sfuggire al destino. Ribaltò invece la propria posizione, rivolgendosi ai giudici in maniera da far capire a tutti perché il consiglio della città lo voleva morto. Poi bevve il veleno, come un uomo.
Socrate rifiutò ciò che per lui era vantaggioso, per la manipolazione che avrebbe comportato. Decise invece, nelle condizioni più estreme, di continuare a scegliere ciò che era importante e vero. Duemilacinquecento anni dopo, noi ricordiamo la sua scelta e ne traiamo conforto. Che cosa possiamo imparare? Se eviti di dire menzogne e vivi secondo coscienza, puoi conservare la tua nobiltà anche quando affronti la minaccia estrema; se ti attieni, con sincerità e coraggio, al più alto degli ideali, troverai una certezza e una forza maggiori di quelle che ricaveresti se ti focalizzassi, in maniera miope, sulla tua sicurezza personale; se vivi giustamente e pienamente, puoi scoprire un significato tanto profondo che ti protegge anche dalla paura della morte.
Può tutto questo essere vero?
La morte, la fatica e il male
La tragedia dell'Essere autocosciente genera una sofferenza inevitabile. Quella sofferenza a sua volta motiva il desiderio di gratificazione egoistica, immediata, guidata dall'interesse personale. Ma il sacrificio e il lavoro tengono a bada la sofferenza molto più efficacemente di quanto non faccia il piacere immediato e impulsivo. La tragedia stessa però, concepita come l'arbitraria crudeltà della società e della natura, messa a confronto con la vulnerabilità dell'individuo, non è l'unica né forse la primaria fonte di sofferenza. Occorre considerare anche il problema del male. Il mondo è duro con noi, senza dubbio, ma la disumanità dell'uomo verso il suo simile è qualcosa di peggiore. Quindi il problema del sacrificio si aggrava nella sua complessità: non sono solo la privazione e i limiti imposti dalla morte a dover essere affrontati con il lavoro e con la volontà di offrire aiuto e di fare dei sacrifici. È anche il problema del male.
Considera, ancora una volta, la storia di Adamo ed Eva. Dopo la caduta e il risveglio dei nostri genitori archetipici, la vita diventa molto dura per i loro figli (che siamo noi). Prima di tutto, c'è il terribile destino che ci attende nel mondo in seguito alla cacciata dal Paradiso: il mondo della storia. Non da ultimo c'è ciò che Goethe chiamava “il nostro infinito lavoro creativo”.131 Gli umani lavorano, come abbiamo visto. Lavoriamo perché abbiamo preso coscienza della verità legata alla nostra vulnerabilità, alla nostra sottomissione alla malattia e alla morte, e desideriamo proteggerci il più a lungo possibile. Una volta che siamo in grado di vedere il futuro, dobbiamo prepararci o vivere nella negazione e nel terrore. Sacrifichiamo quindi i piaceri di oggi per un futuro migliore. Ma la comprensione della mortalità e della necessità di lavorare non è l'unica rivelazione che si presenta ad Adamo ed Eva non appena mangiano il frutto proibito, si svegliano e aprono gli occhi. A loro è anche concessa la facoltà, o forse la maledizione, di conoscere il bene e il male.
Mi ci sono voluti decenni per capire il significato di questa storia, almeno in parte. È questo: una volta che sei consapevole della tua vulnerabilità, capisci la natura della vulnerabilità umana, in generale. Capisci che cosa vuol dire aver paura, essere arrabbiato, risentito e amareggiato. Capisci che cos'è il dolore. E una volta che hai veramente compreso questi sentimenti in te e hai capito come si sono formati, sai anche come generarli negli altri. È in questa maniera che siamo diventati gli esseri autocoscienti che siamo, volontariamente e squisitamente capaci di tormentare gli altri (e noi stessi, ovviamente, ma per il momento ci occupiamo degli altri). Vediamo manifestarsi le conseguenze di questa nuova conoscenza quando incontriamo Caino e Abele, i figli di Adamo ed Eva.
Al momento della sua apparizione, l'umanità ha imparato a offrire sacrifici a Dio. Sugli altari di pietra, progettati a questo scopo, si esegue un rituale comune: l'immolazione di qualcosa di prezioso, un animale scelto o parte di esso, e la sua trasformazione attraverso il fuoco in fumo o in spirito che sale in Cielo. In questa maniera, si mette in scena l'idea del differimento per propiziare un futuro migliore. I sacrifici di Abele sono accettati da Dio e per questo gli va tutto alla grande. Quelli di Caino, però, sono respinti. Caino diventa geloso e amareggiato, e non c'è da meravigliarsi. Se qualcuno fallisce e viene respinto perché si è rifiutato di compiere un qualunque sacrificio, almeno è comprensibile. Potrà comunque provare del risentimento e un desiderio di vendetta, ma dentro di sé saprà che la colpa è sua. Questa consapevolezza generalmente pone un limite allo sdegno. Sarebbe molto peggio, però, se avesse effettivamente rinunciato ai piaceri effimeri, se avesse lottato e faticato e le cose ancora non funzionassero, se fosse respinto nonostante i propri sforzi. Così avrebbe perso il presente e il futuro. Quindi il suo lavoro - il suo sacrificio - sarebbe stato inutile. In simili condizioni, il mondo si oscura e l'anima si ribella.
Caino è indignato per il rifiuto. Affronta Dio, lo accusa e maledice quanto ha creato. Si rivela una decisione profondamente sbagliata. Dio risponde, senza mezzi termini, che la colpa è tutta di Caino, che Caino ha consapevolmente e deliberatamente scherzato con il peccato,132 e ne ha pagato le conseguenze. Non è affatto quanto Caino voleva sentirsi dire. Non è in alcun modo un'offerta di scuse da parte di Dio. È piuttosto un insulto, che si aggiunge alla ferita. Caino, amareggiato fino al midollo dalla risposta, medita vendetta. Sfida il Creatore temerariamente. È audace, Caino, e sa come ferire. Dopotutto, è consapevole di sé e lo è diventato ancora di più nella sofferenza e nella vergogna. Quindi, uccide Abele a sangue freddo. Uccide il fratello, il suo ideale, dal momento che Abele è tutto ciò che Caino vorrebbe essere. Commette il più terribile dei crimini per disprezzare se stesso, tutta l'umanità e Dio, in una volta sola. Lo fa per distruggere e per ottenere vendetta. Lo fa per esprimere la fondamentale contrarietà all'esistenza, per protestare contro gli intollerabili capricci dell'Essere. E i figli di Caino, che discendono sia dal suo corpo sia dalla sua scelta, sono ancora peggio. Nella sua furia esistenziale, Caino uccide una volta. Lamech, suo discendente, si spinge molto più in là. “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura” dice Lamech “e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette” (Genesi 4,23-24). Tubalcain, insegnante “di quanti lavorano il rame e il ferro” (Genesi 4,22), è per tradizione discendente di Caino di settima generazione e il primo fabbro di strumenti da guerra. E poi, nelle storie della Genesi, arriva il diluvio. L'accostamento non è affatto casuale.
Il male entra nel mondo con la consapevolezza di sé. Dio condanna Adamo alla fatica, e questo è già abbastanza grave. Le difficoltà del parto da cui Eva è gravata e la conseguente dipendenza dal marito non sono questioni banali. Sono indicative delle tragedie implicite e spesso angoscianti della mancanza, della privazione, della brutale necessità, della malattia e della morte che definiscono e al tempo stesso affliggono l'esistenza umana. La loro semplice realtà di fatto è a volte sufficiente a far rivoltare anche una persona coraggiosa contro la vita. Per esperienza, però, so che gli esseri umani sono abbastanza forti da tollerare le tragedie inestricabilmente legate all'Essere senza vacillare, senza crollare in pezzi e soprattutto senza infrangere le regole. Ne ho avuto prove ripetute nella vita privata, nella mia carriera di insegnante e nel lavoro da terapeuta. Terremoti, inondazioni, povertà, tumori: siamo abbastanza forti da sopportare tutto. Ma il male umano aggiunge una nuova dimensione di sofferenza al mondo. È per questa ragione che il sorgere della consapevolezza di sé, la conseguente comprensione della mortalità e la conoscenza del bene e del male sono presentate, nei primi capitoli della Genesi e nella vasta tradizione che li circonda, come un cataclisma di portata cosmica.
La malvagità umana consapevole può distruggere quello spirito che la tragedia non riesce nemmeno a scuotere. Ricordo di aver scoperto che una delle mie clienti era rimasta traumatizzata per anni, sperimentando i sintomi di un grave disturbo da stress post traumatico come tremori e insonnia cronica, semplicemente per lo shock di aver visto un'espressione terrificante sul volto del fidanzato infuriato e ubriaco. Il “volto abbattuto” (Genesi 4:5) di lui indicava il desiderio chiaro e consapevole di farle del male. Era più ingenua di quanto avrebbe dovuto e ciò la predispose al trauma, ma non è questo il punto: il male volontario che ci facciamo l'un l'altro può provocare danni profondi e permanenti, anche alle persone forti. E che cosa, precisamente, motiva questo male?
Il male non si manifesta semplicemente come conseguenza di dure condizioni di vita. Non si presenta nemmeno, solamente, a causa del fallimento di per sé o in conseguenza della delusione e dell'amarezza che il fallimento spesso (e comprensibilmente) genera. Ma che dire delle dure circostanze della vita, inaspritesi in conseguenza di sacrifici di continuo rifiutati, sia perché mal pensati sia perché poco sentiti? Ciò piegherà e devierà le persone trasformandole in veri mostri che poi cominceranno, coscientemente, a far del male, generando dolore e sofferenza per se stesse e per gli altri. Così s'instaura un vero circolo vizioso: un sacrificio compiuto controvoglia, intrapreso a malincuore; il rifiuto di quel sacrificio da parte di Dio o della realtà (a te la scelta); il risentimento rabbioso, generato dal rifiuto; il crollo nell'amarezza e nel desiderio di vendetta; il sacrificio intrapreso ancor più controvoglia o rifiutato del tutto. Ed è l'inferno stesso la destinazione di questa spirale discendente.
La vita è realmente “cattiva, brutale e breve”, come osservò memorabilmente il filosofo inglese Thomas Hobbes. Ma la capacità dell'uomo di compiere il male la rende peggiore. Ciò significa che il problema centrale della vita, cioè il fare i conti con i suoi aspetti brutali, non si limita a decidere cosa e come sacrificare per limitare sofferenza, ma anche il male: la fonte consapevole, volontaria e vendicativa della peggiore sofferenza. La storia di Caino e Abele è una manifestazione del racconto archetipico di due fratelli ostili, l'eroe e l'antagonista: i due elementi della psiche umana individuale, uno rivolto verso l'alto, verso il bene, e l'altro verso il basso, verso l'inferno stesso. Abele è un eroe, ma un eroe che alla fine è sconfitto da Caino. Abele piace a Dio - un risultato non banale e improbabile - ma non è in grado di sconfiggere il male umano. Per questo motivo, Abele è archetipicamente incompleto. Forse è ingenuo, anche se un fratello vendicativo può essere inconcepibilmente insidioso e astuto, come il serpente in Genesi 3:1. Ma le scuse e anche le ragioni comprensibili non hanno importanza; non in ultima analisi. Il problema del male è rimasto irrisolto nonostante i sacrifici di Abele. Ci sono voluti migliaia di anni all'umanità per trovare una possibile soluzione. Lo stesso problema, infatti, emerge di nuovo, al suo culmine, nella storia di Cristo e della tentazione di Satana. Ma questa volta si manifesta in forma più completa, e l'eroe vince.
La sfida al male
Gesù fu condotto nel deserto, secondo il racconto, “per essere tentato dal Diavolo” (Matteo 4:1), prima della crocifissione. È la stessa storia di Caino, riformulata astrattamente. Come abbiamo visto, Caino non è né appagato né felice. Lavora sodo, o almeno così crede, ma Dio non è contento. Nel frattempo Abele sembra, a tutti gli effetti, muoversi nella vita a passo di danza. I suoi raccolti prosperano. Le donne lo adorano. E, cosa ancora peggiore, è un uomo genuinamente buono. Tutti lo sanno. Merita la propria fortuna. Ed è un motivo in più per invidiarlo e odiarlo. Al contrario, le cose non vanno bene a Caino, che rimugina sulla propria sfortuna e cova risentimento come un avvoltoio un uovo. Si sforza, nella propria infelicità, di escogitare qualcosa di infernale e, così facendo, entra nello spoglio deserto della propria mente. È ossessionato dalla sfortuna e dal tradimento da parte di Dio. Nutre risentimento. Indulge in fantasie di vendetta sempre più elaborate. E, mentre lo fa, la sua arroganza assume proporzioni diaboliche. “Sono maltrattato e oppresso” pensa. “La Terra è uno stupido pianeta insanguinato. Per quanto mi riguarda, può andare all'inferno.” E dicendo così, Caino, a tutti gli effetti, incontra Satana nel deserto e cade preda delle sue tentazioni. Fa il possibile per peggiorare la propria situazione, con questa motivazione (espressa nelle parole imperiture di John Milton):
Sì profonda e nera Nequizia d'infettare tutta
L'umana stirpe in sua radice e ad onta
Del Creator sovrano, inferno e terra
Mescer insiem?133
Caino si volge al male per ottenere ciò che il bene gli ha negato, e lo fa volontariamente, consapevolmente e con malevola premeditazione.
Cristo sceglie una strada diversa. Il viaggio nel deserto è la notte oscura dell'anima, un'esperienza profondamente umana e universale. È il viaggio verso quel luogo dove ognuno di noi si reca quando la situazione va in pezzi, gli amici e la famiglia sono lontani, la disperazione e l'angoscia regnano e il nichilismo demoniaco chiama. E a sostegno della veridicità del racconto, ci permettiamo di dire che il trascorrere quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, affamati e soli, potrebbe portarci di sicuro in quel luogo dove il mondo oggettivo e soggettivo si scontrano tra loro e crollano in pezzi, simultaneamente. Quaranta giorni sono un periodo di tempo profondamente simbolico, che ricorda i quarant'anni trascorsi dagli israeliti a vagare nel deserto dopo la fuga dalla tirannia del faraone e dall'Egitto. Quaranta giorni sono un lungo periodo nel mondo sotterraneo delle buie congetture, della confusione e della paura, lungo a sufficienza da arrivare fino al centro, che è l'inferno stesso. Chiunque può intraprendere un viaggio per vedere quei luoghi: chiunque, cioè, voglia considerare con sufficiente serietà il male che è in lui e nell'umanità. Un po' di conoscenza della storia può aiutare. Un viaggio attraverso gli orrori dei totalitarismi del ventesimo secolo, come i campi di concentramento, i lavori forzati e le ideologie malate e assassine, è il luogo migliore da cui iniziare; è anche importante tenere presente che le peggiori guardie dei campi di concentramento erano umane, troppo umane. Tutto ciò contribuisce a rendere ancora reale il racconto del deserto e ad aggiornarlo, rendendolo adatto alla mente moderna.
“Dopo Auschwitz” scrisse Theodor Adorno, studioso della personalità autoritaria, “nessuna poesia è più possibile.” Aveva torto. Ma la poesia dovrebbe riguardare proprio Auschwitz. Nella terribile scia delle ultime dieci decadi del millennio precedente, la terribile distruttività dell'uomo è diventata un problema la cui evidente gravità sovrasta persino il problema della sofferenza non redenta. E nessuna di queste due questioni troverà soluzione senza che sia chiarita anche l'altra. È qui che l'idea di Cristo, che assume su di sé i peccati dell'umanità come fossero i propri, diventa la chiave per aprire la porta a una comprensione profonda dell'incontro con il diavolo nel deserto. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” disse il drammaturgo romano Terenzio: non ritengo estraneo a me nulla che riguardi l'umanità.
“Nessun albero può crescere fino a raggiungere il Paradiso” aggiunge il sempre inquietante Carl Gustav Jung, “a meno che le sue radici non arrivino fino all'inferno.”134 Una simile affermazione dovrebbe portare tutte le persone che l'ascoltano o la leggono a fare una pausa. Non c'era alcuna possibilità di innalzarsi verso il cielo, nell'opinione profondamente ponderata dello straordinario psicoanalista, senza un corrispondente movimento verso il basso. È per questo motivo che l'illuminazione è così rara. Chi è disposto a farlo? Vuoi davvero incontrare chi è al comando, al fondo dei tuoi pensieri più cattivi? Che cosa ha scritto di tanto comprensibile Eric Harris, l'assassino della scuola superiore di Columbine, il giorno prima di massacrare i propri compagni di classe? “È interessante trovarmi nella mia forma umana e sapere che morirò. Tutto ha un sapore un po' banale.”135 Chi oserebbe spiegare una simile lettera? O, peggio, giustificarla?
Nel deserto, Cristo incontra Satana (Luca 4:1-13; Matteo 4:1-11). Il racconto ha un evidente significato psicologico e metaforico, che si aggiunge a qualunque altro contenuto materiale e metafisico possibile. Significa che Cristo è per sempre colui che sceglie di assumersi la responsabilità personale della profonda depravazione umana. Significa che Cristo è colui che è sempre disposto ad affrontare e a riflettere profondamente e a rischiare il confronto con le tentazioni avanzate dagli elementi più malvagi della natura umana. Significa che Cristo è sempre disposto ad affrontare il male, consapevolmente, pienamente e volontariamente, nella forma che vive, al tempo stesso, in lui e nel mondo. Non è un discorso puramente astratto, sebbene sia anche astratto, né una questione puramente intellettuale.
I soldati spesso sviluppano disturbi da stress post traumatico non a causa di qualcosa che hanno visto, ma di qualcosa che hanno fatto.136 Ci sono molti demoni, per così dire, sul campo di battaglia. Un combattimento in battaglia può aprire le porte dell'inferno. Ogni tanto qualcosa che emerge dal profondo s'impossessa di un ingenuo ragazzo di campagna trasformandolo in un mostro, capace di compiere qualcosa di terribile. Stupra e uccide le donne e massacra i bambini di My Lai. E si osserva mentre lo fa. Una parte oscura di lui ne gode, e sarà questo, più che ogni altra cosa, che non dimenticherà più. Più tardi, non saprà come riconciliarsi con la realtà di se stesso e del mondo che gli si è rivelato. E non c'è da meravigliarsi.
Nei grandi e fondamentali miti dell'antico Egitto, il dio Horus, spesso considerato un precursore di Cristo, storicamente e concettualmente parlando,137 sperimentò la stessa cosa, quando incontrò il malvagio zio Set, usurpatore del trono di suo padre Osiride. Horus, l'onniveggente dio falco, l'occhio egizio della suprema ed eterna attenzione in sé, ha il coraggio di scontrarsi con la vera natura di Set, affrontandolo in un combattimento diretto. Nella lotta con il temuto zio, però, la sua consapevolezza ne esce danneggiata. Perde un occhio. Ciò accade nonostante la statura divina e la vista incomparabile. Che cosa rischierebbe un semplice uomo che si cimentasse nella stessa impresa? Eppure la sua vista interiore diverrebbe forse più acuta e capirebbe qualcosa di più, in proporzione a ciò che ha perso nella percezione del mondo esterno.
Satana incarna il rifiuto del sacrificio, è tracotanza incarnata, malvagità consapevole, sprezzante, ingannevole e crudele. È puro odio per l'Uomo, per Dio e per l'Essere. Non si ridimensiona, anche quando sa perfettamente che dovrebbe farlo. Inoltre, sa esattamente che cosa sta facendo, ossessionato dal desiderio di distruzione, e lo fa in modo deliberato, ponderato e completo. Sarà lui, archetipo stesso del male, a sfidare e a tentare Cristo, l'archetipo del bene. Sarà lui a offrire al salvatore dell'umanità, che si trova nelle condizioni più difficili, ciò che tutti gli uomini desiderano ardentemente.
Satana prima tenta il Cristo affamato, offrendogli di placare la sua fame trasformando le rocce del deserto in pane. Poi gli suggerisce di gettarsi da una scogliera, invocando Dio e gli angeli perché fermino la sua caduta. Cristo risponde alla prima tentazione dicendo: “Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.” Che cosa significa questa risposta? Significa che, anche in condizioni di privazione estrema, ci sono cose più importanti del cibo. Per dirla in altro modo: il pane è di scarsa utilità per l'uomo che ha tradito la propria anima, anche se sta morendo di fame. Cristo potrebbe chiaramente usare il proprio potere pressoché infinito, come gli suggerisce Satana, per avere il pane in quel momento, per interrompere il digiuno e anche, in senso più ampio, per arricchirsi nel mondo. Ma a quale costo? E con quale guadagno? Per gola, nel bel mezzo della devastazione morale? È il banchetto più povero e più triste. Cristo mira dunque a qualcosa di più elevato: a definire un modo di essere che risolva per sempre il problema della fame. Se tutti noi, invece del vantaggio, scegliessimo di saziarci della parola di Dio? Ciò richiederebbe a ogni persona di vivere, produrre, sacrificare, parlare e condividere in una maniera che renderebbe per sempre la privazione della fame una cosa ormai passata. Ed è così che il problema della fame, nella privazione del deserto, è affrontato, in maniera più autentica e definitiva.
In altri passi dei Vangeli ci sono indicazioni di questo tipo, messe in scena in forma narrativa. Cristo è continuamente raffigurato come la persona che fornisce sempre i mezzi di sostentamento. Moltiplica miracolosamente il pane e i pesci. Trasforma l'acqua in vino. Che cosa significa? È un richiamo a ricercare un significato più elevato come modo di vivere che è, al tempo stesso, più pratico e di altissima qualità. È una chiamata rappresentata in forma drammatico-letteraria: vivi come vive il salvatore archetipico, e tu e chi ti circonda non avrete più fame. La bontà del mondo si manifesta a chi vive giustamente. È meglio del pane. È meglio del denaro che rende possibile acquistare il pane. Così Cristo, l'individuo simbolicamente perfetto, supera la prima tentazione. Ne seguono altre due.
“Gettati da quella scogliera” dice Satana, offrendo la tentazione successiva. “Se Dio esiste, sicuramente ti salverà. Se davvero sei suo figlio, Dio sicuramente ti salverà.” Per quale motivo non dovrebbe manifestarsi, per salvare il proprio unico figlio dalla fame, dall'isolamento e dal pericolo di un grande male? Ma questo non è un buon modo di vivere. Non funziona nemmeno nella letteratura. Il deus ex machina, la forza divina che arriva inaspettata e salva magicamente l'eroe dalla situazione difficile, è il trucco più scadente tra le strategie dello scrittore da quattro soldi. È una presa in giro dell'indipendenza, del coraggio, del destino, del libero arbitrio e della responsabilità. Inoltre, Dio non è in alcun modo un'ancora di salvezza. Non è qualcuno cui si comanda di eseguire trucchi di magia o che è costretto a rivelarsi, nemmeno se a chiederlo è il suo stesso figlio.
“Non mettere alla prova il Signore Dio tuo” (Matteo 4:7): questa risposta, per quanto breve, toglie di mezzo la seconda tentazione. Cristo non ordina né addirittura si spinge a chiedere a Dio di intervenire in suo nome. Sceglie di assumersi la responsabilità degli eventi della propria vita. Rifiuta di esigere che Dio dimostri la sua presenza. Rifiuta, inoltre, di risolvere i problemi della vulnerabilità di fronte alla morte in maniera esclusivamente personale, costringendo Dio a salvarlo, perché ciò non risolverebbe il problema per tutte le altre persone di ogni tempo. Nel rifiuto di questa tentazione, c'è anche l'eco del ripudio della comodità della follia. Anche identificarsi in maniera insana con il magico Messia potrebbe essere stata una vera tentazione, nelle dure condizioni di Cristo nel deserto. Egli invece respinge l'idea che la salvezza - o anche solo la sopravvivenza, nel breve termine - si basi su una manifestazione narcisistica di superiorità e sull'impartire ordini a Dio, anche da parte del figlio.
Alla fine arriva la terza tentazione, la più affascinante di tutte. Davanti a Cristo si aprono i regni del mondo che potranno essere suoi. È il richiamo della sirena del potere terreno: la possibilità di controllare e comandare tutti e tutto. A Cristo è offerto il culmine della piramide del potere, il desiderio animalesco di ogni scimmia nuda: l'obbedienza di tutti, i beni più straordinari, il potere di costruire e di diventare sempre più ricco, l'opportunità di illimitate gratificazioni sessuali. È quel che si dice un accordo vantaggioso, senza dubbio. Ma non è tutto. Un simile accrescimento della propria posizione sociale fornisce anche illimitate occasioni, per l'oscurità interiore, di rivelarsi. La brama di sangue, stupro e distruzione è parte integrante dell'attrazione del potere. Gli uomini desiderano il potere non solo per non soffrire più. Desiderano il potere non solo per evitare di sottomettersi alla necessità, alla malattia e alla morte. Il potere comporta anche la possibilità di vendicarsi, di sottomettere e di schiacciare i nemici. Dai a Caino un certo potere e lui non si limiterà a uccidere Abele. Lo torturerà, prima, nei modi più disparati e senza fine. Allora e solo allora, lo ucciderà. Poi si comporterà così anche con tutti gli altri.
C'è qualcosa che si trova persino al di sopra del vertice della più alta piramide di potere, cui non dovremmo precluderci l'accesso in cambio di un semplice successo immediato. È anche un posto reale, seppure se non debba essere concepito in termini strettamente geografici. Una volta, ho avuto una visione di un paesaggio immenso, che si apriva per chilometri davanti a me. Ero in alto, nell'aria, e avevo una visuale a volo d'uccello. Ovunque guardassi, vedevo grandi piramidi di vetro stratificate a più piani: alcune piccole, altre grandi, alcune distanti, altre molto vicine tra loro, tutte simili ai moderni grattacieli e tutte piene di persone che si sforzavano di raggiungerne la sommità. Ma c'era qualcosa sopra ogni pinnacolo, un territorio esterno a ogni piramide, oltre lo spazio in cui tutte s'innalzavano. Era la posizione privilegiata dell'occhio che poteva o forse sceglieva di librarsi in alto sopra la mischia; che sceglieva di non dominare su alcun gruppo o territorio specifico, ma invece di trascendere in qualche modo simultaneamente tutto. Era attenzione in sé, pura e illimitata: attenzione distaccata, vigile, attenta, pronta ad agire al momento giusto e nel luogo stabilito. Come dice il Tao Te Ching:
Colui che progetta manca il proprio obiettivo;
e colui che cerca di afferrare perde la presa.
Il saggio non pianifica per vincere,
e quindi non viene sconfitto;
non cerca di afferrare, quindi non perde.138
C'è una potente chiamata all'Essere giusto nel racconto della terza tentazione. Per ottenere il massimo premio possibile, l'instaurarsi del Regno di Dio sulla Terra, la risurrezione del Paradiso, l'individuo deve condurre la propria vita rifiutando la gratificazione immediata, per quanto l'offerta sia allettante, convincente e realistica, tanto quanto i desideri naturali e perversi e persino le tentazioni del male. Il male amplifica la catastrofe della vita, accrescendo drammaticamente la già presente motivazione a scegliere ciò che è vantaggioso, a causa della tragedia essenziale dell'Essere. Il sacrificio più banale può tenere a bada quella tragedia, più o meno con successo, ma occorre uno speciale tipo di sacrificio per sconfiggere il male. È la descrizione di quel sacrificio speciale che per secoli ha occupato l'immaginario cristiano, e non solo. Perché non ha avuto l'effetto desiderato? Perché rimaniamo scettici e non crediamo che non esista un piano migliore di alzare lo sguardo al Cielo, mirare al bene e sacrificare tutto a quell'obiettivo? Semplicemente non abbiamo capito, oppure siamo andati fuori strada volontariamente?
La cristianità e i suoi problemi
Carl Jung ipotizzò che la mente europea era stata motivata a sviluppare le tecnologie cognitive della scienza per investigare il mondo materiale, dopo aver implicitamente concluso che il cristianesimo, che poneva un'enfasi assoluta sulla salvezza spirituale, non aveva affrontato in modo soddisfacente il problema della sofferenza nel qui e ora. Questa comprensione si fece insopportabilmente acuta nei tre o quattro secoli che precedettero il Rinascimento. Di conseguenza, una fantasia strana, profonda, compensatoria cominciò a emergere in profondità nella psiche collettiva occidentale, manifestandosi prima nelle riflessioni dell'alchimia e sviluppandosi, solo molti secoli dopo, nella forma articolata della scienza.139 Furono gli alchimisti i primi a esaminare seriamente i passaggi di stato e le trasformazioni della materia, sperando di scoprire in essi i segreti della salute, della ricchezza e della longevità. Questi grandi sognatori (Newton primo fra tutti140) intuirono e poi immaginarono che il mondo materiale, condannato dalla Chiesa, custodisse segreti che, svelati, avrebbero liberato l'umanità dalla sofferenza e dai limiti terreni. Fu quella visione, guidata dal dubbio, a fornire la tremenda forza motivazionale collettiva e individuale necessaria allo sviluppo della scienza, con le sue richieste estreme ai singoli pensatori, in termini di concentrazione e di differimento della gratificazione.
Non stiamo dicendo che il cristianesimo, pur nella sua forma incompleta, sia stato un fallimento. Anzi, il contrario: il cristianesimo ha raggiunto ciò che era quasi impossibile. La dottrina cristiana elevò l'anima individuale, ponendo sullo stesso piano metafisico schiavo e padrone, popolano e nobile, e rendendoli uguali davanti a Dio e alla legge. Il cristianesimo evidenziò che anche il re era solo uno tra i tanti. Perché qualcosa di tanto contrario a tutte le prove evidenti prendesse piede, era necessario combattere con forza l'idea che quella potenza e preminenza mondane fossero indicative del particolare favore di Dio. Ciò si ottenne, in parte, attraverso lo strano insistere cristiano sul fatto che non si potesse ottenere la salvezza attraverso lo sforzo o il merito, attraverso, cioè, le “opere”.141 A prescindere dai suoi limiti, lo sviluppo di una simile dottrina impedì al re, all'aristocratico e al ricco mercante di distinguersi moralmente dal comune cittadino. Di conseguenza, la concezione metafisica del valore trascendente implicito in ogni anima si affermò, contro ogni probabilità, come presupposto fondamentale della legge e della società occidentali. Non era stato così in passato, e non lo è ancora oggi, nella maggior parte dei paesi. In realtà, è proprio un miracolo (e dovremmo tenerlo sempre presente) che le società gerarchiche dei nostri antenati, basate sulla schiavitù, si siano riorganizzate sotto l'influenza di una rivelazione etico-religiosa, tanto che la proprietà e il dominio assoluto di un'altra persona cominciarono a essere ritenuti sbagliati.
Ci farebbe bene ricordare, inoltre, che l'utilità immediata della schiavitù è ovvia e che la tesi secondo cui i forti dovrebbero dominare i deboli è convincente, vantaggiosa e decisamente pratica, almeno per i primi. Ciò significa che fu necessaria una critica rivoluzionaria di tutte le società che si basavano sulla schiavitù prima che la pratica potesse essere messa in discussione, per non dire fermata, opponendosi all'idea che il potere e l'autorità conferissero nobiltà a chi possedeva gli schiavi e che il potere esercitato dal padrone di schiavi fosse giustificato e persino virtuoso. Il cristianesimo esplicitò l'affermazione sorprendente che anche la persona di condizione più bassa avesse dei diritti, diritti autentici, e che il sovrano e lo Stato avevano il dovere morale, a un livello fondamentale, di riconoscerli. Il cristianesimo propose, esplicitamente, l'idea ancora più incomprensibile che l'atto di “detenere la proprietà di una persona”, in precedenza considerato nobilitante, degradasse lo schiavista tanto quanto o anche più che lo schiavo. Non riusciamo a capire quanto fosse difficile accettare quest'idea. Dimentichiamo che, per gran parte della storia umana, fu vero l'opposto. Pensiamo che sia il desiderio di schiavizzare e di dominare a richiedere una spiegazione. Ancora una volta, la vediamo al contrario.
Questo non vuol dire che il cristianesimo fosse privo di problemi. Ma è più appropriato notare che si trattava di quel genere di problemi che emerge solo dopo che si sono risolte questioni diverse e ben più serie. La società prodotta dal cristianesimo era molto meno “barbara” di quelle pagane, anche di quella romana, di cui prese il posto. La società cristiana, almeno, riconosceva che nutrire leoni famelici con schiavi umani per intrattenere il popolo era sbagliato, anche se permanevano ancora molte pratiche barbariche. Il cristianesimo si oppose all'infanticidio, alla prostituzione e al principio secondo cui potere significa giustizia. Sottolineò che le donne valevano quanto gli uomini, idea che ancora oggi stiamo cercando di esprimere nella politica e nelle aziende. Pretese che anche i nemici della società fossero considerati esseri umani. Alla fine, separò la Chiesa dallo Stato, così che gli imperatori, riconosciuti come umani, non poterono più rivendicare per sé la venerazione dovuta agli dei. Tutto ciò richiedeva l'impossibile, ma è successo.
Mentre la rivoluzione cristiana progrediva, tuttavia, i problemi impossibili che aveva già risolto venivano, poco alla volta, dimenticati. È quanto succede quando si supera una difficoltà. Dopo che si arrivò alla soluzione, ci si dimenticò che simili problemi fossero mai esistiti. Allora e solo allora le questioni che rimasero, meno suscettibili di una rapida soluzione da parte della dottrina cristiana, giunsero a occupare un posto centrale nella coscienza dell'Occidente. Stimolarono, per esempio, lo sviluppo della scienza, per risolvere il problema della sofferenza corporea e materiale che era ancora troppo dolorosamente presente nelle società cristianizzate. L'inquinamento provocato dalle automobili è diventato un problema di portata sufficiente ad attirare l'attenzione del pubblico solo quando ci siamo dimenticati di problemi ben peggiori che il motore a combustione interna risolve. Chi è vittima della povertà non si preoccupa dell'anidride carbonica. I livelli di CO2 non sono irrilevanti. Ma lo sono quando lotti contro la morte e la fame, cercando di ricavare qualche forma di sussistenza da un terreno infestato, sassoso, duro, pieno di spine e rovi. Sono irrilevanti se il trattore non è ancora stato inventato e centinaia di milioni di persone continuano a morire di fame. In ogni caso, quando Nietzsche entrò in scena, alla fine del diciannovesimo secolo, i problemi che il cristianesimo aveva lasciato irrisolti erano diventati di primaria importanza.
Il filosofo diceva di sé, senza alcuna esagerazione, che ricercava la verità con un martello.142 La sua critica devastante della cristianità, già indebolita dal conflitto con la stessa scienza a cui aveva dato origine, si basava su due argomentazioni principali. Nietzsche sostenne, in primo luogo, che fu proprio il senso della verità sviluppato in forma più elevata dal cristianesimo a mettere in discussione in maniera definitiva e poi a minare i presupposti fondamentali della fede. Ciò si doveva, in parte, al fatto che la differenza tra “verità morale o narrativa” e “verità oggettiva” non era stata ancora pienamente compresa (e quindi si presumeva un'opposizione laddove non ne esiste necessariamente una). Ma non è questo il punto. Anche quando gli atei moderni, contrari al cristianesimo, sminuiscono i fondamentalisti perché questi insistono, per esempio, sul fatto che il racconto della creazione contenuto nella Genesi sia oggettivamente vero, si servono, per tale argomentazione, del loro senso di verità, che si è sviluppato nei secoli della cultura cristiana. Carl Jung continuò a sviluppare le argomentazioni di Nietzsche decenni più tardi, sottolineando che l'Europa si risvegliò, durante l'Illuminismo, dal sogno cristiano, notando che tutto ciò che fino a quel momento aveva dato per scontato poteva e doveva essere messo in discussione. “Dio è morto” disse Nietzsche. “Dio continua a essere morto. E siamo noi ad averlo ucciso. Come possiamo noi, assassini di tutti gli assassini, consolarci? Il più santo e il più possente di tutti è morto dissanguato sotto i nostri coltelli. Chi laverà questo sangue dalle nostre mani?”143
I dogmi centrali della fede occidentale non erano più credibili, secondo Nietzsche e secondo i canoni di verità della mente occidentale. Ma più devastante ancora fu il secondo attacco del filosofo, che accusò la Chiesa cristiana di aver lasciato decadere, con il passare degli anni, la richiesta di impegno morale intrinseca al vero messaggio cristiano. Armato di martello, organizzò un assalto a una linea del pensiero cristiano che si era affermata parecchio tempo prima e che era ancora molto influente: quella secondo cui essere cristiani significa accettare che il sacrificio di Cristo, e solo quello, abbia riscattato l'umanità. Ciò non vuol dire, in alcun modo, che un cristiano che avesse creduto che Cristo fosse morto sulla croce per la salvezza dell'umanità sarebbe stato in questo modo liberato da qualsiasi obbligo morale personale. Ma implicava con forza che la responsabilità primaria della redenzione era già stata sostenuta dal salvatore e che nulla di troppo importante da fare rimanesse per gli individui umani caduti tanto in basso.
Nietzsche riteneva che Paolo, e in seguito i protestanti seguaci di Lutero, avesse sollevato i fedeli cristiani da ogni responsabilità morale. Essi avevano privato di forza l'idea che fosse necessario imitare il Cristo. Questa imitazione corrispondeva al sacro dovere del credente di non aderire a una serie di affermazioni basandosi su una fede astratta, ma al contrario di manifestare nella realtà lo spirito del Salvatore incarnato nelle particolari condizioni proprie della vita di ciascuno: di realizzare o incarnare l'archetipo, come diceva Jung. Scrive Nietzsche: “I cristiani non hanno mai praticato le azioni che Gesù ha prescritto; e le chiacchiere stridenti e sfacciate sulla ‘giustificazione per fede' e sul suo supremo e unico significato sono semplicemente la conseguenza della mancanza di coraggio della Chiesa e della volontà di manifestare le opere richieste dal Cristo.”144 Nietzsche era, in effetti, un critico di primo livello.
La fede dogmatica negli assiomi centrali del cristianesimo - secondo cui la crocifissione di Cristo ha redento il mondo, la salvezza è riservata all'Aldilà e non è possibile redimersi attraverso le opere terrene - aveva tre conseguenze che si rafforzavano a vicenda. In primo luogo, la svalutazione del significato della vita terrena, dal momento che solo l'Aldilà contava. Ciò comportava che diventasse accettabile trascurare la responsabilità per la sofferenza che esisteva nel qui e ora e sottrarvisi. In secondo luogo, comportava l'accettazione passiva dello status quo, perché, in ogni caso, in questa vita non ci si poteva guadagnare la salvezza con l'impegno, una conseguenza che anche Karl Marx derise, affermando che la religione è l'oppio dei popoli. E infine il diritto del credente di rifiutare qualsiasi carico morale reale, al di fuori della fede dichiarata nella salvezza attraverso il Cristo, perché il Figlio di Dio aveva già fatto tutto il lavoro importante. Fu per simili motivi che anche Dostoevskij, che esercitò una grande influenza su Nietzsche, criticò il cristianesimo istituzionale, anche se probabilmente in maniera più ambigua e più sofisticata. Nel suo capolavoro, I fratelli Karamazov, il superuomo ateo, Ivan, racconta una breve storia, “Il Grande Inquisitore”.145 È opportuno esaminarla velocemente.
Ivan narra al fratello Alëša, di cui disprezza la decisione di intraprendere il noviziato monastico, del ritorno di Cristo sulla Terra al tempo dell'Inquisizione spagnola. Come ci si può aspettare, il Salvatore, tornando sulla Terra, scatena un putiferio. Guarisce i malati. Resuscita i morti. Le sue bizzarrie attirano presto l'attenzione del Grande Inquisitore stesso, che prontamente arresta Cristo e lo getta in una cella di prigionia. Più tardi, però, l'Inquisitore fa visita al prigioniero e lo informa che non è più necessario e che il suo ritorno è una minaccia troppo grande per la Chiesa. L'Inquisitore rivela a Cristo che il fardello che ha posto sulle spalle dell'umanità, il fardello della vita condotta nella fede e nella verità, era troppo grande per essere portato dai comuni mortali. Afferma che la Chiesa, nella sua misericordia, ha alleggerito quel messaggio, sollevando dalle spalle dei fedeli il peso della responsabilità di essere perfetti, fornendo loro invece le vie di fuga semplici e misericordiose della fede e dell'Aldilà. Quel lavoro ha richiesto secoli e l'ultima cosa di cui la Chiesa ha bisogno, dopo tutto quello sforzo, è il ritorno di colui che aveva insistito sul fatto che fossero le persone a portare tutto il peso, in prima istanza. Cristo ascolta in silenzio. Poi, mentre l'Inquisitore si gira per andarsene, Cristo lo abbraccia e lo bacia sulle labbra. L'Inquisitore diventa bianco, sotto shock. Poi esce, lasciando la porta della cella aperta.
La profondità di questa storia e la grandezza dello spirito necessario a scriverla non si possono negare. Dostoevskij, uno dei maggiori geni letterari di tutti i tempi, affrontò, in tutte le opere, i problemi esistenziali più profondi e lo fece con coraggio, a testa bassa e incurante delle conseguenze. Chiaramente cristiano, rifiutò però categoricamente di diventare un fantoccio degli oppositori razionalisti e atei. Al contrario, nei Fratelli Karamazov il personaggio ateo di Ivan mette in discussione i presupposti del cristianesimo con insuperabile chiarezza e passione. Alëša, in linea con la Chiesa per temperamento e per scelta, non può sminuire una sola delle argomentazioni del fratello, anche se la sua fede rimane incrollabile. Dostoevskij sapeva e ammetteva che il cristianesimo era stato sconfitto dalla razionalità e anche dall'intelletto, ma (e questo è di primaria importanza) non evitava di affrontare l'argomento. Non tentò, attraverso la negazione o l'inganno o persino la satira, di indebolire la posizione che si opponeva a quanto riteneva più vero e prezioso. Pose invece l'azione davanti alle parole e affrontò il problema con successo. Alla fine del romanzo, Dostoevskij fa sì che la grande bellezza morale incarnata da Alëša, la coraggiosa imitazione di Cristo nel noviziato, ottenga la vittoria sull'intelligenza critica, spettacolare ma alla fine nichilista di Ivan.
La Chiesa cristiana descritta dal Grande Inquisitore è la stessa messa alla berlina da Nietzsche. Infantile, bigotta, patriarcale, servitrice dello Stato, quella Chiesa ha in sé tutto quanto è marcio e ancora oggi contestato dai critici moderni del cristianesimo. Nietzsche, nonostante tutto il suo splendore, si concede di provare rabbia, ma forse non la stempera con sufficiente giudizio. È qui che Dostoevskij supera veramente Nietzsche, a mio avviso: dove la grande letteratura avanza sulla mera filosofia. L'Inquisitore dello scrittore russo è un personaggio autentico, in tutti i sensi. È opportunista, cinico, manipolatore e crudele, disposto a perseguitare gli eretici, persino a torturarli e ucciderli. Diffonde un dogma che sa essere falso. Ma Dostoevskij fa sì che lo stesso Cristo, l'archetipo della perfezione umana, lo baci comunque. È altrettanto importante notare che, dopo il bacio, il Grande Inquisitore lascia la porta socchiusa in modo che Cristo possa sfuggire all'esecuzione. Dostoevskij vedeva che il grande e corrotto edificio del cristianesimo riusciva ancora a far spazio allo spirito del fondatore. È la gratitudine di un'anima profonda verso la saggezza duratura dell'Occidente, nonostante i suoi difetti.
Non che Nietzsche non fosse disposto a riconoscere alla fede e, più in particolare, al cattolicesimo quanto dovuto. Nietzsche riteneva che la lunga tradizione di “assenza di libertà” che caratterizzava il cristianesimo dogmatico, l'insistenza nel voler spiegare tutto entro i confini di una singola e coerente teoria metafisica, fosse una precondizione necessaria per l'emergere della mente moderna, disciplinata ma libera. Come scrisse in Al di là del bene e del male:
La lunga servitù dello spirito [...], la costante volontà dello spirito di interpretare tutto ciò che accade secondo uno schema cristiano e di riscoprire e giustificare ancora una volta in ogni contingenza il Dio cristiano; tutte queste forze violente, arbitrarie, dure, orribili, contrarie alla ragione si sono rivelate come lo strumento con il quale è stata istillata nello spirito europeo la forza, la spregiudicata curiosità e la fine mobilità: ammesso che in tal modo dovette essere schiacciata, soffocata e corrotta irreparabilmente molta della sua forza e del suo spirito.146
Per Nietzsche e Dostoevskij, allo stesso modo, la libertà - e persino la capacità di agire - richiede un vincolo. Per questo motivo, entrambi hanno riconosciuto la necessità vitale del dogma della Chiesa. L'individuo deve essere costretto, modellato, addirittura avvicinato alla distruzione, da una struttura disciplinare, restrittiva e coerente, per agire liberamente e con competenza. Dostoevskij, con grande generosità di spirito, concesse alla Chiesa, per quanto corrotta, un certo elemento di misericordia, un certo pragmatismo. Ammise che lo spirito di Cristo, il Logos che genera il mondo, aveva storicamente trovato e poteva ancora trovare la sua ultima dimora - persino la sua sovranità - all'interno di quella struttura dogmatica.
Se un padre disciplina correttamente il figlio, ovviamente, interferisce con la sua libertà, in particolare nel qui e ora. Pone limiti all'espressione volontaria dell'essere del figlio, costringendolo a prendere il proprio posto come membro socializzato del mondo. Un simile padre richiede che tutto quel potenziale infantile sia incanalato in un'unica direzione. Nel porre questi limiti al figlio potrebbe essere considerato una forza distruttiva, che sostituisce la pluralità miracolosa dell'infanzia con una realtà unica e circoscritta. Ma non agendo così, il padre permette al figlio di rimanere semplicemente Peter Pan, l'eterno ragazzo, il re dei bambini sperduti, sovrano dell'inesistente “Isola che non c'è”. Non è un'alternativa moralmente accettabile.
Il dogma della Chiesa è stato minato dallo spirito di verità fortemente sviluppato dalla Chiesa stessa. Questo indebolimento culmina nella morte di Dio. Ma la struttura dogmatica della Chiesa era una struttura disciplinare necessaria. Un lungo periodo di assenza di libertà - l'adesione a una particolare struttura interpretativa - è necessario per lo sviluppo di una mente libera. Il dogma cristiano ha fornito quell'assenza di libertà. Ma il dogma è morto, almeno per la moderna mente occidentale. È morto insieme a Dio. Dal cadavere, tuttavia, è emerso - e questo è un problema di rilevanza centrale - qualcosa di ancora più morto; qualcosa che non è mai stato vivo, nemmeno nel passato: il nichilismo, insieme a un'altrettanto pericolosa suscettibilità a idee nuove, totalizzanti, utopiche. Fu dopo la morte di Dio che sorsero i grandi orrori collettivi del comunismo e del fascismo (come previsto da Dostoevskij e Nietzsche). Nietzsche, dal canto suo, ipotizzava che i singoli esseri umani avrebbero dovuto crearsi i propri valori all'indomani della morte di Dio. Ma questo è l'elemento del suo pensiero che appare più debole, psicologicamente: non possiamo crearci dei valori, perché non possiamo semplicemente imporre alle nostre anime in che cosa credere. Questa fu la grande scoperta di Carl Jung, cui arrivò, non da ultimo, grazie allo studio intenso dei problemi sollevati da Nietzsche.
Ci ribelliamo al nostro totalitarismo, così come a quello degli altri. Non posso semplicemente ordinare a me stesso di agire, e nemmeno tu. “Smetterò di procrastinare” dico, ma non lo faccio. “Mangerò correttamente” dico, ma non lo faccio. “Smetterò di ubriacarmi” dico, ma non lo faccio. Non posso semplicemente trasformarmi nell'immagine di me stesso costruita dal mio intelletto, specialmente se quell'intelletto è posseduto da un'ideologia. Ho una natura, come te e tutti noi. Dobbiamo conoscere e comprendere quella natura e affrontarla prima di fare pace con noi stessi. Che cosa siamo veramente? Che cosa possiamo veramente diventare sapendo chi siamo? Dobbiamo arrivare al fondo delle cose prima che queste domande trovino una vera risposta.
Il dubbio oltre il mero nichilismo
Trecento anni prima di Nietzsche, il grande filosofo francese René Descartes (latinizzato in Cartesio) intraprese una missione intellettuale per esaminare seriamente il dubbio, per scomporre tutto in parti e raggiungere l'essenziale: per capire se poteva stabilire, o scoprire, una singola proposizione impermeabile al proprio scetticismo. Stava cercando le fondamenta su cui costruire l'Essere giusto. Cartesio le trovò, per quanto lo riguardava, nell'Io che pensa, l'Io consapevole, come espresse nella famosa formula Cogito Ergo Sum [Penso, quindi sono]. Ma quell'Io era stato concettualizzato molto tempo prima. Migliaia di anni fa, l'Io consapevole era l'occhio onniveggente di Horus, il grande dio egizio, la divinità solare figlia del sommo Osiride, che rinnovò lo Stato contrastandone l'inevitabile corruzione. Prima c'era il dio creatore Marduk dei mesopotamici, la cui testa era circondata da occhi, capace di generare il mondo pronunciando parole magiche. Nell'epoca cristiana, l'Io si è trasformato nel Logos, la Parola che porta l'Essere all'ordine, agli inizi dei tempi. Si potrebbe dire che Cartesio abbia semplicemente laicizzato il Logos divino, trasformandolo, più esplicitamente, in “ciò che è consapevole e pensa”: il sé moderno, detto in parole semplici. Ma che cos'è esattamente questo sé?
Possiamo capirne, in certa misura, gli orrori, se vogliamo, ma la sua bontà rimane più difficile da definire. Il sé è il grande attore del male che ha camminato sulla scena dell'Essere sia come nazista sia come stalinista; che ha prodotto Auschwitz, Buchenwald, Dachau e i molti gulag sovietici. E su tutto ciò occorre riflettere seriamente. Ma qual è il suo contrario? Qual è il bene controparte necessaria di quel male, che è reso più corporeo e comprensibile dall'esistenza stessa di quel male? E qui possiamo affermare con convinzione e chiarezza che anche l'intelletto razionale, quella facoltà così amata dai detrattori della saggezza tradizionale, è almeno qualcosa di strettamente e necessariamente affine al dio archetipico che muore e risorge eternamente, all'eterno salvatore dell'umanità, il Logos stesso. Il filosofo della scienza Karl Popper, certamente non un mistico, considerava il pensiero stesso come un'estensione logica del processo darwiniano. Una creatura che non è in grado di pensare deve unicamente incarnare il suo essere. Può esprimere la propria natura solamente nelle azioni, concretamente, nel qui e ora. Se non riesce a manifestare nel proprio comportamento ciò che l'ambiente richiede, semplicemente morirà. Ma ciò non è vero per gli esseri umani. Possiamo generare rappresentazioni astratte dei potenziali modi dell'Essere. Possiamo generare un'idea nel teatro dell'immaginazione. Possiamo testarla in rapporto ad altre nostre idee, alle idee degli altri o al mondo stesso. Se non supera il test, possiamo lasciarla andare. Possiamo, nella visione di Popper, lasciare che le nostre idee muoiano al posto nostro.147 Essenzialmente, il creatore di quelle idee può continuare a procedere, ora libero da vincoli, per comparazione, per prove ed errori. La fede nella parte di noi che persiste attraverso quelle morti è un prerequisito del pensiero stesso.
Ora, un'idea non è un fatto. Un fatto è qualcosa di morto, in sé e per sé. Non ha coscienza, non ha volontà di potenza, nessuna motivazione, nessuna azione. Ci sono miliardi di fatti morti. Internet ne è un cimitero. Ma un'idea che avvince una persona è viva. Vuole esprimersi, vivere nel mondo. È per questo che gli psicologi dell'inconscio, Freud e Jung su tutti, hanno sottolineato che la psiche umana è un campo di battaglia per le idee. Un'idea ha uno scopo. Vuole qualcosa. Ipotizza una struttura di valore. Un'idea crede che ciò a cui tende sia migliore di quello che ha ora. Semplifica il mondo riducendolo a quelle cose che favoriscono o impediscono la sua realizzazione, e sminuisce tutto il resto a qualcosa di irrilevante. Un'idea individua la figura che si staglia sullo sfondo. Un'idea è una personalità, non un fatto. Quando si manifesta in una persona, ha una forte propensione a fare di quella persona il proprio avatar, spingendola a esprimerla. A volte quell'impulso, in altri termini quella “ossessione”, può essere così forte che la persona morirà piuttosto che permettere che l'idea perisca. Questa è, in generale, una pessima decisione, dato che spesso basta semplicemente che l'idea muoia e che la persona che l'ha avuta smetta di esserne l'avatar, continuando su un'altra strada.
Per usare la concettualizzazione drammatica dei nostri antenati: sono le nostre convinzioni più basilari a dover morire, sacrificate, quando la relazione con Dio è stata perturbata, quando una sofferenza indebita e spesso intollerabile, per esempio, indica che qualcosa deve cambiare. Questo non significa altro che il futuro è migliorabile se nel presente compiamo i giusti sacrifici. Nessun altro animale lo ha mai capito e noi abbiamo impiegato centinaia di migliaia di anni per farlo. Sono stati necessari epoche intere di osservazione e culto degli eroi, e poi millenni di studio, per distillare quel concetto in un racconto. Ci sono voluti altri lunghi periodi per valutare quel racconto, per incorporarlo, così che ora possiamo semplicemente dire: “Se sei disciplinato e dai più importanza al futuro che al presente, puoi cambiare la struttura della realtà a tuo favore.”
Ma come farlo al meglio?
Cominciai a percorrere la stessa strada di Cartesio. Allora, non sapevo che fosse la stessa sua strada e non mi sto paragonando a lui, che è giustamente considerato uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi. Ma ero davvero tormentato dal dubbio. Avevo travalicato i confini del cristianesimo superficiale della mia gioventù dopo aver acquisito i fondamenti della teoria darwiniana. In seguito, non riuscivo a distinguere gli elementi di base della fede cristiana da una pia illusione. Il socialismo, che poco dopo divenne per me un'alternativa affascinante, si dimostrò altrettanto inconsistente; con il tempo, ho capito, grazie al grande George Orwell, che gran parte di quel modo di pensare trovava la propria motivazione nell'odio per i ricchi e per il successo, invece che in un autentico rispetto per i poveri. Inoltre, i socialisti in sé erano più capitalisti dei capitalisti. Credevano con altrettanta forza nel denaro. Pensavano solo che, se fossero state persone diverse ad avere il denaro, i problemi che affliggevano l'umanità sarebbero svaniti. Questo è semplicemente falso. Ci sono molti problemi che il denaro non risolve e altri che peggiora. I ricchi continuano a divorziare e si alienano dai propri figli, soffrono di angoscia esistenziale, sviluppano il cancro e la demenza e muoiono soli e senza amore. Le persone affette da dipendenze, che stanno affrontando un percorso di recupero, se sono maledette dal troppo denaro, sono capaci, in un accesso di follia, di mandare tutto all'aria tra droghe e alcol. E la noia pesa molto sulle persone che non hanno niente da fare.
Al tempo stesso ero tormentato dalla questione della Guerra fredda. Mi ossessionava e tormentava i miei sogni. Mi spinse nel deserto, nella lunga notte dell'anima umana. Non capivo come fosse possibile che le due grandi potenze mondiali mirassero alla distruzione reciproca. Entrambi i sistemi erano arbitrari e corrotti? Era una semplice questione di opinioni politiche? Tutte le strutture di valore erano solamente abiti che vestivano il potere?
Erano tutti pazzi?
Ma che cosa accadde esattamente nel ventesimo secolo? Come successe che decine di milioni di persone morissero, sacrificate a nuovi dogmi e ideologie? Come arrivammo a scoprire qualcosa di peggio, molto peggio, dell'aristocrazia e delle convinzioni religiose corrotte che il comunismo e il fascismo avevano cercato di soppiantare, con la loro presunta razionalità? Nessuno aveva risposto a quelle domande, per quanto ne sapevo. Come Cartesio, ero tormentato dal dubbio. Cercavo qualcosa, qualsiasi cosa, che per me fosse inconfutabile. Volevo una roccia su cui costruire la mia casa. Fu il dubbio a guidarmi.
Una volta lessi di una pratica particolarmente infida, in uso ad Auschwitz. Una guardia costringeva un detenuto a trasportare un sacco contenente cento chili di sale bagnato da un lato all'altro del campo, per poi riportarlo indietro. Arbeit macht frei [Il lavoro rende liberi] recitava la scritta sopra il cancello d'ingresso del campo, e la libertà era la morte. Obbligare a trasportare il sale era un atto di inutile tormento. Era un'opera d'arte di malvagità. Mi ha permesso di comprendere, con certezza, che alcune azioni sono sbagliate.
Aleksandr Solženicyn raccontò, in maniera definitiva e profonda, degli orrori del ventesimo secolo, delle decine di milioni di persone che furono private del lavoro, della famiglia, dell'identità e della vita. Nel suo Arcipelago Gulag, nella seconda parte del secondo volume, parlò dei processi di Norimberga, che considerava l'evento più significativo del ventesimo secolo. A quali conclusioni giunsero quei processi? Alcune azioni sono tanto intrinsecamente terribili da essere in contrasto con la natura propria dell'essere umano. Questo è fondamentalmente vero, in tutte le culture, in ogni tempo e luogo. Esistono azioni malvagie e non ci sono scusanti per chi le ha compiute. Disumanizzare un essere umano, ridurlo allo stato di un vegetale, torturare e massacrare a prescindere dall'innocenza o dalla colpa, fare del dolore una forma d'arte, è sbagliato.
Che cosa non posso mettere in dubbio? La realtà della sofferenza. Non ci sono argomentazioni. I nichilisti non possono sminuirne la realtà con il loro scetticismo. I totalitaristi non possono vietarla. I cinici non possono sfuggire alla sua realtà. La sofferenza è reale e infliggere ingegnosamente del dolore, fine a se stesso, a un'altra persona è sbagliato. Questa è diventata la pietra angolare del mio credo. Scandagliando i livelli più bassi raggiunti dal pensiero e dall'azione umana, comprendendo la mia stessa capacità di comportarmi come una guardia carceraria nazista o come un amministratore dell'arcipelago dei gulag o un torturatore di bambini in una prigione sotterranea, afferrai cosa significava “assumere su di sé i peccati del mondo”. Ogni essere umano ha una capacità immensa di fare del male. Ogni essere umano comprende, a priori, forse non ciò che è buono, ma certamente ciò che non lo è. E se c'è qualcosa che non è buono, allora c'è anche qualcosa che lo è. Se il peccato peggiore è tormentare gli altri, di una sofferenza fine a se stessa, allora il bene è ciò che è diametralmente opposto. Il bene è ciò che impedisce che queste cose succedano.
Il significato come bene supremo
È da questo che ho tratto le mie fondamentali conclusioni morali. Punta in alto. Fa' attenzione. Correggi ciò che riesci. Non essere arrogante nel tuo sapere. Ricerca l'umiltà, perché l'orgoglio totalitario si manifesta nell'intolleranza, nell'oppressione, nella tortura e nella morte. Diventa consapevole delle tue stesse mancanze: la vigliaccheria, la malevolenza, il risentimento e l'odio. Considera la capacità di uccidere presente nel tuo spirito prima di osare accusare gli altri e prima di tentare di riparare il tessuto del mondo. Forse non è il mondo ad avere colpe. Forse sei tu. Non sei riuscito a lasciare il segno. Hai mancato l'obiettivo. Non sei all'altezza della gloria di Dio. Hai peccato. E tutto ciò è il tuo contributo all'incompletezza e al male del mondo. E, soprattutto, non mentire. Non mentire su nulla, mai. La menzogna porta all'inferno. Furono grandi e piccole menzogne a provocare la morte di milioni di persone.
Pensa quindi che alleviare il dolore e la sofferenza non necessari è un bene. Rendilo un assioma: al meglio delle mie capacità, agirò per alleviare il dolore e la sofferenza inutili. Ora hai posto all'apice della tua gerarchia morale un insieme di presupposti e di gesti volti al miglioramento dell'Essere. Perché? Perché conosciamo l'alternativa. L'alternativa era il ventesimo secolo. L'alternativa era così vicina all'inferno che non vale la pena di prenderla in considerazione. E il contrario di Inferno è Paradiso. Mettere il sollievo dal dolore e dalla sofferenza non necessari al vertice della propria gerarchia di valori significa impegnarsi per realizzare il Regno di Dio sulla Terra. Questo è uno stato dell'Essere e, allo stesso tempo, uno stato mentale.
Jung osservò che la costruzione di una gerarchia di valori nella persona è inevitabile, anche se questa può risultare poco organizzata e persino contraddittoria. Per Jung, qualunque cosa si trovi in cima alla gerarchia morale di un individuo è, a tutti gli effetti, il valore ultimo di quella persona, il suo “dio”. È ciò che la persona esprime con le proprie azioni. È ciò in cui quella persona crede più profondamente. Ciò che mettiamo in atto non è un fatto o un insieme di fatti. È invece una personalità o, più precisamente, una scelta tra due personalità opposte. È Sherlock Holmes o il Professor Moriarty, Batman o Joker, Superman o Lex Luthor, Thor o Loki. È Abele o Caino ed è Cristo o Satana. Se lavora per nobilitare l'Essere, per istituire il Paradiso, allora è Cristo. Se lavora alla distruzione dell'Essere, per generare e propagare sofferenze e dolori inutili, allora è Satana. Questa è l'ineluttabile realtà archetipica.
Scegliere unicamente il vantaggio è la conseguenza di un impulso cieco. È un guadagno a breve termine. È limitato ed egoista. È una menzogna per farsi strada. Significa non avere rispetto di nulla. È una scelta immatura e irresponsabile. È una decisione saggia perseguire l'essenziale che emerge quando gli impulsi sono regolati, organizzati e unificati. È evidente dall'interazione tra le possibilità che il mondo offre e la struttura valoriale che opera in quel mondo. Se la struttura morale è finalizzata al miglioramento dell'Essere, il significato rivelato sarà di sostegno alla vita. Fornirà l'antidoto al caos e alla sofferenza. Renderà tutto ricco di significato e migliore.
Se agisci correttamente, le tue azioni ti permettono di essere psicologicamente integro adesso e domani, nel futuro, mentre arrechi beneficio a te stesso, alla tua famiglia e al mondo più ampio intorno a te. Tutto quadrerà e si allineerà lungo un singolo asse. Tutto troverà il proprio posto. Da ciò nasce il significato più alto. Questa quadratura è un luogo nello spazio e nel tempo di cui possiamo scoprire l'esistenza con la nostra capacità di sperimentare più di quanto ci è semplicemente rivelato qui e ora dai sensi, che sono ovviamente limitati alla facoltà di raccogliere informazioni e rappresentare. Il significato trionfa sul vantaggio. Il significato soddisfa tutti gli impulsi, adesso e per sempre. Ecco perché possiamo capire di averlo raggiunto.
Se decidi che il tuo risentimento nei confronti dell'Essere non ha giustificazioni, nonostante tutta l'ingiustizia e il dolore, potresti accorgerti che ci sono aspetti che puoi migliorare per ridurre, anche solo in piccola parte, il dolore e la sofferenza inutili. Forse arriverai a chiederti: “Che cosa dovrei fare oggi? Come potrei usare il mio tempo per migliorare le cose, invece che peggiorarle?”. Questi compiti possono manifestarsi in una pila di documenti inevasi di cui potresti occuparti, nella stanza che renderai un po' più accogliente o nella forma di un pasto che preparerai, un po' più piacevole e gratificante, per la tua famiglia.
Potresti scoprire che, se ti assumi questi obblighi morali, una volta che avrai messo l'intento di rendere il mondo migliore ai vertici della tua gerarchia di valori, sperimenterai un significato sempre più profondo. Non è la gioia. Non è la felicità. È qualcosa di più simile a un riparare l'Essere frammentato e danneggiato. È come pagare il debito che ti spetta per il folle e orribile miracolo della vita. È il tuo modo di ricordare l'Olocausto. È la tua maniera di compensare il corso patologico della storia. È assumerti la responsabilità di un potenziale abitante dell'inferno. È la volontà di servire come un angelo del Paradiso.
Scegliere il proprio vantaggio personale significa nascondere tutti gli scheletri nell'armadio. È come celare lo sporco sotto il tappeto. È evitare la responsabilità. È codardo, superficiale e sbagliato. Sì, è sbagliato perché il semplice vantaggio personale, moltiplicato più volte, crea un demone, perché sposta semplicemente la maledizione da te a qualcun altro, o al tuo io futuro, e così rende il futuro peggiore anziché migliore.
Non c'è fede né coraggio e neppure sacrificio nel compiere ciò che è vantaggioso. Non c'è una riflessione attenta che tenga conto dell'importanza di azioni e premesse o del fatto che il mondo sia il risultato di ciò a cui diamo importanza. Che la tua vita abbia un significato è più importante di ottenere ciò che vuoi, perché forse non sai né che cosa vuoi, né di che cosa hai veramente bisogno. Il significato è qualcosa che ti viene incontro, di sua spontanea volontà. Puoi creare le condizioni che gli permetteranno di manifestarsi, puoi seguirlo quando si presenta, ma non puoi semplicemente crearlo, come atto di volontà. Il significato ti segnala che sei nel posto giusto, al momento giusto, in perfetto equilibrio tra ordine e caos, dove tutto si allinea al meglio che può in quel momento.
L'interesse personale funziona solo temporaneamente. È immediato, impulsivo e limitato. Il significato, al contrario, armonizza il vantaggio in una sinfonia dell'Essere. Il significato è ciò che si crea dal vuoto, in maniera più potente di quanto le parole possano esprimere, con l'“Inno alla gioia” di Beethoven, un trionfante movimento musicale dopo l'altro, su una struttura bellissima, con ogni strumento che fa la propria parte, le voci disciplinate che si adagiano sulla melodia e si aprono all'intera ampiezza delle emozioni umane, dalla disperazione all'euforia.
Il significato è ciò che si manifesta quando i tanti livelli dell'Essere si dispongono in un'armonia perfettamente funzionante, dal microcosmo atomico, dalla cellula all'organo, dall'individuo alla società, dalla natura al cosmo, perché l'azione a ogni livello agevoli e favorisca l'azione nella sua totalità, perché il passato, il presente e il futuro siano tutti in un'unica volta riscattati e riconciliati. Il significato è ciò che emerge meravigliosamente e profondamente come un bocciolo di rosa appena formatosi, che spunta dal nulla nella luce del sole e di Dio. È il loto che tende verso l'alto attraverso le oscure profondità del lago, attraverso l'acqua sempre più pulita, che fiorisce sulla superficie stessa, rivelando in sé il Buddha d'oro, perfettamente integro, perché l'epifania della volontà divina possa manifestarsi in ogni sua parola e in ogni suo gesto.
Il significato si mostra quando tutto ciò che esiste si unisce in una danza estatica con un unico scopo: la glorificazione di una realtà che, a prescindere da quanto sia diventata improvvisamente buona, può così migliorare sempre di più e più profondamente. Il significato si manifesta quando quella danza diventa tanto intensa che tutti gli orrori del passato, tutta la terribile lotta combattuta da tutta la vita e da tutta l'umanità fino a quel momento si fa elemento utile e insostituibile nel costruire qualcosa di veramente potente e buono.
Il significato è l'equilibrio definitivo tra il caos della trasformazione e della possibilità, da una parte, e la disciplina dell'ordine originario dall'altra. Il fine è generare dal caos del momento presente un nuovo ordine che sarà ancora più puro e a sua volta capace di portare alla luce un caos e un ordine ancora più equilibrati e produttivi. Il significato è la Via, il sentiero della vita più ricca, il luogo in cui vivi quando sei guidato dall'amore e parli secondo verità e quando nulla di ciò che vuoi o che potresti desiderare ha la precedenza su questo.
Ricerca il significato, non il vantaggio personale.
E nota che tutto questo è vero, che ci sia davvero o no una simile figura “in Cielo”.
In linea con questa osservazione, si noti come la parola “Set” precorra etimologicamente la parola “Satana”. Si veda Murdock, D.M. (2009). Christ in Egypt: the Horus-Jesus connection. Seattle, WA: Stellar House, p. 75.
A chiunque pensi che quanto detto non sia realistico, considerata la realtà materiale, concreta e genuina della sofferenza che si associa alla privazione, raccomando, ancora una volta, la lettura di Arcipelago Gulag di Solženicyn, che presenta una serie di discussioni eccezionalmente profonde sul corretto comportamento etico e sulla sua importanza, che aumenta, anziché diminuire, in situazioni di bisogno e sofferenza estreme.
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REGOLA 8
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DI' LA VERITÀ, O ALMENO NON MENTIRE.
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LA VERITÀ NELLA ZONA GRIGIA.
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Mi sono laureato in Psicologia clinica alla McGill University, a Montréal. Durante gli anni di studi qualche volta mi ritrovavo con i miei compagni di corso al Douglas Hospital di Montréal, dove facevamo le nostre prime esperienze dirette con le persone affette da disturbi mentali. Il Douglas s'estende per ettari di terreno e conta decine di edifici, molti dei quali collegati tra loro da gallerie sotterranee, per proteggere operatori e pazienti dagli inverni infiniti del luogo. L'ospedale un tempo ospitava centinaia di pazienti ricoverati a lungo termine. Questo avveniva prima che i farmaci antipsicotici e i movimenti per la deistituzionalizzazione della fine degli anni Sessanta portassero alla chiusura di quasi tutti i manicomi residenziali, spesso condannando i pazienti “liberati” a una vita molto più dura, per strada. All'inizio degli anni Ottanta, quando per la prima volta visitai l'ospedale, tutti i pazienti, a eccezione dei casi più gravi, erano stati dimessi. Quelli che restavano erano persone molto strane, la cui salute mentale era pesantemente compromessa. Si raggruppavano attorno ai distributori automatici disseminati per i corridoi dell'ospedale. Sembravano i soggetti di una fotografia di Diane Arbus o dei dipinti di Hieronymus Bosch.
Un giorno i miei compagni di classe e io aspettavamo, tutti in fila, in attesa di ulteriori istruzioni da parte del serioso psicologo tedesco che gestiva il programma di formazione clinica del Douglas. Una degente, fragile e vulnerabile, si avvicinò a una studentessa, una giovane donna benestante e conservatrice. La paziente le si rivolse in modo amichevole e infantile e domandò: “Perché state tutti qui? Cosa fate? Posso unirmi a voi?”. La mia compagna di corso si voltò verso di me e chiese incerta: “Cosa dovrei risponderle?”. Fu colta alla sprovvista, proprio come me, dalla richiesta di una persona tanto isolata e ferita. Nessuno di noi voleva dire qualcosa che potesse essere interpretato come un rifiuto o un rimprovero.
Eravamo temporaneamente entrati in una specie di zona grigia, dove la società è priva di regole o di orientamenti di base. Eravamo nuovi studenti clinici, impreparati a rapportarci, all'interno di un ospedale psichiatrico, con una paziente schizofrenica che ci chiedeva, ingenuamente e amichevolmente, di prendere parte al nostro gruppo. Non era in corso un naturale scambio comunicativo tra persone attente ai segnali contestuali. Quali erano esattamente le regole, in una situazione del genere, che travalicava i confini della normale interazione sociale? Quali erano esattamente le possibilità?
Ce n'erano solo due, per quanto potei velocemente dedurre. Avrei potuto raccontare alla paziente una storia che ci avrebbe salvato la faccia, oppure risponderle sinceramente. “Del nostro gruppo possono fare parte solo otto persone” sarebbe rientrata nella prima categoria di risposte, così come: “Stiamo andando via dall'ospedale, proprio adesso.” Nessuna di queste risposte avrebbe ferito i sentimenti della paziente, almeno in superficie, e lei non avrebbe notato le differenze di status che ci separavano. Ma nessuna delle due sarebbe stata vera. Quindi, non risposi così.
Dissi alla paziente, nel modo più semplice e diretto possibile, che eravamo nuovi studenti, che seguivamo un corso di formazione in psicologia e che non poteva unirsi a noi per quel motivo. La risposta sottolineò la differenza tra la sua situazione e la nostra, rendendo il divario tra noi più grande e più evidente. La mia risposta fu più dura di una bella bugia, confezionata in buona fede. Ma già allora avevo la sensazione che la menzogna, per quanto a fin di bene, potesse portare a conseguenze non volute. Sembrò mortificata e ferita, ma solo per un momento. Poi capì e andò tutto bene. Era proprio così.
Qualche anno prima di iniziare il tirocinio clinico avevo avuto una strana serie di esperienze.148 Mi ero ritrovato in preda a compulsioni piuttosto violente, mai trasformate in azione, e di conseguenza mi ero convinto di sapere davvero poco su chi fossi e sui miei obiettivi. Così cominciai a prestare molta più attenzione a ciò che stavo facendo e dicendo. L'esperienza fu sconcertante, per non dire altro. Ben presto mi divisi in due parti: una che parlava e una, più distaccata, che prestava attenzione e giudicava. Presto mi resi conto che quasi tutto ciò che dicevo non era vero. Avevo alcuni motivi per dire quelle cose: volevo primeggiare nelle discussioni, migliorare il mio status, impressionare le persone e ottenere ciò che volevo. Stavo usando il linguaggio per piegare e distorcere il mondo e fornire la visione della realtà che ritenevo la migliore per me. Ero un impostore. Dopo averlo capito, m'impegnai a dire solo cose a cui la mia voce interna non avrebbe obiettato. Iniziai a sforzarmi di dire la verità, o almeno di non mentire. Presto imparai che una tale abilità era molto utile quando non sapevo cosa fare. Cosa si può fare, quando non si sa che fare? Dire la verità. Ed è ciò che feci il mio primo giorno al Douglas Hospital.
In seguito, mi trovai a confrontarmi con un soggetto paranoico e pericoloso. Lavorare con le persone paranoiche è una sfida. Credono di essere state prese di mira da misteriose forze cospirative, che operano malignamente dietro le quinte. Le persone paranoiche sono iperattive e iperfocalizzate. Prestano attenzione ai segnali non verbali con un'intenzionalità assente nelle normali interazioni umane. Compiono errori di interpretazione, proprio in questo consiste la paranoia, ma sono anche quasi sbalorditive nella loro capacità di individuare le diverse motivazioni, il giudizio e le menzogne che caratterizzano l'agire delle persone. Devi ascoltare attentamente e dire la verità, se vuoi che una persona paranoica si apra a te.
Ascoltavo attentamente e parlavo con sincerità al mio paziente. Di tanto in tanto, mi raccontava di fantasie sanguinose in cui scuoiava le persone per vendetta. Osservavo le mie reazioni. Cercavo di capire quali pensieri e immagini emergessero nel teatro della mia immaginazione mentre parlava, e gli raccontavo quanto avevo osservato. Non provavo a controllare o a dirigere i suoi pensieri o le sue azioni né i miei. Cercavo solo di fargli sapere il più chiaramente possibile come ciò che faceva influenzasse direttamente almeno una persona, cioè me. L'attenzione che gli dedicavo e le mie risposte schiette non significavano affatto che non ne fossi toccato, e ancor meno che lo approvassi. Quando mi spaventava, gli dicevo che le sue parole e il suo comportamento erano sbagliati e che si sarebbe messo in guai seri.
Mi parlava, però, perché io ascoltavo e rispondevo con sincerità, anche se non ero incoraggiante nelle risposte. Si fidava di me, nonostante o, più precisamente, proprio per le mie obiezioni. Era paranoico, non stupido. Sapeva che il suo comportamento era socialmente inaccettabile. Sapeva che ogni persona perbene avrebbe probabilmente reagito con orrore alle sue folli fantasie. Si fidava di me e mi parlava proprio perché reagivo in quel modo. Non l'avrei mai capito, se non si fosse fidato di me.
I problemi per lui iniziavano in genere quando aveva a che fare con la burocrazia, come quando andava in banca. Magari cercava di portare a termine un compito semplice, come aprire un conto bancario, pagare una bolletta o correggere un errore. Ogni tanto s'imbatteva nel genere di persona non particolarmente disponibile che tutti di tanto in tanto abbiamo incrociato, in posti simili. La persona magari contestava le sue credenziali o i suoi documenti o gli richiedeva informazioni non necessarie e difficili da reperire. Immagino che a volte le scartoffie burocratiche fossero inevitabili, ma altre volte tutto era inutilmente complicato da meschini abusi di potere. Il mio paziente era molto sensibile in queste situazioni. Era ossessionato dalla rispettabilità. Per lui era più importante della sicurezza, della libertà o dell'appartenenza. Seguendo questa logica, perché i paranoici sono perfettamente logici, non poteva permettere di essere umiliato, insultato o sminuito, nemmeno un po', da nessuno. Non lasciava perdere. A causa dell'atteggiamento rigido e inflessibile, il mio paziente aveva già ricevuto diversi ordini restrittivi. Gli ordini restrittivi funzionano meglio, però, con il genere di persona per cui un ordine restrittivo non sarebbe mai necessario.
“Sarò il tuo peggior incubo” era la sua frase preferita, in tali situazioni. Ho desiderato intensamente poter dire una cosa del genere, ogni volta che sono incappato in inutili ostacoli burocratici, ma in genere è meglio farsi scivolare addosso queste cose. Il mio paziente, però, era irremovibile e a volte diventava davvero l'incubo di qualcuno. Era il cattivo del film “Non è un Paese per vecchi”. Era la persona che incontriamo nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Se ti eri comportato nel modo sbagliato con lui, anche solo accidentalmente, ti avrebbe seguito, come uno stalker, ricordandoti quanto avevi fatto e spaventandoti a morte. Non era una persona a cui mentire. Gli dissi la verità e questo lo calmò.
Il mio padrone di casa
In quel periodo avevo un padrone di casa, Denis, che era stato a capo di una banda di motociclisti del posto. Mia moglie Tammy e io vivevamo accanto a lui, nella piccola palazzina di proprietà dei suoi genitori. La sua ragazza presentava diversi segni di lesioni autoinflitte, caratteristiche di una personalità borderline. Si suicidò nel periodo in cui abitavamo lì.
Denis era un francocanadese grande e forte, con una barba grigia, molto dotato come elettricista dilettante. Aveva anche un certo talento artistico e si manteneva realizzando pannelli in legno laminato con disegni di luci al neon personalizzati. Cercava di comportarsi bene, dopo essere uscito di prigione. Eppure, una volta al mese circa, scompariva per una lunga giornata. Era uno di quegli uomini che reggono l'alcol in maniera incredibile; poteva bere cinquanta o sessanta birre in due giorni di festa, senza crollare. Può sembrare difficile da credere, ma è vero. All'epoca stavo conducendo alcune ricerche su famiglie con storie di alcolismo e non era raro che i soggetti che studiavo riferissero che i padri consumavano regolarmente più di un litro di vodka al giorno. Compravano, infatti, una bottiglia ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi due il sabato, per superare la chiusura domenicale del negozio di liquori.
Denis aveva un cagnolino. A volte Tammy e io sentivamo Denis e il cane nel cortile sul retro, alle quattro del mattino, che durante una delle sue tipiche maratone alcoliche, ululavano follemente alla luna. Di tanto in tanto, in occasioni del genere, Denis spendeva per l'alcol ogni centesimo dei propri risparmi. Poi si presentava alla nostra porta. Sentivamo bussare nel cuore della notte. Denis era davanti alla porta, barcollante, ma in piedi e miracolosamente cosciente.
Era lì, con un tostapane, un microonde o un poster tra le mani. Voleva vendermeli per continuare a bere. Acquistai alcuni di quegli oggetti, fingendo di essere caritatevole. Alla fine Tammy mi convinse che non potevo più farlo. La rendeva nervosa, e faceva male a Denis, che le piaceva. Per quanto la sua richiesta fosse ragionevole e persino necessaria, mi metteva comunque in una posizione difficile.
Che cosa dici all'ex capo di una banda di motociclisti, estremamente ubriaco, incline alla violenza e che parla poco l'inglese, quando cerca di venderti un microonde alla porta di casa tua, alle due del mattino? Era una richiesta ancora più difficile di quelle che mi erano state poste dalla paziente internata o dallo scorticatore paranoico. Eppure la risposta fu la stessa: la verità. Ma è maledettamente meglio che tu sappia davvero qual è la verità.
Denis tornò nuovamente a bussare, poco dopo che mia moglie e io avevamo parlato. Mi guardò con lo sguardo sospettoso, scettico e diretto che era tipico di quell'uomo robusto, che beveva molto e aveva fatto il callo ai problemi. Quello sguardo significava: “Dimostra la tua innocenza.” Dondolandosi leggermente avanti e indietro, mi domandò, educatamente, se fossi interessato all'acquisto del suo tostapane. Mi sbarazzai, fin dal profondo dell'anima, della volontà di dominio tipica dei primati e della mia superiorità morale. Gli dissi, con quanta più chiarezza e attenzione potevo, che non lo avrei fatto. Non scherzavo. In quel momento non ero un giovane istruito, fortunato e che si stava affermando. Lui non era un motociclista ex galeotto con un tasso alcolemico di 2,5. No, eravamo due uomini di buona volontà che cercavano di aiutarsi a vicenda nella lotta comune per fare la cosa giusta. Gli dissi che mi aveva assicurato che stava cercando di smettere di bere. Aggiunsi che non sarebbe stato un bene per lui se gli avessi dato più denaro. Gli spiegai che, quando arrivava così ubriaco e così tardi e cercava di vendermi qualcosa, faceva innervosire Tammy, che lui rispettava.
Mi fissò con serietà, senza parlare, per circa quindici secondi. Fu un tempo abbastanza lungo. Mi osservava, lo sapevo, in cerca della più piccola espressione che tradisse sarcasmo, inganno, disprezzo o autocompiacimento. Ma ci avevo pensato attentamente e avevo detto solo cose che pensavo veramente. Avevo scelto le parole con attenzione, attraversando una palude infida, cercando, a tentoni, un sentiero acciottolato parzialmente sommerso. Denis si voltò e se ne andò. Non solo, si ricordò di quella conversazione, nonostante fosse in serio stato di ebbrezza. Non cercò più di vendermi nulla. Il nostro rapporto, che era abbastanza buono, considerato anche il grande divario culturale che ci divideva, si consolidò.
Prendere la strada più semplice o dire la verità non sono semplicemente due scelte diverse. Sono maniere diverse di affrontare la vita. Sono modi completamente diversi di vivere.
Manipolare il mondo
Puoi usare le parole per manipolare il mondo e presentare la tua visione della realtà. È ciò che si intende per agire strategicamente. Confondere le acque. È la specialità degli operatori di marketing senza scrupoli, di venditori, pubblicitari, artisti della conquista sentimentale, utopisti posseduti da slogan e psicopatici. È il discorso in cui le persone si impegnano quando tentano di influenzare e manipolare gli altri. È ciò che fanno gli studenti universitari quando scrivono una tesina per accontentare il professore, invece di articolare e chiarire le proprie idee. È ciò che fanno tutti quando vogliono qualcosa e decidono di fingere per compiacere e adulare. È strategico, demagogico e propagandistico.
Vivere così significa essere ossessionati da un desiderio insano, e quindi creare un linguaggio e un comportamento che, razionalmente, sembrano credibili, per realizzare quel fine. I tipici fini calcolati possono includere: imporre le proprie convinzioni ideologiche; dimostrare che si è o si è stati nel giusto; apparire competenti; salire nella gerarchia di dominio; evitare le responsabilità o, analogamente, prendersi il merito per le azioni degli altri; essere promossi; essere al centro dell'attenzione; assicurarsi di piacere a tutti; passare per martire; giustificare il proprio cinismo; razionalizzare il proprio atteggiamento antisociale; ridurre al minimo il conflitto immediato; conservare la propria ingenuità; sfruttare al meglio la propria vulnerabilità; apparire sempre come dei santi e, vero capolavoro di malvagità, assicurarsi che sia sempre colpa del figlio non amato. Sono tutti esempi di ciò che il connazionale di Sigmund Freud, il meno noto psicologo austriaco Alfred Adler, definì “bugie di vita”.149
Chi vive una “bugia di vita” cerca di manipolare la realtà con la percezione, il pensiero e l'azione, in modo tale da consentire unicamente un risultato strettamente desiderato e predefinito. Una vita vissuta in questo modo si basa, consciamente o inconsciamente, su due premesse. La prima è che la conoscenza attuale sia sufficiente per definire che cosa sia buono, senza incertezze, anche molto in là nel futuro. La seconda premessa è che la realtà sarebbe insopportabile se lasciata a se stessa. Il primo presupposto è filosoficamente ingiustificabile. Forse non vale la pena di occuparsi di ciò cui miri attualmente, e ciò che stai facendo adesso potrebbe essere un errore. Il secondo è anche peggio. È valido solo se la realtà è intrinsecamente intollerabile e, contemporaneamente, qualcosa che può essere manipolato e distorto. Questo modo di parlare e di pensare richiede l'arroganza e la sicurezza che il geniale poeta inglese John Milton identificò con Satana, il massimo angelo di Dio che compì errori di impressionante grandezza. La facoltà del raziocinio tende pericolosamente all'orgoglio: tutto ciò che so è tutto ciò che c'è da conoscere. L'orgoglio si innamora delle proprie creazioni e cerca di renderle assolute.
Ho visto persone definire la propria utopia e aggrovigliare la propria vita cercando di rendere l'utopia reale. Uno studente di sinistra adotta una posizione antiautoritaria e trendy e trascorre i successivi vent'anni a lavorare risentito per rovesciare i mulini a vento della propria immaginazione. Una diciottenne decide, arbitrariamente, di voler andare in pensione a cinquantadue anni. Lavora per trent'anni per far sì che ciò accada, senza notare che aveva preso quella decisione quand'era poco più di una bambina. Che cosa sapeva del suo sé di cinquantadue anni, quando era ancora un'adolescente? Anche adesso, molti anni dopo, ha solo un'idea vaghissima e indefinita del suo paradiso da pensionata. Ma rifiuta di prenderne atto. Che cosa significa la sua vita, se quell'obiettivo iniziale era sbagliato? Ha paura di aprire il vaso di Pandora, dove sono rinchiusi tutti i problemi del mondo. Ma la speranza si trova anche lì. Lei, invece, deforma la propria vita per adattarla alle fantasie di un'adolescente inconsapevole.
Un obiettivo ingenuamente formulato prende, con il tempo, la forma sinistra della bugia di vita. Un paziente di poco più di quarant'anni mi raccontò la visione, formulata dal suo io più giovane: “Mi vedo in pensione, seduto su una spiaggia tropicale, a bere margarita sotto il sole.” Questo non è un piano: è una locandina turistica. Dopo otto margarita, l'unica cosa che puoi fare è attendere i postumi della sbornia. Dopo tre settimane di giornate piene di margarita, se sei ancora lucido, sei annoiato e disgustato da te stesso. In un anno, o anche meno, sei patetico. Non è di certo una maniera sensata di approcciarsi al futuro. Questo tipo di semplificazione e falsificazione è tipica, in particolare, degli ideologi che adottano un unico assioma: il governo è cattivo, l'immigrazione è cattiva, il capitalismo è cattivo, il patriarcato è cattivo. Quindi filtrano e analizzano le loro esperienze e insistono sempre più strenuamente sul fatto che quell'assioma può spiegare ogni cosa. Credono, narcisisticamente, al di sotto di tutta quella cattiva teoria, che potrebbero far andare il mondo per il verso giusto, se solo ne avessero il potere.
C'è anche un altro problema fondamentale connesso alle bugie di vita, in particolare quando si basano sull'omissione. Un peccato di commissione si verifica quando fai qualcosa che sai essere sbagliato. Un peccato di omissione si verifica se lasci che qualcosa di brutto accada quando invece puoi fare qualcosa per fermarlo. Il primo è considerato, tipicamente, più grave del secondo. Ma io non ne sono così sicuro.
Prendi, per esempio, la persona che proclama che nella sua vita va tutto bene. Evita i conflitti, sorride e fa ciò che le viene chiesto di fare. Trova una nicchia e ci si nasconde. Non mette in discussione l'autorità né propone le proprie idee e non si lamenta quando viene maltrattata. Cerca l'invisibilità, come un pesce in mezzo al banco. Ma un'inquietudine segreta le rode il cuore. Sta soffrendo, perché la vita è sofferenza. È solitaria, isolata e insoddisfatta. Ma la sua obbedienza e l'autoannientamento cancellano ogni significato dalla sua vita. Non è diventata nient'altro che uno schiavo, uno strumento che altri possono sfruttare. Non ottiene ciò che vuole o di cui ha bisogno, perché farlo significherebbe esprimere la propria opinione. Quindi, nella sua esistenza, non ha nulla di valore che possa controbilanciare i problemi della sua vita. E questo la fa star male.
Potrebbero essere i chiassosi agitatori a scomparire per primi, quando l'istituzione che servono vacilla. Ma è l'invisibile che verrà sacrificato. Chi si nasconde non è una persona vitale. La vitalità richiede un contributo originale. Il nascondersi inoltre non protegge la persona che si conforma e che segue le convenzioni dalla malattia, dalla follia, dalla morte e dalle tasse. E nascondersi dagli altri significa anche sopprimere e nascondere le potenzialità del sé non realizzato. Ecco il problema.
Se non ti mostri agli altri, non puoi rivelarti a te stesso. Ciò non significa solamente che ti stai reprimendo. Implica anche che gran parte di ciò che potresti essere non avrà mai l'occasione di farsi avanti. È una verità tanto biologica quanto concettuale. Quando esplori con coraggio, quando ti confronti volontariamente con l'ignoto, raccogli informazioni e, a partire da quelle, costruisci il tuo rinnovato sé. Questo è l'elemento concettuale. I ricercatori, però, hanno scoperto di recente che nuovi geni del sistema nervoso centrale si attivano quando un organismo viene posto o si posiziona in una nuova situazione. Questi geni codificano nuove proteine che sono gli elementi costitutivi di nuove strutture cerebrali. Ciò significa che molti di noi stanno ancora nascendo, nel senso più fisico possibile, e non subiranno un processo di stasi. Devi dire qualcosa, andare da qualche parte e compiere azioni per attivarti. Altrimenti rimani incompleto, e la vita è troppo dura per chiunque sia incompleto.
Se dici di no al capo o al coniuge o a tua madre, quando è necessario dirlo, allora ti trasformi in qualcuno che può dire di no quando è necessario dirlo. Se dici sì quando non è opportuno dirlo, invece, ti trasformi in qualcuno che può solo dire di sì, anche quando è chiaramente il momento di dire di no. Se mai ti sei chiesto come persone perfettamente ordinarie e dignitose si siano potute ritrovare a compiere le azioni terribili perpetrate dalle guardie dei gulag, ora hai la risposta. Nel momento in cui era davvero necessario dire di no, non c'è stato nessuno in grado di dirlo.
Se tradisci te stesso, se dici cose non vere, se racconti una menzogna, indebolisci il tuo carattere. Se hai un carattere debole, allora le avversità ti abbatteranno, quando si presenteranno sul tuo cammino, come inevitabilmente accadrà. Ti nasconderai, ma non ti rimarrà più un posto dove nasconderti. E poi ti ritroverai a compiere cose terribili.
Solo la filosofia più cinica e disperata sostiene che la realtà si possa migliorare attraverso la manipolazione. Tale filosofia giudica l'essere e il divenire simili, e li ritiene imperfetti. Denuncia la verità come carente e l'uomo onesto come illuso. È una filosofia che causa e poi giustifica la corruzione endemica del mondo.
In questo caso, non è la prospettiva in quanto tale né un piano pensato per raggiungerla a essere in difetto. Una visione del futuro, del futuro desiderabile, è necessaria. Questa visione collega l'azione che intraprendiamo nel presente con importanti valori fondativi a lungo termine. Dà significato e importanza alle azioni immediate. Fornisce una cornice che limita l'incertezza e l'ansia.
Non è una prospettiva. È invece cecità volontaria. È il peggior tipo di bugia. È sottile e si avvale di facili razionalizzazioni. La cecità volontaria è il rifiuto di sapere qualcosa che potremmo sapere. È il rifiuto di ammettere che, se sentiamo bussare, significa che c'è qualcuno alla porta. È il rifiuto di riconoscere che c'è un gorilla di quattrocento chili nella stanza e uno scheletro nell'armadio. È il rifiuto di ammettere che c'è un errore nel nostro piano. Ogni gioco ha le sue regole. Alcune delle regole più importanti sono implicite. Le accetti semplicemente decidendo di giocare. La prima di queste regole è che il gioco è importante. Se non fosse importante, non parteciperesti. È scegliere quel gioco che ne definisce l'importanza. La seconda regola è che le mosse intraprese durante il gioco sono valide, se ti aiutano a vincere. Se fai una mossa che non ti aiuta a vincere, allora, per definizione, è una mossa sbagliata. Devi provare qualcosa di diverso. Avrai già sentito che la follia ripete sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi.
Se sei fortunato, quando fallisci e provi qualcosa di nuovo, vai avanti. Se non funziona, provi ancora qualcosa di diverso. Una piccola modifica sarà sufficiente in circostanze fortunate. È quindi prudente iniziare con piccoli cambiamenti e vedere se aiutano. A volte, però, l'intera gerarchia di valori è errata e l'intero edificio deve essere abbandonato. Occorre proprio cambiare gioco. Si tratta di una rivoluzione, con tutta la confusione e il terrore che un evento di tale portata implica. Non è qualcosa da intraprendere alla leggera, ma a volte è inevitabile. Occorre un sacrificio per correggere l'errore, e un grande errore richiede un sacrificio importante. Accettare la verità significa fare sacrifici e, se hai rifiutato la verità per molto tempo, hai accumulato un debito sacrificale pericolosamente grande. Gli incendi boschivi spontanei bruciano gli alberi secchi e restituiscono al terreno i nutrienti in essi intrappolati. A volte, però, gli incendi vengono spenti artificialmente. E questo favorisce l'accumulo di alberi e rami secchi. Prima o poi, scoppierà un incendio. Quando accadrà, brucerà tanto da distruggere tutto, persino il terreno su cui cresce il bosco.
La mente orgogliosa e razionale, a proprio agio nelle situazioni certe, innamorata del proprio splendore, è facilmente tentata di ignorare l'errore e di nascondere la polvere sotto il tappeto. I filosofi letterari ed esistenzialisti, a cominciare da Søren Kierkegaard, concepivano questo modo di essere come “non autentico”. Una persona non autentica continua a percepire e ad agire secondo modalità che la sua stessa esperienza ha dimostrato essere false. Non parla con la propria voce.
“Ciò che voglio si è realizzato? No. Quindi, il mio scopo o i miei metodi erano sbagliati. Ho ancora qualcosa da imparare.” Questa è la voce dell'autenticità.
“Ciò che voglio si è realizzato? No. Allora il mondo è ingiusto. Le persone sono invidiose e troppo stupide per capire. È colpa di qualcosa o di qualcun altro.” Questa è la voce dell'inautenticità. Il passo è breve per arrivare a pensare “dovrebbero essere fermati” o “devono essere distrutti”. Ogni volta che si sente parlare di qualcosa di incomprensibilmente brutale, significa che queste idee si sono palesate.
Non si può nemmeno attribuire la colpa all'incoscienza o alla repressione. Quando l'individuo mente, lo sa. Può non voler vedere le conseguenze delle proprie azioni. Potrebbe non riuscire ad analizzare il proprio passato, così da non capire. Può anche dimenticarsi di aver mentito e quindi non esserne consapevole. Ma era cosciente nel momento in cui ha commesso ogni errore ed evitato ogni responsabilità. In quel frangente sapeva cosa stava facendo. E i peccati di simili individui si assommano e corrompono lo stato.
Qualcuno assetato di potere stabilisce una nuova regola sul posto di lavoro. Non è utile ed è controproducente. È irritante. Sottrae al tuo lavoro parte del piacere e del suo significato. Ma dici a te stesso che va tutto bene. Non vale la pena lamentarsi. Poi succede di nuovo. Ti sei già allenato a permettere che certe cose accadano, quando non hai reagito la prima volta. Adesso sei un po' meno coraggioso. Il tuo avversario, incontrastato, è un po' più forte. L'istituzione è un po' più corrotta. Il processo di stagnazione burocratica e di oppressione è in corso, e tu hai contribuito, fingendo che andasse tutto bene. Perché non lamentarsi? Perché non prendere posizione? Se lo fai, altre persone, altrettanto timorose di parlare, potrebbero venire in tua difesa. E se non è così... forse è tempo di una rivoluzione. Forse dovresti cercare un lavoro da qualche altra parte, dove la tua anima è meno a rischio di corruzione.
“Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Marco 8,36).
Uno dei maggiori contributi del capolavoro di Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag, è stata l'analisi della relazione causale diretta tra la patologia dello stato sovietico dipendente dal campo di lavoro, dove milioni di persone soffrirono e morirono, e la tendenza, quasi universale, del cittadino sovietico a falsificare la propria esperienza personale quotidiana, a negare la sofferenza causatagli dallo Stato, e quindi a sostenere i dettami del razionale sistema comunista, governato dall'ideologia. Fu questa malafede, questa negazione che, nell'opinione dell'autore, aiutò e favorì quel grande e paranoico omicida di massa, Iosif Stalin, nei propri crimini. Solženicyn ha scritto la verità, la sua verità, appresa duramente attraverso le esperienze nei campi, mostrando le menzogne dello Stato sovietico. Nessuna persona colta osò difendere quell'ideologia dopo la pubblicazione di Arcipelago Gulag. Nessuno potrebbe mai dire ancora: “Ciò che ha fatto Stalin non era vero comunismo.”
Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto al campo di concentramento nazista, che ha scritto il classico Alla ricerca di un significato della vita, trasse una simile conclusione sociopsicologica: l'esistenza individuale ingannevole e inautentica precorre il totalitarismo sociale. Sigmund Freud, dal canto suo, riteneva analogamente che la repressione contribuisse in maniera non banale allo sviluppo della malattia mentale. La differenza tra repressione della verità e menzogna è una questione di grado, non di genere. Alfred Adler sapeva che erano le bugie ad alimentare la malattia. C.G. Jung sapeva che problemi morali affliggevano i suoi pazienti e che tali problemi erano causati dalla mancanza di autenticità. Tutti questi pensatori, che si concentrarono sulla patologia sia individuale sia culturale, giunsero alla stessa conclusione: le menzogne deformano la struttura dell'Essere. La mancanza di verità corrompe l'anima e lo Stato allo stesso modo, e una forma di corruzione alimenta l'altra.
Ho più volte osservato come la semplice infelicità esistenziale si possa trasformare in un vero inferno a causa del tradimento e dell'inganno. La crisi, a stento gestibile, della malattia terminale di un genitore può essere trasformata, per esempio, in qualcosa di orribile, oltre l'immaginabile, dallo squallore sconveniente e meschino dei figli adulti del malato. Ossessionati dal passato irrisolto, si radunano come vampiri attorno al letto di morte, trasformando la tragedia in un'empia avventura con la loro vigliaccheria e il loro risentimento.
L'incapacità di un figlio di mantenersi e vivere in modo indipendente è sfruttata da una madre decisa a proteggere il bambino da ogni delusione e dolore. Lui non se ne va mai e lei non è mai sola. È una cospirazione malvagia, lentamente forgiata, mentre la patologia si dispiega, da migliaia di sapienti strizzatine d'occhio e cenni del capo. Lei gioca a fare la martire, destinata a sostentare il figlio e suscitare, negli amici che la approvano, la compassione di cui si nutre come un vampiro. Il ragazzo cova risentimento e s'immagina oppresso. Fantastica deliziato sulla devastazione che potrebbe scatenare nel mondo che lo ha respinto per la sua vigliaccheria, la sua goffaggine e la sua incapacità. E a volte mette in atto proprio quello scempio. E tutti si chiedono: “Perché?”. Probabilmente lo sanno, ma si rifiutano di ammetterlo.
Naturalmente anche vite ben vissute possono essere deformate, ferite e stravolte da malattie, infermità e catastrofi incontrollabili. La depressione, il disturbo bipolare e la schizofrenia, così come il cancro, dipendono tutti da fattori biologici che travalicano il controllo immediato dell'individuo. Le difficoltà intrinseche alla vita stessa sono sufficienti a indebolire e sopraffare ognuno di noi, spingendoci oltre i nostri limiti, colpendoci nel nostro punto più debole. Nemmeno la vita più felice fornisce una difesa assoluta alla vulnerabilità. Ma la famiglia che lotta tra le macerie della casa devastata dal terremoto ha molte meno probabilità di riuscire a riemergere rispetto alla famiglia resa forte dalla fiducia e dalla devozione reciproche. Qualsiasi debolezza naturale o sfida esistenziale, a prescindere da quanto piccola, può amplificarsi e trasformarsi in una grave crisi, se è presente la menzogna nell'individuo, nella famiglia o nella società.
L'onesto spirito umano può continuamente fallire nei suoi tentativi di realizzare il Paradiso sulla Terra. Potrebbe però riportare il livello di sofferenza connessa all'esistenza a livelli accettabili. La tragedia dell'Essere è la conseguenza dei nostri limiti e della vulnerabilità che definisce l'esperienza umana. Potrebbe anche trattarsi del prezzo che paghiamo per esistere, dal momento che l'esistenza deve essere limitata, per essere possibile.
Ho visto un marito adattarsi con onestà e coraggio alla situazione mentre la moglie sprofondava in una demenza terminale. Intraprese le modifiche necessarie, passo dopo passo. Accettò un aiuto quando ne aveva bisogno. Si rifiutò di negare il triste deterioramento della moglie e in tal modo vi si adattò con grazia. Vidi la famiglia di quella donna che si univa dandosi coraggio e supporto reciproco, mentre lei moriva, stabilendo nuove relazioni tra i membri - fratello, sorelle, nipoti e padre - come compensazione parziale ma autentica della perdita. Ho visto mia figlia adolescente vivere nonostante la frattura dell'anca e della caviglia, sopravvivere a due anni di dolore intenso e continuo e uscirne intatta nello spirito. Ho visto suo fratello minore sacrificare, volontariamente e senza risentimento, molte occasioni di amicizia e impegno sociale per stare accanto a lei e a noi nella sofferenza. Con l'amore, l'incoraggiamento e il carattere intatto, un essere umano può mostrare una resilienza che va ben al di là di quanto si sarebbe immaginato. Non possiamo sopportare, però, la devastazione totale prodotta dalla tragedia e dall'inganno.
La capacità della mente razionale di ingannare, manipolare, costruire strategie, raggirare, falsificare, minimizzare, sviare, tradire, prevaricare, negare, omettere, razionalizzare, distorcere, esagerare e oscurare è tanto sconfinata e impressionante che secoli di pensiero prescientifico, focalizzato sull'indagine della natura dell'impegno morale, la considerarono positivamente demoniaca. La causa di ciò non è la razionalità stessa, come processo. Questo processo può, infatti, produrre chiarezza e progresso. La causa è la peggiore tentazione cui la razionalità è soggetta: esaltare la conoscenza del momento considerandola assoluta.
Possiamo rivolgerci, ancora una volta, al grande poeta John Milton, per chiarire questo aspetto. In migliaia di anni di storia, il mondo occidentale ha ammantato di un velo fantastico e onirico il nucleo religioso della natura del male. Quella fantasia aveva un protagonista, una personalità contraddittoria, in tutto e per tutto dedita alla corruzione dell'Essere. Milton s'incaricò di organizzare, drammatizzare ed esprimere l'essenza di questo sogno collettivo e di darle vita, nella figura di Satana, o Lucifero, il “portatore di luce”. Della tentazione primordiale di Lucifero e delle sue conseguenze immediate, Milton scrive:150
Alto a levarsi
Ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio
Pensò, se a Dio si fosse opposto. Il folle
Pensier superbo rivolgendo in mente,
Incontro al soglio del Monarca eterno
Mosse empia guerra e a temeraria pugna
Venne, ma invan. L'onnipossente braccio
Tra incendio immenso e orribile ruina
Fuor lo scagliò dalle superne sedi [...]
Giù capovolto e divampante in nero,
Privo di fondo disperato abisso;
Ove in catene d'adamante stretto
A starsi fu dannato e in fiamme ultrici
Lucifero, agli occhi di Milton lo spirito della ragione, era l'angelo più meraviglioso che Dio aveva creato dal nulla. Possiamo darne una lettura psicologica. La ragione è qualcosa di vivo. Vive in tutti noi. È più antica di ognuno di noi. È più una personalità che non una facoltà. Ha i propri scopi, le proprie tentazioni e le proprie debolezze. Vola più in alto e vede più lontano di ogni altro spirito. Ma la ragione s'innamora di se stessa, e peggio ancora. S'innamora delle proprie opere. Le eleva e le adora come assolute. Lucifero è quindi lo spirito del totalitarismo. Viene scagliato dal Paradiso all'inferno perché innalzarsi, come lui aveva fatto, e ribellarsi all'Altissimo e all'incomprensibile, porta inevitabilmente all'inferno.
Per dirlo ancora: glorificare le proprie capacità e opere e affermare che dinanzi alle proprie teorie non è necessaria la trascendenza né nulla che ne travalichi il dominio è la più grande tentazione della facoltà razionale. Ciò significa che tutto quanto è importante è già stato scoperto. Che nulla di importante rimane ignoto. Ma soprattutto implica negare la necessità di un coraggioso confronto individuale con l'Essere. Che cosa ti salverà? Il totalitarista dice, in sostanza: “Devi fare affidamento sulla fede in ciò che già sai.” Ma non è così che ci si salva. La salvezza è nella volontà di imparare da ciò che non conosci. È la fede nella capacità umana di trasformazione. È la fede nel sacrificio del sé attuale per il sé che potrebbe essere. Il totalitarista nega che per l'individuo sia necessario assumersi la responsabilità ultima dell'Essere.
Quella negazione è il significato della ribellione contro l'Altissimo. Ecco che cosa significa totalitario: tutto ciò che deve essere scoperto è stato già scoperto. Tutto si svolgerà esattamente come pianificato. Tutti i problemi svaniranno, per sempre, una volta accettato il sistema perfetto.
Il grande poema di Milton era una profezia. Mentre la razionalità s'innalzava dalle ceneri del cristianesimo, la grande minaccia dei sistemi totalitaristi l'accompagnava. Il comunismo, in particolare, era attraente non tanto per i lavoratori oppressi, suoi ipotetici beneficiari, ma per gli intellettuali: per coloro il cui arrogante orgoglio e fede nell'intelligenza umana assicurava la certezza di aver sempre ragione. Ma l'utopia promessa non si realizzò mai. Invece l'umanità ha sperimentato l'inferno della Russia stalinista, della Cina di Mao e della Cambogia di Pol Pot, e ai cittadini di quegli Stati fu chiesto di tradire la propria esperienza, rivoltarsi contro i propri concittadini e morire a decine di milioni.
C'è una vecchia battuta sovietica. Un americano muore e va all'inferno. Satana stesso gli mostra il luogo. Arrivano a un grande calderone e l'americano si ferma a guardare all'interno. È pieno di anime sofferenti, che bruciano in un liquido caldo. Mentre le anime lottano cercando di uscire, i diavoli di basso rango, seduti sul bordo, li ributtano giù con un forcone. L'americano è scioccato. Satana dice: “Ecco dove mettiamo i peccatori inglesi.” La visita continua. Presto la coppia si avvicina a un secondo calderone. È leggermente più grande e un po' più caldo. L'americano si affaccia per guardarvi dentro: anch'esso è pieno di anime sofferenti, tutte con indosso dei baschi. Anche qui i diavoli con il forcone ributtano all'interno chi tenta di scappare. “Ecco dove mettiamo i peccatori francesi” dice Satana. Più avanti c'è un terzo calderone. È molto più grande ed è incandescente. L'americano riesce a malapena ad avvicinarvisi. In ogni caso, su insistenza di Satana, si accosta e guarda all'interno. È pienissimo di anime, a stento visibili sotto la superficie del liquido bollente. Di tanto in tanto, tuttavia, un'anima esce dal liquido e cerca disperatamente di raggiungere il bordo. Stranamente, non ci sono diavoli seduti sul bordo del vaso gigante, ma chi ha cercato di arrampicarsi su per il pentolone ricade comunque all'interno e scompare sotto la superficie. L'americano chiede: “Perché qui non ci sono demoni che impediscono alle anime di scappare?”. Satana Risponde: “Qui ci sono i russi. Se uno tenta di scappare, gli altri lo riportano indietro.”
Milton riteneva che il rifiuto ostinato di cambiare di fronte all'errore non comportasse solo l'espulsione dal Cielo e la successiva degenerazione in un inferno sempre più profondo, ma l'impossibilità della stessa redenzione. Satana sa perfettamente che, anche se fosse disposto a cercare la riconciliazione, e se Dio volesse concedergliela, si ribellerebbe di nuovo, perché lui non cambia. Forse è questa orgogliosa testardaggine che costituisce il misterioso peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo:
Addio, felici campi; addio, soggiorno
D'eterna gioia. Salve, o Mondo inferno,
Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso,
Il tuo novello possessore accogli;
Accogli quei che in petto un'alma serra
Per loco o tempo non mutabil mai.151
Non è un modo di immaginare l'Aldilà. Non è un luogo perverso in cui dopo la morte si torturano i nemici politici. È un'idea astratta, e le astrazioni sono spesso più reali di ciò che rappresentano. L'idea che l'inferno esista in qualche maniera metafisica non è solo antica e pervasiva: è vera. L'inferno è eterno. È sempre esistito. Esiste anche adesso. È la parte più sterile, disperata e malvagia del mondo sotterraneo del caos, dove le persone deluse e risentite abitano per sempre.
L'alma in se stessa alberga, e in sè trasforma
nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo.152
[. . .]
Qui noi possiamo e, al parer mio, quaggiuso
anco è bello il regnar; sì, miglior sempre
che in ciel servaggio, è nell'inferno un regno.153
Chi ha detto parecchie menzogne, a parole e con le azioni, vive lì, all'inferno, adesso. Fa' una passeggiata lungo qualsiasi strada cittadina trafficata. Tieni gli occhi aperti e presta attenzione. Vedrai alcune di quelle persone. Sono quelle da cui istintivamente ti tieni a una certa distanza. Sono le persone che s'innervosiscono immediatamente se rivolgi loro uno sguardo, e che a volte invece si girano dall'altra parte per la vergogna. Ho visto un vagabondo alcolista orribilmente devastato comportarsi esattamente così, in presenza della mia giovane figlia. Voleva soprattutto evitare di vedere la propria condizione di degrado incontrovertibilmente riflessa nei suoi occhi.
È l'inganno a rendere le persone infelici al di là di ciò che possono sopportare. È l'inganno che riempie le anime umane di risentimento e vendetta. È l'inganno che produce la terribile sofferenza dell'umanità: i campi di sterminio nazisti, le camere di tortura e i genocidi di Stalin e quel mostro ancora più grande di Mao. È stato l'inganno a uccidere centinaia di milioni di persone nel ventesimo secolo. Era l'inganno che quasi condannò la stessa civiltà. È l'inganno che ancora ci minaccia, molto profondamente, oggi.
La verità, invece
Che cosa succede se, invece, decidiamo di smettere di mentire? Che cosa significa esattamente? Abbiamo un sapere limitato, dopo tutto. Dobbiamo prendere decisioni, qui e ora, anche se non ci è mai possibile individuare con certezza i mezzi e gli obiettivi migliori. Uno scopo, un'ambizione, fornisce la struttura necessaria all'azione. Un obiettivo fornisce una meta, un punto di contrasto rispetto al presente e una cornice all'interno della quale ogni cosa può essere valutata. Un obiettivo definisce che cosa significa progresso e rende entusiasmante tale crescita. Un obiettivo riduce l'ansia perché, in assenza di uno scopo, tutto può significare allo stesso tempo qualcosa o niente, e nessuna di queste due opzioni rende lo spirito tranquillo. Quindi, dobbiamo pensare, pianificare, limitare e collocare, per vivere. Come immaginare allora il futuro e stabilire la nostra direzione, senza cadere nella tentazione della certezza totalitaristica?
Un po' di fiducia nella tradizione può aiutarci a stabilire i nostri obiettivi. È ragionevole fare ciò che le altre persone hanno sempre fatto, a meno che non abbiamo una buona ragione per non farlo. È ragionevole studiare e lavorare e trovare l'amore e avere una famiglia. Ecco come la cultura si mantiene. Ma è necessario mirare al tuo obiettivo, per quanto tradizionale, con gli occhi ben aperti. Hai una direzione, ma potrebbe essere sbagliata. Hai un piano, ma potrebbe essere mal congegnato. Potresti essere stato sviato dalla tua stessa ignoranza e, peggio, dalla corruzione che è in te, ma di cui ignori l'esistenza. Devi costruire una relazione di amicizia, quindi, con ciò che non sai, invece che con ciò che sai. Devi rimanere sveglio per coglierti in flagrante. Devi rimuovere la trave dal tuo stesso occhio, prima di preoccuparti della pagliuzza nell'occhio di tuo fratello. E così rafforzi il tuo stesso spirito, che può sopportare il peso dell'esistenza e rinvigorire lo Stato.
Gli antichi egizi lo avevano capito già migliaia di anni fa, sebbene il loro sapere rimanesse confinato alla rappresentazione narrativa.154 Adoravano Osiride, mitologico fondatore dello Stato e dio della tradizione. Osiride, tuttavia, fu sconfitto ed esiliato agli inferi da Set, il fratello malvagio e intrigante. Gli egiziani rappresentarono in questo mito l'evidenza che le organizzazioni sociali con il tempo si fossilizzano e tendono alla cecità ostinata. Osiride non capisce qual è il vero carattere del fratello, anche se avrebbe potuto farlo. Set aspetta e, al momento opportuno, attacca. Fa a pezzi Osiride e ne sparge i resti divini per tutto il regno. Invia lo spirito del fratello agli inferi. Rende molto difficile per Osiride recuperare i propri pezzi.
Fortunatamente, il grande re non deve affrontare Set da solo. Gli egizi adoravano anche Horus, figlio di Osiride. Horus assume le forme gemelle di un falco, la creatura dallo sguardo più acuto, e dell'occhio dei geroglifici egizi, ancora oggi famoso (cui abbiamo fatto riferimento nella Regola 7). Osiride è tradizionalista, vecchio e volontariamente cieco. Suo figlio potrebbe e vorrebbe, al contrario, vedere. Horus è il dio dell'attenzione, che non corrisponde alla razionalità. Proprio prestando attenzione, riesce ad accorgersi della malvagità di Set, suo zio, e a trionfare su di essa. Ma tutto ciò ha un caro prezzo. In una terribile battaglia Set, prima di essere sconfitto ed esiliato dal regno, riesce a strappare un occhio al nipote. Horus, però, lo recupera e compie un gesto davvero inaspettato: scende volontariamente negli inferi e dona l'occhio al padre.
Che cosa significa questo? Primo, che l'incontro con la malvagità e con il male è sufficientemente terrificante da danneggiare anche la vista di un dio; secondo, che il figlio attento può ripristinare la visione del padre. La cultura è sempre sul punto di morire, anche se è stata fondata dallo spirito delle grandi persone del passato. Ma il presente non è il passato. La saggezza del passato si deteriora o diventa obsoleta, in proporzione alla distanza effettiva tra le condizioni del presente e del passato. È una semplice conseguenza del passare del tempo e del cambiamento che inevitabilmente porta con sé. Ma la cultura e la sua saggezza sono vulnerabili anche alla corruzione, alla cecità volontaria e agli intrighi mefistofelici. Quindi, l'inevitabile declino funzionale delle istituzioni che ci sono state trasmesse dai nostri antenati è accelerato dal nostro comportamento scorretto, ovvero dal fatto che manchiamo il bersaglio, nel presente.
È nostra responsabilità vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi, con coraggio, e imparare da quello, anche se sembra orribile, anche se l'orrore di vederlo ferisce la nostra coscienza e ci rende ciechi. L'atto del vedere è particolarmente importante quando sfida ciò che conosciamo e ciò su cui contiamo, sconvolgendoci e destabilizzandoci. È proprio l'atto di vedere che informa l'individuo e rinnova lo Stato. Fu per questo motivo che Nietzsche disse che il valore di un uomo era determinato da quanta verità poteva sopportare. Non sei unicamente ciò che già conosci. Sei anche tutto ciò che potresti sapere, se solo lo volessi. Quindi, non dovresti mai sacrificare ciò che potresti essere per quello che sei adesso. Non dovresti mai rinunciare al meglio che è in te per la sicurezza che hai conquistato, e certamente non quando hai intravisto, innegabilmente, qualcosa più in là.
Nella tradizione cristiana, Cristo è identificato con il Logos. Il Logos è la parola di Dio. Quella parola trasformò il caos in ordine, all'inizio dei tempi. Nella sua forma umana, Cristo si sacrificò volontariamente alla verità, al bene, a Dio. Di conseguenza, morì e rinacque. La parola che crea ordine dal caos sacrifica tutto, anche se stessa, a Dio. Questa singola frase, saggia oltre la comprensione, riassume il cristianesimo. Ogni piccolo apprendimento è una piccola morte. Ogni nuova informazione mette in discussione una concezione precedente, costringendola a dissolversi nel caos prima di poter riemergere come qualcosa di meglio. A volte queste morti praticamente ci distruggono. In questi casi, potremmo non riprenderci mai o, se lo facciamo, cambiamo parecchio. Un mio buon amico scoprì che la moglie aveva una relazione extraconiugale da decenni. Non se l'aspettava e per questo cadde in una profonda depressione. Scese negli inferi. A un certo punto mi disse: “Ho sempre pensato che le persone depresse dovessero semplicemente scrollarsela di dosso. Non sapevo di cosa stessi parlando.” Alla fine, riemerse dagli abissi. Per molti aspetti, è un uomo nuovo e, forse, un uomo più saggio e migliore. Ha perso quasi venti chili. Ha corso una maratona. Ha viaggiato in Africa e scalato il Kilimangiaro. Scelse di rinascere invece che sprofondare all'inferno.
Stabilisci quali sono le tue ambizioni, anche se non ne sei del tutto sicuro. Le migliori ambizioni sono quelle che riguardano la crescita personale e le proprie capacità, piuttosto che quelle che riguardano lo status e il potere. Lo status è qualcosa che puoi perdere. Invece, il tuo carattere lo porti ovunque vai e ti permette di avere la meglio sulle avversità. Sapendo questo, assicura una corda a un grosso masso. Raccogli la pietra, sollevala all'altezza dei tuoi occhi e sporgiti verso di essa. Guardati e osservati mentre ti tendi in avanti. Articola la tua esperienza con chiarezza e dedica la maggiore attenzione possibile a te stesso e agli altri. Così imparerai a procedere con più efficacia verso l'obiettivo. E mentre lo fai, non mentire. Soprattutto a te stesso.
Se presti attenzione a ciò che fai e dici, puoi imparare a percepire uno stato di scissione interna e debolezza quando ti comporti e parli in modo scorretto. È una sensazione interiore, non un pensiero. Io provo una sensazione di affossamento e scissione, piuttosto che di solidità e forza, quando sono incauto nelle azioni e nelle parole. Sembra che sia centrata nel plesso solare, dove risiede un grosso nodo di tessuto nervoso. Ho imparato a riconoscere quando mentivo, infatti, notando questa sensazione di affossamento e scissione, e quindi deducendo la presenza di una bugia. Spesso mi ci è voluto molto tempo per scovare l'inganno. A volte usavo le parole per apparire. A volte cercavo di mascherare la mia ignoranza sull'argomento in questione. Altre volte usavo le parole di altri per evitare la responsabilità di pensare per me stesso.
Se fai attenzione, quando cerchi qualcosa, ti sposti verso il tuo obiettivo. Ancora più importante, però, è che acquisisci le informazioni che consentono al tuo stesso obiettivo di trasformarsi. Un totalitarista non chiede mai: “E se la mia attuale ambizione fosse sbagliata?”. Per lui è come l'Assoluto. Diventa il suo dio, a tutti gli effetti, e costituisce il suo valore più alto. Regola le sue emozioni e gli stati motivazionali e ne determina i pensieri. Tutte le persone servono la propria ambizione. In questa materia non ci sono atei, ma solo persone che sanno quale dio stanno servendo e altre che lo ignorano.
Se orienti tutto, totalmente, ciecamente e volontariamente al raggiungimento di un obiettivo, e solo a quello, non sarai mai in grado di scoprire se un altro obiettivo servirà di più a te e al mondo. È questo che sacrifichi se non dici la verità. Se invece dici la verità, i tuoi valori si trasformano a mano a mano che tu procedi. Se osservi la realtà che si manifesta e accogli le informazioni che ricevi, mentre ti sforzi di procedere, le tue idee su ciò che è importante cambiano. Riorienti te stesso, a volte gradualmente, a volte improvvisamente e radicalmente.
Immagina di frequentare la facoltà di ingegneria perché è ciò che i tuoi genitori desiderano, ma non quello che vuoi tu. Dal momento che non agisci secondo i tuoi desideri, ti troverai privo di motivazione e non avrai successo. Faticherai a concentrarti e a darti una disciplina, ma non funzionerà. La tua anima rifiuterà la tirannia della volontà (come si potrebbe definire diversamente?). Perché assecondi qualcuno? Potresti non voler deludere i tuoi genitori, anche se, fallendo, farai esattamente questo. Forse non hai il coraggio di affrontare il conflitto necessario a liberarti. O magari non vuoi sacrificare la tua fiducia infantile nell'onniscienza dei genitori, e desideri devotamente continuare a credere che c'è qualcuno che ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso e che sa anche tutto del mondo. Vuoi proteggerti, così, dalla desolata condizione di solitudine esistenziale dell'essere individuale e dalla relativa responsabilità. Tutto ciò è molto frequente e comprensibile. Ma tu soffri perché non sei destinato a essere un ingegnere.
Un giorno ne hai abbastanza. Abbandoni gli studi. Deludi i tuoi genitori. Impari a convivere con questa nuova condizione. Ti basi solo sulle tue opinioni, anche se ciò significa che dovrai fare affidamento sulle tue decisioni. Prendi una laurea in filosofia. Accetti il peso dei tuoi stessi errori. Diventi la persona che sei. Rifiutando la visione di tuo padre, sviluppi la tua. E poi, quando i tuoi genitori invecchiano, diventi abbastanza adulto da essere lì per loro, quando avranno bisogno di te. Vincono anche loro. Ma entrambe le vittorie dovevano essere raggiunte al costo del conflitto provocato dalla tua verità. Come dice Matteo 10,34, citando Cristo a proposito del ruolo della verità che si afferma con le parole: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla Terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”.
Se continui a vivere secondo la verità, per come ti si rivela, dovrai accettare e affrontare i conflitti che il tuo modo di essere genererà. Allora, continuerai a maturare e a diventare più responsabile, in ambiti specifici e in generale. Fisserai nuovi e più saggi obiettivi e diventerai ancora più avveduto nel formularli, quando scoprirai e correggerai i tuoi errori inevitabili. La tua idea di ciò che è importante diventerà sempre più corretta, a mano a mano che farai tua la saggezza dell'esperienza. Smetterai di oscillare all'impazzata e camminerai in maniera sempre più dritta verso il bene, un bene che non avresti mai potuto capire se all'inizio avessi insistito, nonostante tutte le prove, nel sostenere le tue ragioni, la tua ragione assoluta.
Se l'esistenza è buona, allora anche la relazione più semplice, pura e corretta lo è. Se l'esistenza non è buona, al contrario, sei perso. Niente ti salverà, certamente non le ribellioni meschine, né il pensiero oscuro e la cecità oscurantista che costituiscono l'inganno. Ma l'esistenza è buona? Devi correre un rischio terribile per scoprirlo. Vivi nella verità o vivi nell'inganno, affrontane le conseguenze e trai le tue conclusioni.
Questo è “l'atto di fede” sulla cui necessità insiste il filosofo danese Kierkegaard. Non puoi saperlo in anticipo. Anche un buon esempio non è sufficiente per dimostrarlo, date le differenze tra gli individui. Il successo può sempre essere attribuito alla fortuna. Quindi, devi rischiare la tua vita particolare e individuale per scoprirlo. È questo il rischio che gli antichi descrivevano come il sacrificio della volontà personale alla volontà di Dio. Non è un atto di sottomissione, almeno non per come intendiamo la sottomissione. È un atto di coraggio. È la fede nel fatto che il vento spingerà la tua nave verso un porto nuovo e migliore. È la fede nel fatto che l'Essere può correggersi in divenire. È lo spirito stesso dell'esplorazione.
Forse è meglio rendere il concetto in questi termini: tutti hanno bisogno di un obiettivo concreto, specifico, un'ambizione e uno scopo, per limitare il caos e dare un senso evidente alla propria vita. Ma tutti questi obiettivi concreti possono e devono essere subordinati a un meta-obiettivo, che è un modo per approcciare e formulare gli obiettivi stessi. Il meta-obiettivo potrebbe essere “Vivi nella verità”. Ciò significa: “Agisci coscienziosamente verso un fine ben articolato, definito e temporaneo. Rendi i tuoi criteri di fallimento e successo tempestivi e chiari, almeno per te stesso, meglio ancora se gli altri possono capire quanto stai facendo e valutarlo insieme a te. Intanto, però, permetti al mondo e al tuo spirito di dispiegarsi come desiderano, mentre esprimi con le azioni e con le parole la verità.” Questa è allo stesso tempo ambizione pragmatica e la più coraggiosa delle fedi.
La vita è sofferenza. È quanto ha affermato, esplicitamente, il Buddha. I cristiani raffigurano lo stesso sentimento con l'immagine del crocifisso divino. La fede ebraica è satura del ricordo della sofferenza. La corrispondenza tra vita e limite è il fatto primario e inevitabile dell'esistenza. La vulnerabilità del nostro essere ci rende sensibili alle pene del giudizio e del disprezzo sociale e all'inevitabile crollo del nostro corpo. Ma anche tutti questi tipi di sofferenza, per quanto terribili, non sono sufficienti a corrompere il mondo, a trasformarlo nell'inferno, nel modo in cui i nazisti, i maoisti e gli stalinisti l'hanno corrotto e l'hanno reso. Per questo motivo, come Hitler ha dichiarato con grande chiarezza, la menzogna è necessaria:155
[Nel]la grande bugia c'è sempre una certa credibilità; perché le grandi masse di una nazione sono sempre più facilmente corrotte negli strati più profondi della loro natura emotiva che non consapevolmente o volontariamente; e così nella primitiva semplicità delle loro menti cadono più prontamente vittime della grande bugia che della piccola bugia, dal momento che esse stesse spesso raccontano piccole bugie su piccoli aspetti, ma si vergognerebbero di ricorrere alla falsità su larga scala. Non verrebbe mai loro in mente di fabbricare falsità colossali e non penserebbero che altri possano avere l'ardire di distorcere la verità in maniera tanto infame. Anche se i fatti che dimostrano che ciò accade possono essere portati chiaramente alle loro menti, le masse dubiteranno ancora e vacilleranno e continueranno a pensare che possa esserci qualche altra spiegazione.
Per una grande bugia, prima di tutto c'è bisogno di una piccola bugia. La piccola bugia è, metaforicamente parlando, l'esca usata per agganciare le vittime. La capacità d'immaginazione umana ci permette di sognare e creare mondi alternativi. È la fonte ultima della creatività. Insieme a questa singolare capacità, però, arriva la controparte, l'altra faccia della medaglia: possiamo ingannare noi stessi e gli altri portandoci a credere e ad agire come se le cose fossero diverse da come sappiamo.
E perché non mentire? Perché non distorcere le cose per ottenere un piccolo guadagno o per smussare gli angoli, per mantenere la pace o per evitare di ferire i sentimenti? La realtà ha un aspetto terribile: abbiamo veramente bisogno di affrontarne il suo sguardo da serpe in ogni momento del nostro stato di veglia e a ogni svolta della nostra vita? Perché non allontanarci, almeno, quando guardare è troppo doloroso?
La ragione è semplice. Le cose si deteriorano. Ciò che ha funzionato ieri non necessariamente andrà bene oggi. Abbiamo ereditato la grande macchina dello Stato e della cultura dai nostri antenati, ma adesso loro sono morti e non possono affrontare i cambiamenti di questi tempi. I vivi possono farlo. Possiamo aprire gli occhi e modificare ciò che abbiamo dove è opportuno, mentre preserviamo il funzionamento del macchinario. Oppure possiamo fingere che tutto vada bene, ignorare le riparazioni che occorre fare e poi maledire il destino quando nulla va come vorremmo.
Le cose si deteriorano: questa è una delle grandi scoperte dell'umanità. E noi ne acceleriamo il naturale decadimento con la nostra cecità, l'inazione e l'inganno. Senza attenzione, la cultura degenera e muore e il male prevale.
Ciò che vedi di una bugia quando la metti in atto (e le bugie sono spesso agite, piuttosto che raccontate) è una piccola parte di ciò che è in realtà. Una singola menzogna è collegata a tutto il resto. Produce nel mondo lo stesso effetto che una singola goccia d'acqua di fogna provoca anche nella più grande delle bottiglie di champagne. È qualcosa che è meglio considerare vivo e in crescita.
Quando la falsità si espande, tutto il mondo si guasta. Ma se guardi abbastanza da vicino, la più grande delle bugie è composta da tante più piccole, e quelle sono composte da bugie ancora più piccole, e la più piccola delle bugie si trova dove inizia la grande bugia. Non si tratta semplicemente di dichiarare il falso. È invece un atto che può paragonarsi alla cospirazione più seria di sempre per soggiogare la razza umana. L'apparente innocuità, la banale meschinità, la debole arroganza da cui scaturisce e l'evasione dalla responsabilità a cui mira ne camuffano efficacemente la vera natura, la reale pericolosità e la sua equivalenza con i grandi atti malvagi che l'uomo perpetra e di cui spesso gode. Le bugie corrompono il mondo. Peggio ancora, è proprio questo il loro intento.
All'inizio si tratta di una piccola bugia; quindi ne arrivano diverse altre per sostenerla. Dopo, è il momento del pensiero distorto, per evitare la vergogna che quelle bugie producono, quindi qualche altra falsità per coprire le conseguenze del pensiero distorto. Poi la cosa più terribile: la trasformazione di quelle bugie, ora necessarie, attraverso la pratica, in convinzioni e azioni meccaniche, specializzate, strutturali, neurologicamente rappresentate come “inconsce”. Pertanto, l'intossicazione dell'esperienza stessa come azione fondata sull'inganno non riesce a produrre i risultati desiderati. Se non credi nell'esistenza dei muri in mattoni, rimarrai ferito quando ci andrai a sbattere contro. E maledirai la realtà stessa per l'esistenza di quel muro.
È quindi il momento dell'arroganza e del senso di superiorità che inevitabilmente accompagnano la produzione di bugie di successo, ipoteticamente vincenti. Questo è uno dei pericoli maggiori: sembra che sia riuscito a ingannare tutti, quindi sono tutti stupidi. Tutti sono stupidi e vittime dell'inganno ordito da me, quindi posso farla franca in ogni situazione. Infine, c'è l'affermazione: “L'Essere stesso subisce le mie manipolazioni. Quindi, non merita rispetto.”
Tutto va in frantumi, come Osiride, smembrato in pezzi. La struttura della persona o dello Stato si disintegra sotto l'influenza di una forza maligna. Il caos degli inferi emerge, come un'inondazione, per travolgere il terreno familiare. Ma non è ancora l'inferno.
L'inferno arriva dopo. L'inferno arriva quando le bugie hanno distrutto la relazione tra l'individuo o lo Stato e la realtà stessa. Le cose si deteriorano. La vita degenera, tutto diventa frustrazione e delusione. La speranza ci tradisce di continuo. L'individuo ingannatore compie gesti disperati di sacrificio, come Caino, ma non riesce a piacere a Dio. Quindi il dramma entra nell'atto finale.
Torturato dal fallimento costante, l'individuo si amareggia. La delusione e il fallimento si mescolano e creano una fantasia: il mondo desidera la mia sofferenza personale, la mia particolare distruzione, la mia rovina. Ho bisogno, mi merito, devo avere la mia vendetta. Ecco la porta dell'inferno. È qui che il mondo sotterraneo, un luogo terrificante e sconosciuto, diventa la stessa infelicità.
All'inizio del tempo, secondo la grande tradizione occidentale, la parola di Dio trasformò il caos in Essere. È assiomatico, all'interno di quella tradizione, che l'uomo e la donna siano fatti a immagine di quel dio. Trasformiamo il caos in Essere, attraverso il linguaggio. Trasformiamo le molteplici possibilità del futuro nelle realtà del passato e del presente.
Dire la verità significa portare alla luce la realtà più vivibile. La verità costruisce edifici che possono rimanere in piedi anche mille anni. La verità nutre e veste i poveri e rende le nazioni ricche e sicure. La verità riduce la terribile complessità di un uomo alla semplicità della sua parola, in modo che possa diventare un alleato, piuttosto che un nemico. La verità rende il passato veramente tale e usa al meglio le possibilità del futuro. La verità è l'ultima, inesauribile, risorsa naturale. È la luce nell'oscurità.
Vedi la verità. Affermala.
Non giungerà sotto le spoglie di opinioni condivise da altri, poiché la verità non è né una collezione di slogan né un'ideologia. Sarà invece personale. La tua verità è qualcosa che solo tu puoi dire, perché si basa sulle circostanze uniche della tua vita. Impara la tua verità personale. Comunicala con attenzione, in maniera accurata, a te stesso e agli altri. Ciò ti garantirà sicurezza e una vita più ricca adesso, mentre vivi nella cornice delle tue autentiche convinzioni attuali. Ti garantirà la generosità del futuro, che potrà divergere dalle certezze del passato.
La verità scaturisce sempre rinnovata dalle più profonde sorgenti dell'Essere. Preserverà la tua anima dall'appassimento e dalla morte, mentre ti confronti con l'inevitabile tragedia della vita. Ti aiuterà a evitare il terribile desiderio di cercare vendetta per quella tragedia, parte del terribile peccato dell'Essere, che deve sopportare ogni cosa con eleganza, per esistere.
Se la tua vita non è come potrebbe essere, prova a dire la verità. Se ti aggrappi disperatamente a un'ideologia o ti crogioli nel nichilismo, prova a dire la verità. Se ti senti debole e rifiutato, disperato e confuso, prova a dire la verità. In Paradiso ognuno dice la verità. Ecco perché è il Paradiso.
Di' la verità, o almeno non mentire.
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FINE Parte 2.